L’antieroe sveviano Paul Sneijder

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L’antieroe sveviano Paul Sneijder

La nouvelle vie de Paul Sneijder

Regia di Thomas Vincent

Con Thierry Lhermitte, Géraldine Pailhas, Gabriel Sabourin, Guillaume Cyr, Hugo Dubé, Pierre Curzi

Canada/Francia, 2016

 

“La mia famiglia è una società anonima”.

Paul Sneijder

*

“Le tragedie hanno la peculiarità di immergerci in un tempo che non è quello di chiunque altro”.

E’ la battuta-chiave di un film – “La nouvelle vie de Paul Sneijder” di Thomas Vincent – dolente e lucido che affronta una piccola, tragica, storia ma per restituircene una più grande e più vera. Il protagonista è Paul Sneijder, maturo ingegnere, unico superstite dall’abisso della terribile perdita della figlia (da un precedente matrimonio), morta nell’incidente di un ascensore precipitato al suolo e del quale riesce a ricostruire gli attimi solo molto lentamente e a posteriori.

E’ l’evento che muta radicalmente il suo modo di vivere e di considerare la realtà, di approcciarsi agli altri e di riconsiderare l’idea stessa di relazioni interpersonali e di famiglia.

Già nelle prime sequenze  – all’interno dell’agenzia funebre che si è occupata della cremazione della figlia, con tanto di segretaria belloccia e sorridente ad elencare i servizi della “casa”, l’abominevole merchandising dei defunti – avvertiamo la distanza che separa Paul da tutto. Lui adesso vede ogni cosa con altri occhi – a tratti, per intensissimi flashback, naviga nelle sue pupille il volto della figlia e nella sua mente riecheggiano, lancinanti, le sue parole: “quando hai lasciato la mamma sono uscita anch’io dalla tua vita”.

Dolore, ricordi, sensi di colpa, amore paterno: sono tutti sentimenti celati sotto la “superficie” di Paul che agli occhi degli altri appare invece apatico, indifferente quasi. Solo la paura degli ascensori e l’ossessione per i loro sistemi di sicurezza si rapprendono in comportamenti claustrofobici improvvisi, violenti ed incontrollabili.

Paul è sotto assedio dalla moglie che lo spinge continuamente a contattare un avvocato per intentare una causa di risarcimento che potrebbe cambiare economicamente le sorti della famiglia e proiettare i figli verso studi universitari costosi ma di altissimo livello; sarebbe la scelta più logica, più normale: stabilire un prezzo al suo dolore. Lui tentenna, procrastina, incontra il legale ma non si mostra convinto: porta a spasso la sua solitudine per i viali di Montreal sferzati dal gelo.

Vive insomma in una sua personale distopia in cui i valori si sono “sovvertiti” per sempre: non più quelli della moglie, che non parla d’altro che di “mondo ad alto potenziale” e di “leadership societarie”, né quello dei suoi figli, stregati dal miraggio delle esclusive università americane per potersi inserire tra quelli che contano.

Paul allora sorprende forse anche se stesso. Rinuncia ad assegnare l’incarico al legale suggerito dalla moglie e si licenzia per impiegarsi come “dog walker”: sceglie cioè di portare a passeggio i cani degli altri. Stringe amicizie particolari: addirittura con Charles, l’avvocato della (possibile) controparte con cui divide gelide bevute mattutine e intensi dialoghi filosofici e con il suo giovane “capo” Benoit, appassionato di numeri primi. Insomma si trasforma in un perfetto “inetto” sveviano, in un individuo incapace di stare al suo posto in una società di cui riesce finalmente a smascherare i paradossi. Paul Sneijder adesso è ufficialmente – l’epiteto glielo affibbia la moglie, che lo vuole interdire, alla fine dell’ennesimo litigio – un “inable”: un perdente.

Fedele però alla sua “nouvelle vie”, Paul comunque rinuncia definitivamente al processo e alla possibilità di un risarcimento milionario con l’intenzione esplicita di sottrarre i suoi due figli “ad un futuro disumano da broker o da avvocati”. In questo suo percorso controcorrente sperimenta la più assoluta delle solitudini, lenita solo dalla presenza di altri perdenti: i cani che accompagna e accudisce – una in particolare, Charlie, abbandonata dal suo padrone perché non all’altezza di un premio canino – lungo i paesaggi gelidi e innevati della sua città.

E allora ci pare davvero che questo discretissimo personaggio appartenga ad una tenerissima schiera di antieroi, di “vinti” (aggettivo usato nella sua accezione straniante), di individui dimessi che improvvisamente sentono “fischiare il treno”: come quel Toni Erdmann, (protagonista de “Mi chiamo Toni Erdmann” di Maren Ade) certo assai più tragicomico di Paul, ma come lui lontano dall’efficientismo, dall’affermazione personale, da ogni possibile “business plan”. Se il primo vuole salvare la figlia dall’infelicità, Paul può porre rimedio alla tragedia della morte della figlia cambiando la sua stessa vita. Entrambi insomma, rifiutano di “spuntare una lista”, rigettano un mondo ostile, puntano il dito contro l’etica neoliberista che ha trasformato l’essere umano in un automa oeconomicus, ricusano l’idea che l’esistenza possa non solo essere monetizzata ma sfruttata per produrre ricchezza, potere e denaro.

Il lungo viaggio che sceglie di intraprendere dopo essere letteralmente sfuggito alla sua famiglia, non è solo interiore: imbarcato su una anonima nave cargo Paul giungerà in quella Dubai vagheggiata e salirà finalmente senza paure sull’ascensore più veloce del mondo del grattacielo Burj Khalifa fino alla luce piena che brucia tutte le sue paure.

“Dei milioni per una vita mi sembrano una cosa oscena”.

Autore: Giuseppe Condorelli

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