Trittico, le tre “t” dello spettacolo calabrese – 1. Le tre vite di Leopoldo Trieste

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Le tre vite di Leopoldo Trieste

Era facile incontrarlo per le strade di Roma. Soprattutto se si sconfinava nella “sua” zona, quel rettangolo irregolarmente squadrato ed ingannevolmente pianeggiante compreso tra Porta Pia e Piazza Fiume. Si aggirava, d’abitudine, in quel quadrilatero che la Nomentana separa dalla caotica fascia di Castro Pretorio- ai suoi tempi rione Macao- solcato in basso dal maestoso e rettilineo viale Regina Margherita, circoscritto a nord dalla Salaria- ideale spartiacque rispetto ai Parioli- ed infine delimitato dalle Mura Aureliane e dal serpentone di Muro Torto rispetto al quartiere Ludovisi e a Villa Borghese. Una densa area di palazzi signorili fin de siècle, di ville liberty e di padiglioni industriali della Birra Peroni disposti intorno al popolare mercato ortofrutticolo di Piazza Alessandria, da cui si snoda un intrico di strade e stradine trafficate e umorose, fitte di botteghe e trattorie. Questo era il regno in cui si muoveva con passo sicuro ma, al contempo con fare circospetto, Leopoldo Trieste. Ci si imbatteva frequentemente in lui nella libreria antiquaria di via Ancona dove sosteneva dotte conversazioni con il vecchio titolare, negli appartati passaggi che collegano Villa Koch al “Goethe” e al “Cervantes”, istituti culturali rispettivamente di Germania e Spagna, o ancora tra il palazzone della Rinascente e l’elegante via Savoia, proprio dove crollò l’edificio che ispirò prima al giovane cronista Elio Petri e poi all’amico Beppe De Santis il film Roma ore 11. Ma le probabilità di incrociarlo aumentavano sensibilmente se si entrava in uno dei tanti cinematografi sparsi nei dintorni- Mignon, Savoy, Rouge e Noir, Europa, Gioiello, Empire, Rex, Holiday, Embassy- senza contare i “pidocchietti” parrocchiali ed altre sale ancora dai nomi più esotici e d’antan, nel tempo abbattute o trasformate tristemente in autorimesse, supermercati o sale Bingo.

Per un gioco del caso, Leopoldo Trieste abitava dunque sul limitare del quartiere Trieste, come viene chiamato dai romani per l’importante corso che lo attraversa. Prima, per un breve periodo, quando alla metà degli anni trenta si era trasferito nella capitale dalla natìa Reggio Calabria, per iscriversi alla facoltà di lettere, aveva brevemente alloggiato nella non distante zona di Piazza Bologna, proprio a pochi metri da dove risiedetti io da studente universitario quarant’anni dopo. Più tardi, negli anni della guerra, si trasferì per l’appunto in via Bergamo, dove fu raggiunto dalla madre vedova e dalle due sorelle, grazie al sostegno dello zio Turi Trieste, ufficiale di marina, uomo colto e apprezzato nel capoluogo giuliano, che fu per molto tempo il suo autentico mentore.

 Lo ricordo benissimo mentre gironzolava infagottato in un cappottone scuro d’inverno, oppure in completi bianchi o kaki nelle stagioni più calde, in tutto e per tutto identico a come lo si immaginava. L’aria allampanata, gli occhi basedowiani animati da uno sguardo febbrile, il volto scavato da una millenaria storia mediterranea, ma più alto, per via dell’origine mitteleuropea del ramo paterno tradita pure da nome e cognome, decisamente longilineo rispetto all’archetipo del meridionale tante volte incarnato nel corso di una carriera straordinaria e per molti versi, come vedremo, imprevedibile. Proprio così, giacché il nostro cambiò vita almeno tre volte, dimostrando una rara riluttanza all’inquadramento, ai recinti e ai ruoli sociali, al contrario da tutti considerati traguardi irrinunciabili.

