Il tempo della concentrazione, intervista a Maddalena Crippa

  

Il tempo della concentrazione, intervista a Maddalena Crippa

di Simona Almerini

ROMA – Lunedì al Teatro OffOff di Roma. In una sala gremita, Maddalena Crippa, legge e interpreta, con la sua consueta passione ed eleganza, due miti tratti da Le Metamorfosi.

Di seguito, l’intervista che l’attrice ha gentilmente rilasciato per noi.

Le Metamorfosi è un testo che parla di miti e quindi di valori universali. Ma oggi in particolare cosa può ancora dirci?

Tutto. Io sono una fan dei classici, non solo Ovidio, leggo anche Omero, l’Odissea, l’Iliade. Perché loro, i greci come i latini, avevano capito tutto dell’essere umano, per cui per me è salvifico occuparmene. Oggi trovo disperante la non consapevolezza di sé, la non conoscenza di quello che ci attraversa. Loro lo sapevano descrivere molto bene e questo aiuta, perché oggi siamo molto connessi ma anche molto soli e non sappiamo più gestire quello che ci attraversa, oggi come allora. Perché l’ira, la gelosia, la vendetta, sono cose che prima o poi uno si trova a provare. Quindi queste cose vanno conosciute.

Lei ha scelto di leggere i miti di Bacco e Fetonte. Come mai proprio questi due?

Perché Fetonte lo trovo straordinario per compattezza e invece Bacco mi dà la possibilità di spaziare, dato che parto da Diana e Atteone. Bacco non lo potrei leggere integralmente perché ci sarebbero le figlie di Minia che non vogliono festeggiarlo che si mettono a raccontare delle storie meravigliose come quella di Piramo e Tisbe.

Giusto, perché ogni storia è legata ad un’altra.

Sì, è tutto collegato. Le Metamorfosi è il libro che ho sul comodino. È un pozzo inesauribile di umanità, ma anche un luogo dove ritrovare le radici, le parole.

Lei ha interpretato tantissimi personaggi femminili: Fedra, Lady Macbeth, Clitennestra, etc quale le è rimasto di più nel cuore?

Ada. Forse perché è di un autore italiano, Raffaele Orlando, morto giovanissimo purtroppo, che ha lasciato solo questo testo L’annaspo. Lui raccontava il lato nero dell’Italia degli anni ’60, del boom economico, l’annaspo, appunto, perché crea anche questa parola.

Maddalena Crippa in ‘Richard II’

Ammetto di non conoscere questo autore, può dirmi qualcosa di più?

Orlando era un allievo di Giorgio Strehler e ha scritto questo testo. La regia era di Cristina Pezzoli e con me recitava Maurizio Donadoni. Eravamo una bella compagnia c’erano anche Maria Grazia Mandruzzato, Alberto Ricca. Il personaggio che interpretavo era Ada Mariglia, che vendeva i detersivi porta a porta, suo padre faceva il sarto, ma ovviamente viene scacciato da una catena di grandi magazzini. Il marito non si rassegna a questa vita e si mischia alla malavita. Lei non ci sta, lo tradisce una sola volta con un altro uomo, rimane incinta e ha un bambino. Poi gli uccidono il marito e lei ammazza il bambino. Alla fine la prendono, ma lei sfonda la quarta parete e dice: “Il minimo, la miseria”. Cioè non bisogna vivere al minimo ma bisogna lottare.

A proposito di donne, si dice che questo sia stato proprio il loro anno. Penso al movimento #MeToo o a “Non una di meno” che hanno agito a livello globale. Lei pensa che sia veramente in atto un autentico cambiamento oppure che si tratti di un fuoco di paglia?

Non lo so, sono molto dubbiosa. Mi sembra invece che abbiamo perso tantissimo da questa speranza grande delle battaglie del ’68, degli anni ’70 e del femminismo. Battaglie forti e fondanti per la persona. Trovo che invece questo consumismo ci stia fregando alla grande, c’è stato un ritorno indietro, parlo per la figura della donna, questo appiattirsi e usarla sempre di più in maniera volgare e violenta e poi anche i femminicidi. C’è una crisi totale ma trovo che quella più grande sia della persona umana. Per questo faccio teatro e per questo continuerò a farlo, non so fino a quando.

Lei considera il teatro un atto di resistenza?

In questo momento sì. Siamo abbandonati, anche rispetto al resto d’Europa. La cultura è fondamentale… la scuola, stanno facendo delle cose terrificanti e nessuno dice niente. Tutto è mercificato, anche i teatri sono considerati come supermercati, sempre di meno con molto ricambio. Il teatro è un luogo dove c’è ancora la possibilità vera di unità di spazio, di tempo e di luogo con persone vive e dove c’è la possibilità di sviluppare un pensiero, un’emozione. Questo è fondamentale. C’è un tempo di concentrazione con gli altri in cui può accadere che ti commuovi, che si spalanchi una parte del cervello. La cosa che può accadere e quando accade è sublime, è che ti riconnetta con il tuo essere umano, con la tua potenzialità umana, totale, che oggi fanno a fette. Non capita sempre, ma quando succede è un’esperienza unica che non ha eguali. Per questo voglio servire questi grandi autori classici. Io metto tutto quello che ho, l’esperienza, l’impegno, la voce, il sentimento, l’intelligenza, tutto questo lo metto al loro servizio.

29 ottobre 2018, intervista esclusiva (riproduzione vietata)

Autore: Simona Almerini

Condividi