Lo stato delle cose. Germania-Italia 2.0, ovvero “prendi i soldi e scappa”

  

Germania-Italia 2-0

 

Prendi i  soldi e scappa

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Due belle notizie dalla Germania: 1) Trovato l’accordo per la coalizione SPD e CDU-CSU; 2) Firmato il nuovo contratto dei metalmeccanici tedeschi. Per quanto riguarda la coalizione il nostro interesse si impernia sul fatto che l’SPD, nel richiedere i ministeri di Esteri e Finanze, preannuncia una politica di espansione per l’Europa tutta, notizia per noi ad effetti quasi diretti. L’accordo sindacale offre invece una forte flessibilità per i lavoratori “IG Metal”, che non sono (ad es.) dipendenti pubblici, che in Italia hanno, quando va bene, 60 giorni per rispondere; si tratta invece di operai delle fonderie (ed altro) che, come è noto, non chiudono mai ed i turni sono spesso rigorosissimi. La notizia è bella molto indirettamente, in quanto che  un operaio tedesco possa scegliere di lavorare dalle 28 alle 40 ore settimanali sembrerebbe essere un problema che non ci riguarda.

Quello che dovrebbe interessarci è che un operaio tedesco, che scegliesse di lavorare solo 28 ore, pur percependo una paga proporzionata all’impegno, raggiunge un salario molto superiore all’operaio italiano, che magari lavora settimanalmente 40 ore. Questa è una conseguenza del grande rispetto che in Germania si ha dei lavoratori, chiamati sempre alla (famosa) cogestione delle aziende. Anche per questo motivo la produttività delle aziende tedesche è in un rapporto di circa 4 a 3 con quelle italiane. Gli operai tedeschi “sentono” come propria la loro fabbrica, contribuendo pure al circolo virtuoso dell’economia, spendendo i loro decorosi stipendi.

Purtroppo non solo gli operai italiani sentono estranea la loro ditta; neanche i manager  hanno questo senso di appartenenza.

Difatti le imprese tedesche investono i loro capitali, mentre in Italia si lavora solo con i soldi delle banche, per poi queste ultime, in difficoltà, chiedere un “aiutino” da 60 miliardi allo stato. Inoltre la gran parte degli imprenditori italiani ha già venduto le proprie aziende agli stranieri, non preoccupandosi certo del destino dei lavoratori. Ultimissima la vendita di “Italo” agli americani. Sull’argomento non condividiamo il parere dell’economista Valerio De Molli che ritiene sempre ben accetto qualunque investimento.

 Nel caso in specie il governo aveva lavorato per la quotazione in borsa dell’azienda (concessionaria dello stato) ed invece ha fatto una bella figura alla Emilio Fede. Forse tutta la vicenda è stata un abile meccanismo per alzare il prezzo con gli americani: prendi i soldi e scappa (W. Allen). Invece la quotazione in borsa avrebbe portato soldi freschi all’azienda che avrebbe meglio lavorato, azzerando i debiti. Ma in questa ipotesi i manager avrebbero dovuto lavorare, tra l’altro “accontentandosi” soltanto degli stipendi.

Forse anche per questo l’Italia è in declino (per la prima volta nella storia la popolazione diminuisce): le aziende sono un mezzo per creare movimento di capitali, magari all’estero.

Autore: Francesco Nicolosi Fazio

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