L’intimità onirica di Endre e Maria. ‘Corpo e Anima’ di Idelkò Enyedi

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Lintimità onirica di Endre e Maria. Corpo e Anima di Idelkò Enyedi

“La sua pelle è bianca
E io sono chiara come il sole.
Perciò, luce santa, risplendi sulle cose
che hai fatto.”

(Laura Marling, What he wrote)

“Fra loro è un’inquietudine e curiosità sovreccitata, è l’isteria di un bisogno di contatto e di conoscenza inappagato, innaturalmente represso e soprattutto una sorta di ansioso rispetto.”

(Thomas Mann, Morte a Venezia)

 

*

“Allora ci vediamo stanotte, va bene?”

Dice così Endre a Maria prima di tornare a casa, dopo il lavoro.

Poeticamente crudo e nello stesso tempo straordinariamente delicato e coinvolgente “Corpo e anima” della regista Idelkò Enyedi riflette sul significato dei corpi: sulla loro assenza, sulla loro ossessiva necessità, sulle loro mutilazioni e umiliazioni, sui sogni in cui si immergono.

Alle sequenze terribilmente normali di un macello di Budapest, dove si svolge la vicenda, il film ne alterna altre – apparentemente incongruenti – di lancinante bellezza: un cervo e una cerva che si annusano sullo sfondo di un bosco silenzioso e innevato. La “cultura” della natura e della naturalità contro la “barbarie” della macellazione, industrialmente pianificata, in un non-luogo assoluto: gli spasmi post-mortem, le tende di plastica macchiate di sangue, l’acciaio dei macchinari, le tute asettiche. Tutto il dispositivo dell’officina della produzione nel suo algido, sinistro splendore e, all’opposto, radure verdeggianti, laghetti immobili, i suoni discreti della natura su cui domina la coppia di cervi.

Maria è un’addetta al controllo della qualità. Intelligentissima, fredda e distaccata. Dietro i suoi gesti esatti, a volte scostanti – “inquietante” le sussurrano dietro al lavoro – svela una precisione ossessiva arroccata dentro una esistenza impersonale, dove ogni cosa è al suo posto, logicamente inquadrata. Maria è una donna che ha fatto dell’autoesclusione il principio della sua vita.

Endre è il responsabile finanziario del macello. Anche lui è un duro: almeno questa è la prima impressione. E’ avanti con gli anni, ha un braccio paralizzato. Non frequenta più nessuno da tempo, per scelta. I suoi atteggiamenti appaiono incattiviti dal lavoro ma l’arrivo di Maria lo sconvolge.

Dunque due solitudini urbane, speculari – dietro cui si intuiscono passati problematici e laceranti – che si notano e si annusano, proprio come la coppia di cervi che apre il film.

Le loro sere coincidono ma in luoghi diversi e lontani: la perfezione geometrica della disposizione del cibo sul piatto per Maria, la penombra rischiarata dalla televisione di casa che borbotta per Endre. Qualcosa però, improvvisamente, li avvicina, li mette in contatto. Prima sono solo sguardi veloci, quasi imprevisti. Poi avvertono un’affinità che non può essere ancora definita ma che monta costante, inesorabile e modifica il loro modo di percepirsi e di percepire la realtà.

Un banale test, somministrato in azienda, schiude loro l’imprevedibile: Maria e Endre si accorgono di sognare lo stesso sogno: sono proprio loro i due cervi che vagano nei boschi. Per i due è il massimo dell’intimità: da un lato i loro corpi “reali”, costretti nel mondo tangibile della prestazione e dell’efficienza, della decadenza e della bellezza – gli altri personaggi appaiono soprattutto come “corpi” o come conseguenza dei loro corpi – dall’altro la fisicità assoluta e immateriale del loro comune sognare: da questo punto di vista la sensualità e l’erotismo che emana “Anima e corpo” è davvero incontenibile.

 

Maria ha un sussulto, vuole “conquistare”, a suo modo, Endre. Prende lezioni di seduzione da una vecchia addetta alle pulizie, chiede aiuto al suo analista – testimone di un passato perturbato e oscuro – guarda pure un porno. Via via però che l’incontro si avvicina, cominciano ad aprirsi minuscole crepe nella loro monotona quotidianità e il desiderio di raccontarsi a vicenda diventa dirompente. La loro sarà una iniziazione all’amore sconvolgente e complessa, piena di incomprensioni tragiche, quasi definitive. Non si toccano: non ne hanno ancora il coraggio. Procrastinano la legge del corpo: si danno solo l’anima. Fissano i loro appuntamenti solo nella realtà onirica che li accomuna. Si riconosceranno, i loro stessi corpi si riconosceranno, supplendo vicendevolmente alle loro mutilazioni fisiche ed interiori.

La regia della Idelkò Enyedi è attentissima ai particolari, ai dettagli, ai minuscoli paesaggi privati, al non detto – Maria e Endre sono un film dentro il film – ed è costruita per sottrazioni, sorretta da una splendida colonna sonora: le canzoni della cantautrice inglese Laura Marling.

I due protagonisti costituiscono un valore aggiunto: Morcsányi Géza (Endre), che debutta a più di sessant’anni sul grande schermo e Alexandra Borbély (Maria), fascinosa e delicata (premiata all’European film award come miglior attrice).

A volte, fortunatamente, la vita è sogno.

Autore: Giuseppe Condorelli

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