Silenzio e fragore della poesia e della memoria: la nuova raccolta di Anna Petrungaro

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Silenzio e fragore della poesia e della memoria: la nuova raccolta di Anna Petrungaro

Siamo ancora questa silenziosa opera incompiuta

conficcata nella creta della voce di ciascuno rimasta

per essere l’oggi di una parola

Yang Lian

C’è una opposizione poderosa, ossimorica tra la durezza, il fatto oggettivo ed immutabile della “pietra” (potente metafora della figura del padre cui il libro è dedicato) e il sussurro della “sordina” (o della sua voce poetica) a connotare “Erede della pietra. Parola della sordina”, la densa raccolta che Anna Petrungaro ha pubblicato per “ilfilorosso” editore nella collana “Memoria”. La stessa posizione antagonista che già si dispiegava nella precedente “La tenera mattanza” (Città del Sole edizioni, 2009) – tempestosa silloge in cui la poesia irrompeva per consonanze, allitterazioni, rime interne – qui si fa ancora più urgente proprio per mettere “un argine alla fine” (come dichiara esplicitamente l’esergo da Maria Grazia Calandrone) e per recuperare dal fondo di un tempo sedimentato e labirintico, lungo vent’anni, la figura del genitore.

Dunque il logos contro la pietra, la Parola per sciogliere l’indifferenza della Natura, declinata nella forma del quasi silenzio – la “sordina” appunto – paterno. Per compiere questa risalita nella memoria personale e familiare Anna Petrungaro assume lei stessa la densità della pietra – “io sono compatta” intona la lirica dell’incipit come un avvertimento quasi oracolare – per potersi poi sciogliersi all’acqua del ricordo – “ma tu mi hai fatto/ temporale” – e così, finalmente permeabile darsi alla poesia. Solo attraverso questa mutazione le è consentito di “sguainare la penna”, di lasciare uscire il “primo gemito del groppo poetico” e disputare con la vita “a colpi di poesia”. E’ una vera e propria aggressione all’esistenza e alla memoria compiuta con una energia che è “tutta dentro le unghie”. Ogni atomo di questa forza espressiva si concentra in alcuni versi che costituiscono una sorta di invocazione e di dichiarazione di poetica: “[…] hai preceduto/ la commozione/ e il modo in cui/ mi consuma/ ad estenuazione/ la vigilante sentimentale/ la fattucchiera cerebrale/ fortezza di permanenza/ la Scrittura/ la scivolosa (il corsivo è nostro)/ hai preceduto”. L’incertezza dunque, la paura e il desiderio al tempo stesso di concedersi ad una discesa (la scrittura) che non è ad inferos ma tutta dentro la propria identità, bolo finalmente da rigurgitare, sentiero su cui inerpicarsi. La poesia nel viaggio verso se stessa acquisisce anche una ampiezza divinatoria e lei, poeta-sibilla, può così ricomporre il padre non solo in forma quasi mitologica e divina – “tale al volo d’aquila da una rupe/ che non presagisce la morte/ e neanche vita// ma la necessità bella/ la carica/ la volontà// tuffato in aria/ d’aria sei venuto” – ma anche dentro una convulsa e conflittuale fragilità tutta umana: “Di rado/ scaricavi una scossa/ di paternità/ tenendomi in braccio…” 

Una poesia proliferante, a più voci quella del libro di Anna Petrungaro, tra dialetto, prosa e sperimentazione, contrassegnata soprattutto da alcuni rimandi forti, decisivi sia nell’ispirazione che nel dettato poetico. Se Zanzotto fornisce allora l’impronta sintattico-lessicale e la matrice biografica e autobiografica (il padre da un lato, la sua avventurosa e tragica vicenda esistenziale, la stessa poetessa dall’altro) insieme al rapporto concreto e immaginifico con il paesaggio, se Bufalino (più volte richiamato) ne permea invece la matrice filosofica, è comunque nel nome di Paul Celan che Anna Petrungaro fissa ontologicamente il tema centrale dell’intera raccolta: la vita e la morte del padre, la cui figura si svela più ampiamente in un inconsueto inserto narrativo – non a caso al centro di tutta la raccolta – che rimette insieme i pezzi di una epica familiare in forma quasi sciattamente compilativa e burocratica, quasi tutta in terza persona, ricostruita per frammenti e testimonianze, ma nella quale si aprono fulminee crepe affettive – il vocativo “padre” improvviso e inaspettato – a piegare il racconto ad un intimissimo dialogo che annulla ogni tentativo di oggettività cronachistica. E’ proprio nella celaniana morte – “Guarda come tutto diventa vivo intorno/ nella morte! Vivo!” – considerata punto a quo che accade il dicibile e nell’accorato sprich auch du (“parla anche tu”) consiste la supplica che solo la poesia trasforma in canto vero. La morte vissuta perciò non come annientamento ma come soglia e camminamento: “Mi hanno chiesto se credo nell’aldilà/ se esiste il posto della tua continuazione/ Hai stretto di mano il mistero/ e di me ti rischiara la parola/ e ti protegge/ Solo devasta e sferza il non ricordo.” 

Il logos straripante di Anna Petrungaro, continuamente in fermento e fermentato – pensiamo al lunghissimo flusso coscienziale di “Fiumefreddo”, nella seconda parte – è scagliato anche verso un dire allusivamente politico, certamente civile: “diremo gente – no -/ tampoco popolo/ diremo società civile – no/ diremo locale moltitudine/ approssimazione all’abitato” e ancora: “Si è acquattato lo sterminio/ delle terre all’incrocio delle/cooperative dei mari/ i soli a fare prestiti d’onore/ i venti serrati nei sacchi.” Ma è lo sfondo esistenziale di uno spaesamento, di una diversità che da intima diventa condivisa a imporsi: “Noi come tutti tascabili/ in edizione economica/ nella gloria dei nasi all’aria/ sgoccioliamo di albe/ cianfrusaglie di stelle/ di fiera sapienza e umiltà/ e lo spavento/ per le nostre ginocchia/ sterminate dal peso di dio/ e dai presidenti di Regione”. E nel vortice di questa germinazione inesausta, tra grumi lessicali, scontri sillabici, assenza quasi totale di punteggiatura, esplosione ed implosione dell’ordine sintattico e del senso stesso del dire poetico, caotico, a spirale, fuori asse logico, sdrucciolevole ma sempre di potentissima intensità si concentra una sorta di furore centripeto diretto al padre – “saziato da poesie/ e le sfoglia/ e le sferra” – che si fa preghiera chiara capace, alla Dickinson, di dire anche no. Fosse anche per trattenere soltanto “sul palmo della mano/ i tuoi occhi lavati.”

Anna Petrungaro (Cosenza 1958). È stata redattrice della rivista “Nosside – Quaderni di Scrittura femminile.” Ha fatto parte del laboratorio di Poesia e Arti visive del Comune di Cosenza. Ha collaborato alla rivista “Il Quaderno del Poeta (Quartiere Due)”. È presidente dell’Associazione Culturale Seminaria. Fa parte della redazione di “Capoverso – Rivista nazionale di scritture poetiche”. Ha pubblicato: “Ma fallisce l’anima?” (Pellegrini); “La Memoria Proverbiale” proverbi detti, filastrocche della cultura tradizionale calabrese; “La Tenera Mattanza”, poesie (Città del Sole). È presente nelle antologie “Quadernario Calabria – Almanacco di Poesia” (Lieto Colle) ed in “Sud – Viaggio nella Poesia delle Donne” (Macabor). Scrive fiabe, poesie e racconti in versi.

Autore: Giuseppe Condorelli

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