Antropologia statunitense nell’hotel sul lago Tahoe. ‘7 Sconosciuti a El Royale’, film d’apertura della Festa del Cinema di Roma

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Antropologia statunitense nell’hotel sul lago Tahoe. ‘7 Sconosciuti a El Royale’, film d’apertura della Festa del Cinema di Roma

La prima sensazione positiva si ha comprendendo di essere di fronte a un’opera che non è remake di altre, che non prosegue saghe varie, ma che al contrario cerca una cifra stilistica di assoluta originalità. Può piacere o no, ma sicuramente il lavoro di scrittura ha cercato di mettere in primo piano una vicenda composita dove il thriller e, in parte, l’horror sono soltanto due degli elementi. E’ ambientato attorno al 1968, e questo non è certo un caso perché permette di accennare a temi molto importanti per la storia statunitense. Le intercettazioni (Richard Nixon…), il presidente morto che si vede (lo vedono gli attori, non noi) in un filmato con scene di sesso (tutti pensano a JFK), le sette più o meno religiose (Charles Manson), perfino la guerra del Vietnam e il mondo della musica in cui è difficile emergere.

Pregio e difetto di 7 Sconosciuti al El Royale è proprio lo script che penalizza le potenzialità del film sotto l’aspetto emotivo per puntare quasi esclusivamente sulla suggestione archetipica e pop delle situazioni e dei personaggi; molte scene sono scritte in maniera impeccabile ma non rendono sullo schermo quanto potrebbero e dovrebbero. L’utilizzo di un cast con attori di primo piano ha limitato le possibilità del regista di creare snodi narrativi forse a loro non graditi. Questo è accaduto con Jeff Bridges, ma, probabilmente, anche con altri. Dietro la macchina da presa troviamo il bravo sceneggiatore Drew Goddard, che porta sullo schermo una vicenda che si sviluppa nell’arco di oltre due ore. La sua opera prima è stata Quella casa nel bosco (The Cabin in the Woods, 2012), premiata in svariati festival. In quella occasione, con una storia formalmente più semplice, era riuscito a creare un film più lineare in cui le intenzioni erano premiate dai buoni risultati finali. Forse merito della brevità, solo 95 minuti contro i 141 di quest’ultimo.

Davanti al suo secondo lavoro il giudizio deve tenere conto della bravura dello sceneggiatore unita a una certa carenza nella regia. Molte scene appaiono realizzate senza sfruttare al massimo le potenzialità dell’idea da cui traggono origine, creando una sensazione di insoddisfazione in chi le vede sullo schermo. Sette personaggi sono pochi, ma se trattati in una maniera così approfondita rischiano di non essere facilmente inseribili nell’economia del prodotto. Il regista gioca subito a carte scoperte. Si vede l’albergo dieci anni prima, scene movimentate, un uomo che entra in una delle camere con una borsa che nasconde sotto le assi del pavimento dopo averle schiodate e che, uscendo, viene freddato da un misterioso uomo col fucile.

La scelta dei caratteri e delle caratteristiche dei personaggi risulta rappresentativa di varie realtà degli Stati Uniti di quegli anni. C’è un prete dall’ aspetto rasserenante, un venditore di aspirapolvere chiacchierone e gentile, una ragazzina di colore cantante alle prime armi; misteriosamente, giunge un’auto da cui esce bella ragazza che nasconde nel bagagliaio una giovane completamente legata. Altri personaggi entreranno in scena più tardi. Il portiere dell’albergo spiega che possono scegliere di alloggiare in Nevada o in California, con leggi permissive o limitative comprese, visto che l’hotel è costruito sopra il confine tra i due stati: c’è una striscia dipinta sul pavimento della hall e ambienti che ricordano le diverse caratteristiche dei due Stati. In pratica, già da questo si può capire il modo di vivere dei personaggi: la prima opzione per chi ama l’illegalità e il gioco d’azzardo, la seconda per chi preferisce l’amore libero, la protesta o, magari, sogna Hollywood.

