Quando la vita si ferma. ‘Il bene mio’ di Pippo Mezzapesa

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Quando la vita si ferma. ‘Il bene mio’ di Pippo Mezzapesa

Nelle prime scene del film incontriamo gli unici abitanti di un paese fantasma, abbandonato dopo un terribile terremoto. Un uomo che ha perso la moglie, maestra nella scuola elementare, e un pastore col suo gregge. Poche immagini dopo si vede quest’ultimo ucciso da un muro che gli crolla addosso.

Scena successiva, l’uomo trasportato da un carro funebre e le pecore che seguono il feretro come se capissero che stanno accompagnando il loro pastore nell’ultimo viaggio. Il simbolo di un abbandono completo, con gli animali che si disperdono per poi rivederli, uniti, nel finale quale collante per le speranze di una nuova vita per quelle case che potrebbero, forse, rivivere con le stesse persone che le hanno dovute lasciare.

Al regista, che ha ambientato il film ad Apice, un paese in provincia di Benevento molto danneggiato dal terremoto del 1962 e completamente abbandonato dopo quello del 1980, interessava raccontare uno spaccato di Italia in cui, purtroppo, non ci si stupisce più di movimenti sismici che riescono a cancellare la storia di tante persone in poco tempo.

Ad Apice solo in pochi erano riusciti a rimanere e per non più di qualche anno. Circa seimila persone furono costrette, dopo che i tecnici inviati dal ministero del Lavori Pubblici ordinarono l’immediata evacuazione, a lasciare le loro abitazioni e trasferirsi nel nuovo centro abitato che prese il nome di Apice Nuova.

Pippo Mezzapesa è il regista nonché uno degli sceneggiatori che hanno portato sullo schermo questa idea. Qui alla opera seconda dopo il non riuscitissimo ma interessante Il paese delle spose infelici (2011), dimostra di volere interpretare il cinema con impegno anche autoriale ma confermando di non possedere ancora quella fluidità narrativa indispensabile per essere considerato regista completo. Proviene dal documentario – e questo si nota positivamente nella capacità di scegliere le location utilizzando quanto trova per trasformarlo nelle fondamenta della sua storia – ma ha grosse difficoltà nel coordinare gli attori e nel consigliarli su come dare vita a quanto da lui pensato.

L’impressione che si ha è che il film sia scritto a tavolino e che manchi la possibilità di coinvolgere lo spettatore che rimane estraneo alle vicende mostrate. La sceneggiatura prevede tutto tranne le emozioni, è un diligente compitino che potrebbe essere presentato quale saggio di fine anno scolastico in una scuola di cinema.

Molto male utilizzato il gruppetto di ragazzotti sui motorini che di notte vanno a fare fracasso nel paese abbandonato, non disdegnando di picchiare violentemente l’uomo che ha deciso di rimanere lì quale guardiano dei ricordi. C’è un leader, figlio di una persona che lui conosce bene e che fa vergognare, ma la sera dopo sarà proprio questo giovane che guiderà il gruppo che lo picchierà selvaggiamente. Sequenza dannosa per la credibilità della vicenda, qualunquista nel suo sviluppo.

Bello, invece, lo ‘scontro’ con un vigile urbano del paese che oppone ad Elia lo strazio di essere stato costretto a tornare nel paese dove, nel crollo della scuola, era morto il figlioletto e quindi rivivere un dolore che voleva dimenticare. E qui, unica scena di un certo spessore, c’è lo scontro tra due realtà: chi vuole dimenticare per potere avere un futuro e chi vuole ricordare perché solo in questa maniera può sopravvivere.

