Cinema e realtà nei fratelli Lumière

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Cinema e realtà nei fratelli Lumière

L’uscita dalle Officine Lumière

E se i fratelli Lumière avessero inventato già tutto loro, fin da subito? Sappiamo bene che furono loro a girare per primi, non potendo fare diversamente, con il piano sequenza (definizione di molto posteriore). Ancora non esisteva il linguaggio cinematografico (Griffith ed Eisenstein ci avrebbero messo tempo ad arrivare…) e dover lasciare fare alla cinepresa significò andare già da subito a realizzare ciò che mezzo secolo dopo avrebbe teorizzato Andrè Bazin (per il quale, nel suo essere fuorviante nei confronti dello spettatore, il montaggio era addirittura “criminale”).

Dunque, coincidenza spazio temporale, e tempo reale che si insedia nell’immagine, fino a “infastidire” qualcuno che darà così il là alle prime forme di montaggio (quello poi criminalizzato dal succitato grande teorico della “Nouvelle Vague”). Dalla realtà alla finzione. Dal mezzo meccanico all’arte, si disse subito, già con Méliès. Il cinema, come tutte le arti figurative, divenne così rappresentazione della realtà. Fino ai fratelli di Lione era stato inteso come semplice mezzo di ripresa fenomenica del reale. Ma qui nasce il dubbio! Semplice ripresa fenomenica del reale o già da subito rappresentazione della realtà? Se andiamo ad analizzare il primo film della storia del cinema proiettato in pubblico, “L’uscita dalle officine Lumière”, realizzato da Louis e Auguste Lumière a Lione e presentato al Salon Indien del Grand Cafè, sito in Boulevard des Capucines a Parigi, in quella fatidica sera del 28 dicembre del 1895, molte sono le considerazioni da fare. La pellicola della durata di pochi secondi riprende con inquadratura fissa l’uscita dagli operai dalla fabbrica di strumenti ottici dei fratelli francesi. Un piccolo film fatto in casa, si potrebbe dire, sufficiente a documentare un evento banale e quotidiano.

Ma è soltanto documentazione di un’azione, di un gesto o c’è dietro qualcosa di più grande e significativo? Non mi riferisco, in questo caso, al miracolo laico che portò l’uomo a “vedersi” per la prima volta, e che già da solo sarebbe sufficiente a fare dei Lumière dei benemeriti dell’umanità. La querelle sta tutta nel capire se quei pochi fotogrammi sono “neutra” testimonianza di un evento o “inevitabile” rappresentazione di altro. Ovviamente, le intenzioni dei due ottici francesi erano soltanto tecniche e, dunque, neutre. Ma basta questo a sollevarli, oggi, dall’aver comunicato anche altro? Anche involontariamente, inconsciamente? Certamente, no! Siamo nel 1895, il movimento operaio si sta organizzando, così come i partiti di massa, e siamo in Francia, patria della rivoluzione di Robespierre. Il cinema stesso, arte di massa per eccellenza in tutte le sue possibili accezioni, non nasce per caso proprio adesso. Non c’è invenzione alcuna che sia mai nata per caso, dal nulla…Viene, dunque, spontaneo chiedersi perché i due fratelli lionesi, industriali, abbiano ripreso i loro operai proprio fuori dalla fabbrica e proprio nel momento più felice per loro, l’uscita dal lavoro…Perché non entrare negli stabilimenti durante l’orario di lavoro (allora non meno di 12 ore giornaliere e in condizioni notoriamente non agevoli) o non riprendere i lavoratori mentre entrano nella fabbrica la mattina all’alba? Cosa, peraltro, che i due fratelli non hanno mai fatto neppure negli altri diecimila film realizzati in giro per il mondo!

Certamente, parlo di un processo anche inconscio di rimozione che però, inevitabilmente, mette in scena, attraverso un clamoroso fuori campo, una visione della realtà tutta borghese, padronale si sarebbe detto fino a qualche decennio fa. Cui fanno eco, non a caso, le immagini allegre e serene degli interni borghesi di casa Lumière, dove furono girati altri due corti presentati quella sera della prima parigina, “La pappa del bebè” e “I giocatori di carte”. Dunque, tutto tranne che ripresa fenomenica del reale ma già piena rappresentazione, anche inconscia ripeto (ma cosa non lo è?) della realtà. La nascita del linguaggio cinematografico non determina la rappresentazione della realtà, la favorisce, la facilita, ma essa è già nell’occhio di chi utilizza un mezzo proiettivo del proprio essere, anche senza conoscerne ancora tutte le potenzialità.

La rappresentazione della realtà è il modo che tutti noi abbiamo di guardare e giudicare il mondo che ci circonda. Il cinematografo, nel senso lumieriano del termine, è strumento primordiale, naturale, ed il linguaggio cinematografico non fa che ribadire, anche fortemente e convintamente (vedi Eisenstein con il suo montaggio connotativo), questa natura primigenia e ineludibile di “vedere” la realtà. D’altra parte, il cinema tutt’altro che “neutro” dei Lumière nasce coevo a chi, anche indirettamente, ce ne diede una spiegazione: Freud, Kafka, Pirandello, Musil, tanto per fare dei nomi. Se vi sembra poco…

Autore: Danilo Amione

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