Infatti Trieste, pur avendo rivelato da subito le qualità tipiche dello studioso brillante, quando il professor Pettazzoni gli prospettò la strada di ricercatore in etnologia, offrendogli una borsa di studio a Boston, questi improvvisamente rinunciò, ravvisando in se stesso l’assenza di una vocazione autentica. Anzi, ci volle l’intervento del suo professore del ginnasio, Michele Misiti, per convincerlo a laurearsi, dal momento che Leopoldo non voleva “sporcare” l’essenzialità del proprio nome facendolo precedere da un titolo. Fu sempre Misiti, forte delle sue aderenze politiche, a trovargli poco dopo un posto di supplente nel rinomato Liceo Classico “Torquato Tasso”, proprio a due passi dalla sua abitazione. Ma questa esperienza, risoltasi attraverso l’interpretazione davvero originale del ruolo di docente, lo convinse definitivamente della sua scarsa propensione per l’insegnamento. In realtà il giovane Trieste aveva scoperto in sé quello che all’epoca gli sembrava il suo vero amore, il teatro. Di pari passo con la scrittura drammaturgica, esplose in quegli anni una sua prepotente curiosità per l’umano che lo spingeva a spendere intere giornate vagando per le vie di Roma. Come il personaggio di quel famoso racconto di Edgar Allan Poe, L’uomo della folla, il nostro prese l’abitudine di pedinare chiunque lo incuriosisse, ogni volto dietro cui intravedeva una storia. Tale pratica veniva esercitata principalmente nei confronti di soggetti femminili, annotando indirizzi, piantonando i portoncini in cui sparivano le giovani fanciulle, scrutando le finestre da cui si affacciavano, quasi sempre ignare del fervore suscitato nel giovane calabrese. Questi aveva sostituito le sue sedi ancestrali- le montagne dell’Aspromonte, le foreste silane, il mare omerico di Scilla, il quartiere reggino di Calopinace- con un nuovo scenario, una giungla d’asfalto, seppure ancora distante dalle metropoli d’oltreoceano, anzi, decisamente più nostrano, diciamo pure all’amatriciana. Se apparentemente la sua curiosità verso gli uomini e soprattutto le donne, sembrava denunciare una incapacità a restare da solo, al contrario del personaggio di Poe, Leopoldo anelava alla solitudine più autentica e la ritrovava solo perdendosi nella folla di una grande città.

In cerca di incontri significativi, il giovane drammaturgo sfiorava i tavolini del Caffè Greco o di Rosati, raccogliendo frantumi delle voci di Cardarelli, Flaiano, Patti, De Feo, Brancati, probabilmente incrociando un altro calabrese, il cosentino Vincenzo Talarico. Non mancava un giro a via Margutta da Mafai, Turcato, Pirandello, Vespignani, Leoncillo, riservandosi una puntatina nello studio di Guttuso con l’amico poeta di Frascati, Lamberto Santilli, consumando come tutti, parcamente, una mezza porzione da Cesarino o da Menghi. Rifuggiva invece dai salotti letterari, lasciando cadere gli inviti di un altro conterraneo, Leonida Rèpaci, e di influenti signore come Maria Bellonci (animatrice del Premio Strega), Flora Volpini (compagna di Guido Piovene) o la contessa Elsa De Giorgi. Ogni serata era per lui preziosa solo se vissuta in piena libertà, aperta a nuove sorprese e ad imprevisti, forse pure a quei pericoli necessari al suo desiderio di emozioni. Ma nel rimanente tempo il giovane Leopoldo scriveva come un forsennato. Una dopo l’altra licenzia le sue prime pièces. Il suo debutto come drammaturgo avrà luogo a soli ventotto anni al Teatro Quirino di Roma nel 1945, con La frontiera, che registrerà un successo di pubblico e di critica, oltre a consensi autorevoli come quelli di Massimo Bontempelli, Guido Piovene, Orazio Costa, Silvio D’Amico, Vito Pandolfi e Renato Simoni. Nel foyer, accompagnato da Giulietta Masina, c’era un apprezzato disegnatore del Marc’Aurelio, il giovane Federico Fellini. Se per il regista è questo il loro primo incontro, secondo Trieste c’era già stato precedentemente un fugace contatto avvenuto nella Galleria Colonna, sede ufficiosa dell’avanspettacolo, dove aveva accompagnato una ballerinetta. La consacrazione come drammaturgo gli verrà l’anno seguente da Cronaca, inizialmente pensato per la compagnia Adani-Gassman, ma poi allestito con la regia di Mario Landi, compagno della prima ora.

