Il Mito della Pergola. “In sua movenza è fermo” della Compagnia delle Seggiole: 300 repliche, 13 anni consecutivi, 20.000 spettatori

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Il Mito della Pergola. “In sua movenza è fermo” della Compagnia delle Seggiole: 300 repliche, 13 anni consecutivi, 20.000 spettatori

La Compagnia delle Seggiole

Un maestro di cerimonie in cilindro e sciarpa bianca, divertito quanto accurato, introduce gli spettatori nei meandri, nelle segrete del Teatro della Pergola. Perché una porta chiusa desta sempre curiosità, e dietro questa porta, in particolare, si nasconde una storia poco conosciuta che si fonde con la storia della città e dello spettacolo italiano, anzi ne rappresenta un aspetto essenziale.

Vediamo la botola di legno, che ancora oggi viene aperta tirando un cordino pendulo e inquietante, attraverso la quale le scenografie arrivano sul palcoscenico. Percorriamo il lastricato d’epoca, di pietra grigia consumata dall’uso, del Vicolo delle Carrozze, vera e propria strada che un tempo permetteva il passaggio del Granduca e della sua Corte e univa via della Pergola a Borgo Pinti creando un quartiere di 5.000 mq, una piccola città nella città, in tutto e per tutto autonoma:  vi erano sale da ballo col pavimento inclinato per le prove, alloggi minimalisti e muniti di “fuochi” per le maestranze e gli artisti ospiti, botteghe artigiane d’ogni sorta (mercerie, sartorie ecc.). Perché il costume era personale e a carico dell’artista, un abito base sul quale di volta in volta venivano applicati gli accessori adeguati allo spettacolo e al personaggio. Sostiamo pochi minuti nel Salone Granducale (adesso “Saloncino Paolo Poli”), un tempo adibito alle feste, la cui acustica, ottenuta con metodi empirici, è perfetta per la musica da camera.

La costruzione del Teatro fu avviata nel 1652 dall’Accademia degli Immobili (loro il motto “In sua movenza è fermo”) con idee estremamente innovative: forma ovale per la resa acustica e palchetti lignei sorretti da colonne. La Pergola ha consolidato nel tempo la sua vocazione lirica e musicale fino all’inizio del ‘900, per poi mutare gradualmente sino ad essere celebrata come uno dei massimi teatri italiani di prosa a partire dal 1965.

Si cammina in cunicoli e sale con una certa reverenza, e respirando piano per non disturbare gli spiritilli annidati sui pianerottoli, dentro i costumi settecenteschi, dietro angoli e curve, nelle orbite buie delle maschere sporadiche appese alle pareti. Ma le emozioni vere giungono dai fantasmi gentili che ci raccontano se stessi e le vicende del Teatro. La nostra Guida (Massimo Manconi), per cominciare, quando descrive il pozzo dei tintori, o si trasforma nel macchinista che azionava le macchine dei suoni: apparecchi leonardeschi capaci di simulare il rombo assordante di una tempesta shakespeariana. Tuoni, vento, pioggia battente, meraviglie artigianali per un pubblico che ancora sapeva immaginare.

Atrio delle Colonne

Si prosegue con Alessandro Lanari (Luca Cartocci), forse il più grande impresario che abbia avuto la Pergola. La figura si materializza con eleganza in prossimità dello scalone che conduce all’Atrio delle Colonne e, con passione sommessa dipana il filo dei suoi ragionamenti intorno al teatro. Una lucida, sottile febbre interiore lo spinge al coraggio, alla scelte poco popolari; a portare, per esempio, il Maestro Verdi a Firenze nel 1847 per il debutto del Macbeth, quando Shakespeare era un autore non troppo amato in Italia. Continua la storia il soprano Barbieri (Natalia Strozzi), bizzosa per il costume scucito e alla ricerca della sarta andata al matrimonio del figliolo. Con vezzi e finte seducenti da Mirandolina, legge il biglietto scrittole da Verdi, in cui il Maestro le manifesta la volontà di adeguare la musica del Macbeth alla sua voce brillante. Questa versione originale dell’opera (o meglio, adattamento dell’originale) non verrà mai più riproposta.