Sergio Rubini è davvero bravo, e se il film riesce ad essere a tratti interessanti, lo si deve alla sua capacità nel costruire il personaggio. Lo rende come una persona iperattiva che trascorre le sue giornate solo, senza televisione, con una radio portatile che gli dona la compagnia di ottima musica (poco credibile che un apparecchio a transistor abbia quella perfezione di suono).  Visita le case vuote, trova oggetti che utilizza per arredare ulteriormente casa sua e in questa maniera non disperde il ricordo di tante persone che ha conosciuto. Tenta anche il suicidio ma, forse, non ne è convinto. Non se la sente di vivere lontano dalla moglie Maria, che ‘vede’ in quelle pietre e che ha l’impressione di sentire, perché rumori strani si odono nel silenzio assoluto: oltretutto, molti giungono dalla scuola dove la donna era morta.

E qui, per gli sceneggiatori, c’è l’occasione di inserire una extracomunitaria terrorizzata dal l’incontro con le autorità. La donna regale qualche giorno di normalità all’uomo che si accorge di potere vivere anche per un’altra persona. Suona di forzatura, di una vicenda inserita a forza per ottenere il placet degli investitori istituzionali – solo tra MIBACT Riconoscimento interesse culturale progetti di “Giovani autori” (il regista di Bitonto ha 38 anni) e Fondo Apulia Film Fund ha ottenuto oltre 400.000 euro, ma ci sono altri enti quali Regione Lazio, Apulia Film Commission ed alcuni comuni – sensibili all’impegno sociale, disinteressandosi di verificare se quanto scritto avesse poi un vero riscontro nel girato. Come se non bastasse, il sindaco, cognato dell’unico abitante del paese abbandonato, fa costruire attorno ai ruderi un alto muro: un passaggio della sceneggiatura non molto azzeccato.

Rubini trova nel sempre bravo Dino Abbrescia una spalla perfetta, un attore che riesce a fornire spessore alla figura del migliore amico dell’uomo. E’ Gesualdo, proprietario di un Minibus con cui porta turisti giapponesi, ma senza disdegnare gli statunitensi, nel paese diroccato affinché scattino delle foto da mostrare al loro rientro in Patria. Lo vuole convincere ad andare via da lì, lo vorrebbe come socio della sua piccola agenzia e gli rimane fedele anche quando prende decisioni che lo potrebbero danneggiare.

Gli altri interpreti, soprattutto a causa dello script, risultano poco interessanti. All’attrice francese con origini mediterranee Sonya Mellah è affidato il personaggio di Noor, la donna che si nasconde nel paese: forse non bene indirizzata, ha dato vita ad una prova assai deludente. Teresa Saponangelo, attrice teatrale da anni impegnata nel cinema, non riesce a dare visibilità alla donna che gestisce un bar e che era collega della moglie deceduta di Rubini. Francesco De Vito ha molte scene ma poca visibilità, Michele Sinisi ha un solo dialogo importante (è il vigile portatore della teoria del dimenticare contro il ricordare ossessivo di Rubini) ma che rimane impresso nella memoria.

Nella colonna sonora, per fare pensare ai tempi passati, viene proposta Ho un sassolino nella scarpa interpretato da Natalino Otto: forse una delle scene di maggiore interesse.

SCHEDA FILM

Titolo: Il bene mio

Genere: Drammatico

Regia: Pippo Mezzapesa

Paese/Anno: Italia, 2017

Sceneggiatura: Pippo Mezzapesa, Antonella Gaeta, Massimo De Angelis da un soggetto di Pippo Mezzapesa

Fotografia: Giorgio Giannoccaro

Montaggio: Claudio Di Mauro

Scenografia: Michele Modafferi

Costumi: Sara Fanelli

Colonna sonora: Gabriele Panico, Franco Eco

Interpreti: Sergio Rubini, Sonya Mellah, Dino Abbrescia, Francesco De Vito, Michele Sinisi,

Caterina Valente, Teresa Saponangelo

Produzione: Cesare Fragnelli per Altre Storie con Rai Cinema

Distribuzione: Altre Storie

Durata: 94 minuti

Data uscita: 04/10/2018

 

Autore: Furio Fossati

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