Il destino però ha in serbo per Leopoldo un’ennesima svolta. Quasi per scherzo sarà chiamato da Federico Fellini quale interprete del suo film d’esordio, Lo sceicco bianco. Il regista romagnolo lo scelse dopo averlo visto negli improbabili panni di un prete messicano nel provino di un film, Sulla strada di Guadalupe, sbirciato per caso in una saletta di Cinecittà. Quella che doveva restare un’esperienza magnifica e unica, ebbe un seguito inatteso con I vitelloni. Come tutti ricordiamo, Trieste interpreta il ruolo di Leopoldo, un ingenuo aspirante commediografo di provincia ricalcato fin dal nome sulla sua personalità. Sul set il nostro fa amicizia con Moraldo Rossi, giovane di Mestre, fratello dell’attrice Cosetta Greco, approdato nella capitale come aspirante pittore e divenuto, invece, stretto collaboratore artistico di Fellini. È’ lui a dare il nome al personaggio principale del film interpretato da Franco Interlenghi. I due, Trieste e Rossi, prendono a frequentarsi assiduamente, condividendo tante passioni come il cinema, le arti figurative e, ovviamente, le donne. E’ proprio Moraldo Rossi a raccontarmi di quando Poldo, come lo chiama lui, cominciò a scorazzare con una Topolino FIAT attrezzata come una vera alcova per i suoi incontri occasionali. Ma pure di quando fu condotto da Trieste in una sala di seconda visione e trascinato in un applauso fragoroso e solitario sul finale di Viaggio in Italia di Rossellini, nel mezzo di una platea fredda e sconcertata. Secondo Rossi c’era nell’amico una vaga esaltazione che gli faceva vivere il godimento estetico e quello erotico come un’estasi mistica. In effetti, la settima arte aveva sempre esercitato su di lui una fascinazione particolare. Non a caso si era iscritto nel 1940 al Centro Sperimentale di Cinematografia, sebbene attratto inizialmente dall’opportunità di conoscere coetanee con la passione del cinema. Massimo Mida (all’anagrafe Puccini, fratello del regista Gianni), sceneggiatore e regista anch’egli, “compagno di strada” di Trieste a quei tempi, mi raccontava anni fa della singolarità felice e bizzarra dell’amico e di come questi frequentasse il CSC non come una scuola ma piuttosto in allegria “come un ritrovo di gioventù”. Naturalmente, dopo le prime affermazioni teatrali, il cinema aveva preso ad interessarsi di lui come sceneggiatore, soprattutto per drammi a sfondo sociale, come Gioventù perduta (1947) di Pietro Germi. Più tardi proprio a Cronaca si ispirò in veste di regista Claudio Gora per il suo Febbre di vivere (1952).

Ormai il dado era tratto. Grazie a Fellini, del tutto imprevedibilmente, era iniziata la sua terza vita, quella di attore. Sempre più risucchiato dal cinema, dal ritmo rutilante della sua produzione varia e copiosa in quegli anni cinquanta fervorosi e pieni di speranze, Trieste si distaccava irrimediabilmente e definitivamente dal teatro. Nel suo godibilissimo libretto di memorie, Un intruso a Cinecittà (ERI 1985), fin dal titolo conferma di non essersi mai arreso all’idea di appartenere definitivamente ad un ambiente e ad una categoria professionale, ma di aver continuato fino alla fine a sentirsi un estraneo, “un ladro nell’orto che si riempie il sacco e scavalca di nuovo il cancello”. In questo senso l’esperienza del set che si smonta dopo pochi giorni gli è molto più congeniale della convivenza, delle implicazioni e della ripetitività proprie dell’esperienza teatrale.