Dakota Johnson

La chiave di lettura, come per altri film che basano il loro interesse su sviluppi da giallo o thriller, è di cercare cosa nasconde il personaggio, chi in realtà potrebbe essere. Sì, perché l’apparenza (quasi) sempre inganna. Ma l’eccessiva prolissità dello sviluppo conduce spesso alla noia e a disinnamorarsi di un’opera tutto sommato intrigante. E’ questo alternarsi di momenti buoni con altri meno felici che crea un senso di stanchezza e delude, soprattutto pensando che Drew Goddard nel 2012 aveva saputo realizzare un’opera ben confezionata molto piacevole. Oltretutto, nel 2015 con lo script di Sopravvissuto – The Martian (The Martian, 2015) era stato candidato agli Oscar: c’erano tutte le premesse per pensare a un’evoluzione diversa. Invece, questo tentativo di raggiungere la perfezione lo ha portato a realizzare un film dove prevale l’epidermicità, e la narrazione non riesce a diventare enigmatica come vorrebbe. Ad esempio, rivela subito che il venditore è in realtà un agente speciale che sta indagando su loschi affari; non solo, gli viene fatto immediatamente scoprire un corridoio nel quale sono posti dei finti specchi che permettono di guardare dentro tutte le camere. Mette inoltre al corrente lo spettatore che il prete è il capo della banda che aveva compiuto la rapina finita con la morte di chi aveva nascosto il denaro lì. Come non bastasse ci rende noto che il morto era il figlio e che lui è gravemente ammalato.

Questo svelare tanti elementi rende ripetitivo lo sviluppo, anche se i colpi di scena non mancano; il principale è il rapporto esistente tra rapitrice e rapita, e tra la rapita e il capo di una setta alla Manson. Il personaggio meglio delineato, a cui viene data la possibilità di costruire un percorso di vita e di morte più convincente è il portiere factotum del albergo. E’ giovane, impaurito, deve rendere conto di tutto a capi che non si vedono ma sono sicuramente malavitosi, è costretto a fare un lavoro segreto che va contro al suo credo religioso, ha sulla coscienza troppi morti. E’ un antieroe presente in varie scene che dialoga con gli altri diventando testimone dell’evoluzione della vicenda. A interpretarlo il talentuoso venticinquenne Lewis Pullman che riesce a esprimerne tutta l’umanità. L’unica a non avere segreti, ed appare evidente anche agli occhi degli spettatori, è la cantante di colore interpretata con grande bravura dalla trentunenne Cynthia Erivo, attrice e singer inglese, nota soprattutto come interprete di musical a Londra e Broadway. Impressiona per la splendida voce, emoziona con una recitazione molto naturale che rende in maniera perfetta le paure della ragazzina. Bravissimo Jeff Bridges con quell’aspetto da prete del Far West che ama il whiskey e sciorina qualche parola attorno alla religione per essere credibile come voce del Signore.

Negli Stati Uniti il film è stato vietato ai minori di 17 anni per la presenza di violenza esasperata, linguaggio scurrile, droga e nudità, mentre in Italia è stato proibito ai minori di 14 anni. Queste limitazioni hanno ridotto le possibilità di incassi interessanti (costato 32 milioni di dollari e fino ad ora ne ha introitati 16) e rischiano di rendere più difficile ulteriori tentativi di Goddard per realizzare titoli d’autore come vorrebbe (nel ‘cassetto’ ha più di un’idea). Non a caso, la sua prossima regia è per X-Force (2019), basato su tre noti supereroi di casa Marvel Deadpool (il Mercenario Chiacchierone), Cable e Domino.

 

Scheda film:

 

Titolo: 7 Sconosciuti al El Royale

Genere: Thriller, Dramma

Regia: Drew Goddard

Paese/Anno: USA, 2018

Titolo originale: Bad Times at the El Royale

Sceneggiatura: Drew Goddard

Fotografia: Seamus McGarvey

Montaggio: Lisa Lassek

Scenografia: Martin Whist

Costumi: Danny Glicker

Musica: Michael Giacchino

Interpreti: Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Dakota Johnson, Jon Hamm, Cailee Spaeny, Lewis Pullman, Chris Hemsworth, Nick Offerman, Manny Jacinto, Mark O’Brien, Jonathan Whitesell

Produzione: Drew Goddard, Jeremy Latcham per Twentieth Century Fox

Distribuzione: Twentieth Century Fox

Durata: 141 minuti

Data uscita: 25/10/2018

Sito:            http://www.20thfox.it/7-sconosciuti-a-el-royale

 

Autore: Furio Fossati

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