Un sentimento amaro tracima sul palcoscenico (così vasto da poter contenere un palazzo di sei piani) davanti ad Antonio Meucci (Fabio Baronti). Viene assunto ancora molto giovane alla Pergola, presentato a Lanari dal primo macchinista Canovetti. Diventa con orgoglio il “Sig. Meucci”, con un buon stipendio e un alloggio in teatro e inventa subito un antenato del telefono: un sistema di comunicazione di tubi di rame per collegarsi ai “soffittisti”, i macchinisti che lavorano al di sopra dello spazio scenico. Il suo primo amore però non sono le invenzioni, bensì Ester Mochi, sarta, ragazza garbata e appassionata. E’ lei a sceglierlo e sarà per la vita. Le parole di Baronti si bagnano della stessa luce che definisce un piccolo quadrato di ganci corde e intonaco scrostato. E’ un sole estivo da tardo pomeriggio, da agosto inoltrato, la forza un po’ attenuata dall’approssimarsi della sera. Ci porta dentro quell’incontro, dentro l’incanto di quel momento, ed è una dimostrazione di quanta poesia e trasfigurazione possano germinare in un’epifania evocata dal magistero artigianale.

Fabio Baronti

Anni dopo si trasferiranno a Cuba, poi a New York. Con una cognizione del dolore pudica e schiva, cercando di riparare i sentimenti e un accennato incrinarsi della voce distogliendo lo sguardo per una frazione di secondo, Fabio/Antonio ci confida – possiamo sentire il suo respiro smorzato dalla pena – di aver ideato il telefono affinché Ester, costretta a letto da una grave malattia artritica, potesse comunicare con le altre stanze. Qualcosa che ha cambiato le nostre vite, il modo stesso di intendere le relazioni umane, è scaturito da un estremo omaggio d’amore, prima del tramonto.

Ancora scossi ci ritroviamo davanti al camerino di Eleonora Duse, costruito appositamente per la Divina nel 1906 in occasione delle rappresentazioni di Rosmersholm di Ibsen. E’ la sarta della Duse, spuntando proprio dalla porta del camerino, a raccontarci la storia travolgente e a tratti esilarante di quell’allestimento. Agucchiando zelante, una Sabrina Tinalli che evoca l’affabilità ironica e l’acutezza popolare di Elsa Vazzoler, fa vivere davanti ai nostri occhi la figura della ieratica Attrice alle prese con il giovane, geniale, eccentrico regista e scenografo Edward Gordon Craig, marito di Isadora Duncan, e con le libertà che Craig si prendeva nell’inscenare il dramma. Non un salotto borghese, come indicato da Ibsen, bensì una specie di piramide egizia con mobili verdi, non una finestra piccola su un viale alberato ma una finestrona aperta su un’accozzaglia di colori.

Sabrina Tinalli

L’ultimo dei fantasmi gentili ci attende nel sottopalco ed è il capo macchinista Cesare Canovetti (Marcello Allegrini). Nello sguardo di Allegrini diventano riflessi di quarzo azzurrato l’orgoglio e la consapevolezza che il teatro lo fanno sì gli artisti, ma prima e soprattutto la dedizione e l’inventiva di chi ogni giorno crea e muove con precisione matematica i congegni scenici, la moltitudine invisibile di tecnici, falegnami, elettricisti, costumisti, che permette al teatro di vivere materialmente. Ci mostra il quadro luci costruito nella prima metà dell’Ottocento da Meucci, ci descrive il meccanismo di leve – da lui ideato – che sollevava la platea fino al livello del palcoscenico, per creare un salone delle feste (meccanismo che per via dello scempio provocato dall’alluvione del 1966 è stato inchiavardato). Quest’invenzione gli fu pagata un anno dopo, perché il Teatro è avvezzo a pianger miseria, e chi ci lavora ancor di più.

Marcello Allegrini

Ci accompagna all’uscita un piccolo dolore. Una nostalgia insidiosa e inevitabile per chi è nato o cresciuto a Firenze, imparando a considerare la Pergola una seconda casa, una scuola di vita e di cultura, un rifugio familiare, un modo di scoprire le proprie radici e nello stesso tempo di navigare per l’alto mare aperto di civiltà diverse. Nostalgia del tempo, irrimediabilmente perduto, in cui si veniva alla luce (interiore) sull’erba alta di Arcetri o guardando per la prima volta, presi da vertigine, il glicine pendulo in via San Leonardo.

luciatempestini0@gmail.com

Autore: Lucia Tempestini

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