Nonostante le sue riserve, il cinema lo arruola a tempo pieno e in servizio permanente. Quando nel ’56 decise di mettere a frutto gli insegnamenti di regia appresi in via Tuscolana, passando dall’altra parte della macchina da presa, Totò che lo aveva voluto nei suoi ultimi film, lo ammonì: “Fate male a cambiare. Dovete fare l’attore. Voi tenete la maschera”. Il film d’esordio, pensato inizialmente come Nuvole basse e uscito poi come Città di notte, rimanda sin dal titolo ad atmosfere e ambienti noti al nostro come a pochi. Interpretato tra gli altri da Ivo Garrani, Patrizia Bini, Corrado Pani, Rina Morelli, Adriana Asti e Antonio de Teffè, il film riscuote una certa attenzione nella critica ma lo scarso esito commerciale rallenterà la sua carriera di regista. Per la seconda prova si dovrà attendere il 1960. Anche stavolta il titolo originario, L’assegno, sarà trasformato dalla società di distribuzione nel fotoromanzesco Il peccato degli anni verdi. Ne è protagonista il bravissimo Maurice Ronet, fresco dell’esordio di Louis Malle, accanto all’attrice corsa Marie Versini della Commédie Française e a uno stuolo di bravi attori italiani, Sergio Fantoni, Alida Valli, Corrado Pani, Evi Maltagliati, Grazia Maria Spina e finanche una giovanissima Raffaella Pelloni, poi Carrà. La distratta accoglienza ricevuta scoraggiò il progetto di una sua terza regia che pareva in cantiere alla Lux. Per contro, la carriera d’attore andava a gonfie vele, a dispetto dei suoi stessi pronostici. Grandi produzioni internazionali (L’uomo venuto dal Kremlino, Il segreto di Santa Vittoria, Caligola, Momo, Il nome della rosa) alternate a importanti pellicole drammatiche italiane (Un giorno da leoni, A ciascuno il suo, La vacanza, Enrico IV, Nuovo Cinema Paradiso, L’uomo delle stelle), opere prime (Erostrato, Il giorno dell’Assunta), commedie di costume (Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata, L’ombrellone, Il medico della mutua) accanto a titoli dichiaratamente più commerciali, filoni parodistici (Sedotti e bidonati), farse erotiche (Togli le gambe dal parabrezza, Trastevere), polizieschi (Il clan dei siciliani) e “polizziotteschi” (Roma drogata: la polizia non può intervenire), thriller (Ecologia del delitto, A Venezia un dicembre rosso shocking), kolossal d’autore (Le avventure di Gerard, Il PadrinoParte II ). Tardivamente ma prepotentemente Trieste approda infine al piccolo schermo.

Nel 1968 la sua presenza è continua e non può che richiamare l’attenzione divertita di quanti come me, a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza, consumano golosamente quella magnifica televisione. Nel giro di pochi mesi l’attore calabrese è prima Snodgrass, componente insieme a Mario Pisu, Guido Alberti e Gigi Ballista del quartetto protagonista de Il circolo Pickwick, lo sceneggiato che Ugo Gregoretti ha tratto da Dickens, scontentando con una narratività inusuale il pubblico domestico più tradizionalista, poi forma con Giulio Platone la coppia di colleghi goliardi e sfaccendati di Enrico Maria Salerno ne La famiglia Benvenuti, la serie diretta da Alfredo Giannetti, per anni stretto collaboratore di Germi, per tornare nelle vesti di un giudice accanto a Gino Cervi in Maigret e i diamanti, diretto dall’antico sodale Mario Landi, ed infine addirittura nel musical di ambientazione western Non cantare spara, diretto da Daniela D’Anza e con il Quartetto Cetra, Enrico Simonetti, Aroldo Tieri, Lina Volonghi, Tino Scotti, Nando Gazzolo, Luigi Vannucchi, Valeria Fabrizi, Folco Lulli, Renzo Palmer e Isabella Biagini. Neppure in seguito l’esperienza televisiva sarà avara di occasioni pregiate, dall’incontro col conterraneo Saverio Strati, da cui saranno tratti Un’estate, un inverno e Gente in viaggio, al Don Giovanni in Sicilia da Brancati, diretto da Guglielmo Morandi, interpretato accanto a Modugno, dal Processo di Kafka con la regia di Luigi Di Gianni a La mano sugli occhi che Pino Passalacqua ha tratto da Andrea Camilleri.

