L’incubo americano della fabbrica TWC. ‘Scintille’ con Laura Curino inaugura la Stagione del Verga di Catania

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L’incubo americano della fabbrica TWC. ‘Scintille’ con Laura Curino inaugura la Stagione del Verga di Catania

Laura Curino in ‘Scintille’

CATANIA. Non ci sono più le “prime” di una volta. Se n’è accorto anche Giove pluvio che ha infarcito con saette e temporali la serata inaugurale del Verga di Catania gremito dalla cataniacheconta mentre sul palco c’erano le “Scintille” di Lucia Sicignano in veste trinitaria di autrice, regista e direttrice del Teatro etneo.

Il fantasma che si aggira per il mondo di “Scintille” non è solo quello della voce narrante – l’operaia “Maltese Caterina di anni 39” – che ricostruisce attraverso i suoi ricordi una piccola-grande scheggia di storie al femminile, ma è soprattutto quella che denuncia, trasversalmente lo sfruttamento, il lavoro precarizzato, fluido e sottopagato del primo decennio del Novecento nella fabbrica newyorchese della TWC (Triangle Shirtwaist Company) dove si svolge la vicenda: gli ultimi piani dell’Asch Building fra Green Street e Washington Square Est.

Dunque “Scintille” non costituisce soltanto un ritratto di famiglia all’interno di una “factory” ma lo specchio di una condizione generale di subordinazione e di diversità, nella quale le donne in special modo ma anche “negri e napoletani” sembrano costituire i poli di un razzismo modello fordista, al cui lavoro alienante si accompagnano la promiscuità con gli uomini, le pesanti prevaricazioni dei “boss”, gli orari impossibili, i divieti e, pure, la feroce lotta per conquistare, addirittura, un posto accanto ad una finestra.

Eppure il sogno americano si nutre dei loro corpi e delle loro illusioni: quelle che avevano attirato milioni di individui verso la terra promessa dell’America “regno dei cieli”, Eden di là dell’oceano, le cui immagini – fotografie contraffatte che mostrano individui accanto ad ortaggi giganteschi o ad alberi che fruttano denari – arrivano nelle campagne italiane agli inizi del secolo e innescano promesse di benessere assicurato. Per questo Caterina, con le figlie Rosa e Lucia, è lì ad ammazzarsi di lavoro cucendo camicette. Anche in quella America. Che ne svela pure un’altra, impersonata da Dora, l’operaia politicizzata immigrata dall’est europeo, che porta con sé le altre alle riunioni delle Cooper Union, che incarna la coscienza di classe declinata al femminile in forma di protesta prima, di sciopero poi.

Lungo l’unica voce, moltiplicata per tre postazioni di lavoro, “Scintille” bilancia in contrappunto, il rapporto tra storia individuale (emancipazione e riscatto) e storia collettiva (il mito americano), e nel suo continuo intrecciarsi, si sbilancia a volte verso una narrazione che non sempre giova alla tensione drammatica dello spettacolo e vira verso la descrizione facendosi a volte didascalico: nulla togliendo alla encomiabile performance di Laura Curino che assume su di sé la complessità di quei personaggi, la tragedia di quelle storie e la leggerezza di quei rapporti intimi e femminili, attenta sì ai rumori delle macchine ma soprattutto agli umori dei cuori.

Poi l’incidente, la scintilla e il rogo: il “fuoco ebbro di libertà” che lo sciopero sembrerebbe dischiudere si trasforma appunto nel mortale incendio che le avrebbe avvolte. Loro, sono solo “bambole ormai rotte”, una cascata di bottoni di madreperla come lacrime sulla voce narrante che interseca il balbettio delle ragazze morte ai nomi delle altre 146 vittime di quel funesto giorno del 25 marzo 1911. Morris Rosenfeld “il poeta degli slums e degli sweatshop” avrebbe scritto ai funerali: “Ora accendiamo le sacre candele/ e con esse segniamo il dolore. Questo è il nostro funerale […]/ I nostri amati bruciati./ Le loro ceneri sepolte.”

Sarà proprio Caterina, sopravvissuta, a consegnarci la memoria della luce di quelle candele, le “scintille” di quelle morti in un finale silenzioso quanto pessimistico, nel quale il rumore costante e indifferente delle macchine riacquista il suo ansimo spietato sul senso e sul dramma di una donna definitivamente sola ma che le vale assolutamente tutte.

Autore: Giuseppe Condorelli

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