Intervista a Osac, il cane del Klondike

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Intervista a Osac, il cane del Klondike

 

Se siete tra quelli che pensano che ai cani manchi solo la parola, non ditelo a Romana Petri, potrebbe irritarsi ed interrompere subito ogni approccio comunicativo. Per la Petri i cani la parola ce l’hanno eccome, basta semplicemente saperla ascoltare e decodificare. Nel suo ultimo romanzo Il mio cane del Klondike, edito da Neri Pozza, la Petri racconta una storia bella e semplice in cui il dialogo tra essere umano ed animale è perfettamente possibile e praticabile. Non c’è dubbio che si tratti di una storia d’amore in piena regola, con tanto di languidi sguardi, di carezze date e ricevute, di abbandono e di sofferenza, di gioia e di promesse infrante. Quella tra Osac, cane di indomita bellezza e incontenibile forza, e la sua padrona, insegnante che vive una delicata fase di passaggio della propria vicenda umana, è una burrascosa passione e la donna appare subito disposta a lasciare che le proprie giornate vengano riplasmate da una presenza caotica, terribilmente affascinante, immediatamente indispensabile.

Con un meccanismo analogo a quello presente nel precedente romanzo Le serenate del Ciclone l’autrice guarda alla propria vita e ai sentimenti che hanno prodotto in lei lacerazioni e scarti esistenziali, con una fondamentale variante che determina la vera, grande svolta. In quest’ultimo lavoro lo specchio generazionale appare capovolto: il confronto non avviene con il Padre ormai partito per la sua tournée senza ritorno ma con il Figlio appena arrivato. L’indagine si dipana sugli aspetti meno fragorosi e più intimi di un’esistenza apparentemente scorrevole e piana che viene stravolta da due eventi tellurici: gli arrivi inaspettati del cane Osac e poco dopo di un figlio.

Risulterà subito evidente che l’attrazione totalizzante di Osac per la donna, che lo ha sottratto alla morte e ad un nuovo abbandono, non sopporterà alcuna spartizione del proprio oggetto d’amore, mentre sarà molto duro per la protagonista stabilire la gerarchia affettiva tra i due nuovi arrivati, ovvia certamente, ma non per questo meno impegnativa sul piano emotivo. Il senso di colpa è perennemente in agguato e quasi trasmesso per contagio al lettore che assiste impotente alla metodica e sistematica autodistruzione della belva nuovamente preda della sua nevrosi da abbandono. L’autrice si rivolge spesso al suo lettore, lo chiama in causa, lo costringe quasi a prendere posizione, a farsi un’opinione, ma con un cane come Osac tutto diventa più complicato. Osac sa macchiarsi di colpe gravi con la più assoluta disinvoltura, sa sbranare pecore innocenti e stuprare cagnette ingenue e fiduciose, eppure persino questa violenza riesce accettabile in lui, perché è parte della sua natura, perché non potrebbe fare altrimenti. Ma un figlio è un figlio, si impara ad essere madri ogni giorno, si giunge al traguardo della compiutezza dell’amore con la consapevole certezza che non può esistere niente di paragonabile.

Ad Osac, sempre nel cuore e nei pensieri della Petri, eccezionalmente, porgiamo un insolito omaggio: lo evochiamo e gli concediamo il privilegio di un’intervista, con la certezza che questo gioco non arrecherà alcun fastidio alla sua autrice. Lasciamo che sia lui a parlare, con quei suoni chiusi e gutturali attraverso i quali ha raccontato, in un breve e originale capitolo finale, la propria storia dal suo personalissimo punto di vista.

Freme e guarda in cagnesco – vorrei vedere, è un cane – ma si porge al microfono con aria da star.

Allora, Osac, cosa hai amato follemente della tua padroncina, del tuo Tsuoro?

Io preso niente. Non so, magnavo, quello che me dava prendevo. Bono. Felice, sempre. Canzuncella d’amore. Mi sembrava buona, avevo conosciuto solo omeni de fero e cattivi. Boncita era davvero, e dolece, pure paziente. Io, però, meglio di lei.

La gelosia è stata il tuo punto debole, in questo non sei diverso da alcuni umani….

Gelussia non conosco parola che non so. Boh, che è? Dovevo sta co’ issa. Me piaceva de stacce.  Ammorsicavo chi non vuleva. Contento, felice de stacce. Ma sempre. Poco e ogni tanto, no.

Lasciarti addomesticare  – nei limiti consentiti dalla tua natura selvaggia – è stato il gesto d’amore più grande che hai rivolto a Romana. Sono capaci gli uomini di gesti altrettanto grandi e soprattutto gratuiti?

Romana? E chi è? Io ho conosciuto Tsouro mio, altre de donne non so. Omeni ameno poco, ameno niente. Io come amo?  Boh. Amo. Non penso.

La tua fine ingloriosa, da cane vecchio e malato, annegato quasi tra i propri escrementi, ricorda la fine di molti umani costretti da mali incurabili a concludere i propri giorni senza la luce della dignità.

Volevo mori’ ammorsicato guerriero. Mica accusine.  C’avevo ‘na forza. Poi no, niente. Volevo mori’ ammorsicato, sparato, gnaccuso. Accusine. Quinozi, finisto, annato. Boh….E’ ita accussì. A sfraccielo, a faccia tajata, avvergugnata. Accussì.

Gli occhi umidi si posano altrove, su un passato doloroso ma di tragica bellezza. Naturalmente non ringrazia e si allontana, nero e terribile, torna nell’altrove da cui è venuto, lasciando nell’aria un sentore di polvere e pioggia.

In quest’ultimo, bellissimo libro della Petri l’olfatto è forse il senso dominante, alcune pagine intrise di odori sembrano imprimersi con prepotenza nella memoria del lettore, come quelle sul parto in cui l’aspro e ferino odore del sangue e degli umori materni si mescola al ricordo dell’afrore selvaggio del pelo lungo e bagnato di Osac. Profumano il cibo e il vento salmastro delle spiagge normanne, profumano i colori del fratello pittore (la famiglia della Petri, nelle figure del fratello e della madre,  si affaccia anche in questo romanzo in un’ideale continuità tematica e affettiva con il precedente) che per necessità diventerà padre adottivo della nera bestia ferita ancora a morte da un altro abbandono. Ed è giusto, quasi necessario in questo romanzo usmare l’aria e gli eventi e le emozioni; è così per tutti gli animali e l’autrice, che del suo cane ci lascia la voce e le parole, non avrebbe potuto trascurare le sue impronte olfattive senza subirne il tirannico fascino.

Come in tutte le grandi storie, la vita e la morte si incrociano, i destini si compiono, la sopravvivenza è affidata al ricordo e ai suoi custodi.

Autore: Agata Motta

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