 Confuso per anni con i tanti personaggi di siciliano che ffollano il suo repertorio, Trieste con la complicità di Francis F. Coppola si prenderà la soddisfazione di ribadire la sua calabresità una volta per tutte di fronte ad un sorpreso Vito Corleone giovane (De Niro), nell’indelebile figura del signor Roberto, affittuario-usuraio. La sua terra lo ha ricambiato doverosamente, per una volta in vita, con due eleganti volumi a lui dedicati e pubblicati da Abramo per conto della Accademia d’Arte Drammatica della Calabria, in cui sono raccolti saggi e testimonianze di alcuni fra gli amici e gli studiosi più vicini.

La sua vicenda umana e artistica così lunga, varia e particolare ci rivela una personalità complessa e sfaccettata, inaccostabile a chiunque altro ma che a dispetto della sua acclarata estroversione e dell’impareggiabile loquacità, resta in ombra per larghi tratti. Forse tutt’al più resta rivelato il segreto della sua recitazione, quell’offrirsi con indefessa e naturale disponibilità ad ogni ciak, andando incontro e spesso oltre i dettami del regista di turno, sia esso Nanni Loy o Stanley Kramer, Dino Risi o Jerzy Skolimowski, René Clément o Nicolas Roeg. A Caulonia, non distante dalla sua Reggio Calabria, nel 2004 è stato istituito un premio a lui intitolato e dedicato agli attori non protagonisti. Ma Trieste che potrebbe essere considerato ingannevolmente un geniale comprimario, aveva la rara capacità di far lievitare certi personaggi a lui congeniali, sottraendoli così alla cifra del caratterista per espanderli e sviscerarli su un’ampia gamma di tonalità.

Alcuni tra gli amici più stretti gli hanno rimproverato in vita di non aver voluto porre le sue qualità di autore al servizio dell’attore. Lui che avrebbe potuto scriversi i personaggi, per un misto di orgoglio e modestia, ha sempre collaborato poco con il regista di turno, forse riservandosi di servire solo se stesso in qualità di regista. Altresì, è curioso osservare come pur essendo partito dal teatro, Trieste non vi sia mai ritornato in veste di attore nonostante i reiterati inviti di metteurs en scène del calibro di Fenoglio, Enriquez, Missiroli, Costa, Bene, Cobelli, Ronconi e le sollecitazioni affettuose di colleghi come Schirinzi, Satta Flores, Annamaria Guarnieri, Turi Ferro, per recitare grandi personaggi da grandi testi (Euripide, Goldoni, Cechov, Pirandello, Beckett). L’attore si è più volte schermito adducendo come giustificazione l’ulteriore complicanza di cui questo cimento, intrapreso in tarda età, avrebbe gravato su un quadro professionale già sovraccarico. Secondo taluni il teatro proprio perché vissuto come un’amore totale, in quanto vero, avrebbe finito col fagocitarlo, non consentendogli quei percorsi zigzaganti che in fondo hanno corrisposto al suo piacere di vivere. Insomma, l’ulisside Leopoldo Trieste ha rinunciato alle sirene proprio perché sapeva che quell’abbraccio sarebbe stato sotto certi aspetti definitivo e, dunque, per lui mortale. Federico Fellini interrogandosi sulla vera natura di colui che considerava uno degli amici più intimi e cari, confessava di non riuscire a capacitarsi di come quel giovane drammaturgo che con precoce professionalità dominava la pagina, ad un tratto avesse deciso di chiudere bottega, rinunciando alla sua creatività per lasciarsi scivolare sulle onde della vita. Gli riconosceva il merito assai raro di aver saputo sdrammatizzare quell’imperativo categorico di norma schiacciante per quanti si sentono investiti da una missione, lasciando quello che era stato il suo habitat naturale fino al giorno prima, per rimettersi in gioco in maniera edonistica e sorniona. In pratica, secondo Fellini, Trieste “riusciva a non far niente partecipando a tutto, interessandosi appassionatamente a cose che altri considerano marginali: i vagabondaggi, la lettura, i fatti d’arte, il grande mistero della donna, l’amicizia, le partite di calcio in televisione, l’essere informato di ciò che accade nel mondo”. E tutto questo lo avrebbe “immerso in una solitudine ritualizzata, sempre uguale, fatta di orari fissi e di abitudini invalicabili. Arrivando a negarsi al prossimo con il rigore del celebrante di un mistero orfico”. Ma ciò che più lo stupiva dell’amico Poldo era la costanza dell’umore, per cui non lo si vedeva mai malinconico o ombroso, per niente incline ai rimpianti, anzi sempre bendisposto e incoraggiante verso tutti.

Un piccolo, grande rimpianto invece ce l’ho io, ripensando a quando in un freddo pomeriggio d’inverno del 1987, nell’antico Caffè Fassi, in seguito incredibilmente raso al suolo, Trieste mi si avvicinò, al pari di tante altre volte nel buio di una sala, come ad uno sconosciuto. Ma stavolta non per scambiare una fugace impressione sul film appena visto, bensì credo perché attratto dalla mia accompagnatrice, una donna dai lunghissimi capelli neri e dai tratti vagamente mediorientali. Era l’occasione buona per intavolare una conversazione che soddisfacesse le innumerevoli curiosità che avevo accumulato nel corso della mia giovane ma intensissima vita da spettatore. Invece, tenendo fede ai programmi della serata, dopo poco prendemmo congedo da lui. Un errore di gioventù che lui mi avrebbe certamente perdonato ma che io considero oggi con la severità cui si pensa alle occasioni sciupate. Né vi pose rimedio un altro incontro di qualche anno dopo, a Bologna, durante il Festival del cinema ritrovato, in cui egli, forse con un certo imbarazzo, riconobbe nel giovanotto avvicinato qualche anno prima un “addetto ai lavori”. Ma la situazione ancora una volta non fu propizia poiché Trieste era l’ospite d’onore e dunque, giustamente, al centro dell’attenzione di tutti.

 C’è però un altro rammarico, più grande, che dovrebbe essere condiviso da tutti coloro che ne hanno apprezzato le doti non comuni. Mi riferisco al romanzo mancante, al libro mai scritto in cui Trieste avrebbe dovuto raccontare i suoi solitari pellegrinaggi notturni per strade, piazze e quartieri periferici della capitale e l’incredibile fauna scoperta nel corso delle sue perlustrazioni metropolitane, mentre gli altri dormivano. Sono in tanti tra coloro che gli furono più vicini a ritenere che gran parte di quelle singolari esperienze abbiano ispirato non solo il suo Città di notte ma si siano riversate in certe atmosfere de Le notti di Cabiria, La dolce vita e forse anche di altri film. Sarebbe stato bello ritrovare nella pagina scritta le suggestioni e i personaggi di quella Roma labirintica e impensata, da lui percorsa per anni a piedi e poi esplorata in auto, quasi fosse una batisfera con cui scandagliare i fondali di un oceano buio.

 

Autore: Ugo G. Caruso

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