Due ritratti di madri, fra sensi di colpa e argini simbolici

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IL FIGLIO SOSPESO

scritto e diretto da Egidio Termine

 

Se esiste una caratteristica comune nell’essere madri, essa sta nella difficoltà di accettare la propria creatura come “altra da sé”, come essere diverso che non appartiene più al corpo che lo ha generato. E quando il figlio non è il prodotto dei propri ovociti e della propria gestazione, come cambia questo senso del possesso? E se per volontà o per destino le madri diventassero due?

Il figlio sospeso, film scritto e diretto da Egidio Termine al suo secondo lungometraggio, mette in campo due madri per un unico figlio inconsapevolmente sospeso, quasi strattonato da un eccesso di amore da una parte e dall’obbligo all’oblìo dall’altra.

La percezione di incompiutezza del giovane fotografo Lauro (un maturo e convincente Paolo Briguglia), evidente nella goffaggine e nella timidezza, potrebbe inizialmente apparire come conseguenza dall’assenza paterna, ma lentamente si dipanano le altre “ragioni”, quelle occulte, grazie alla scelta di una focalizzazione per lo più esterna che consente allo spettatore di scoprire insieme con il personaggio gli eventi racchiusi sapientemente nei tanti flashback disseminati e sparsi ma facilmente riconducibili al loro ordine cronologico, nonostante lo scarso aiuto del trucco.

Il regista si pone dichiaratamente dalla parte del figlio e del bisogno di verità che appartiene ad ogni essere umano, ma nel farlo costruisce due brucianti ritratti di madri dolorose: quella biologica, costretta a cedere un neonato teneramente amato prima spinta da necessità economiche e poi da gravi problemi di salute, e l’altra, quella che avrà il compito di crescerlo dopo averlo disperatamente voluto anche a costo di inganni e compromessi.

La prima, Margherita, è interpretata da Gioia Spaziani, perfettamente calata nel ruolo di pittrice isolata dal mondo e un po’ meno a suo agio in quello della giovane incinta e tormentata dalla scelta che dovrà fare; la seconda, Giacinta, è Aglaia Mora, in sintonia con la sofferenza che accompagna il suo personaggio sin dall’infanzia e con la pena del senso di colpa. Il destino le rende entrambe precocemente vedove e ancora una volta lontane e divergenti nei compiti e nelle intenzioni: Margherita passerà la vita a costruire un argine altissimo alla memoria, e la villa nella quale si confinerà per dipingere le proprie nature ecologiche ne diviene il simbolo, Giacinta tenterà di nascondere con caparbietà le tracce di una verità scomoda per il medico che ha consentito un atto illegittimo nella propria clinica, per la parte mutilata e ferita della sé stessa bambina abbandonata e infine per il figlio che non dovrà patire alcun dubbio sull’amore che lei ha saputo confezionargli come perenne garanzia della sua presenza. Nei tristi guanti neri che il bambino prima e il giovane uomo dopo porteranno come un marchio fatale di diversità e di protezione (sotto si celano le deturparti ustioni dell’incendio che ha ucciso il padre) sembra racchiuso il senso stesso di una vita che non potrà compiersi interamente senza il disvelamento delle bruciature di un passato nel quale non possono esistere colpa né vergogna. E sarà proprio da un gesto lento e necessario, quello dello sfilarsi i guanti sotto lo sguardo complice della madre naturale, che partirà il processo di ricostruzione dell’Io sospeso del protagonista.

Nell’elemento equoreo presente nei sogni e nelle fantasie, Lauro invece ritrova sé stesso bambino e ritrova un padre costruito su misura, perfetto proprio perché inesistente: il mare diviene dunque il liquido amniotico della paternità interrotta, del dialogo mai avvenuto che solo la riappropriazione del passato potrà riportare sul terreno della possibilità e del verosimile. Non a caso la somiglianza tra padre e figlio è fortemente rimarcata tramite l’interpretazione affidata allo stesso attore: Paolo Briguglia subisce soltanto piccole variazioni fisiche ma restituisce con la gestualità e i timbri vocali due caratteri diversi e ben definiti, perché di quel figlio ad essere certo è solo il padre, “avrà il suo sangue, la sua pelle e la sua faccia”, sarà sottratto ad una madre e concesso in dono all’altra madre, condannata però quest’ultima ad un senso di esclusione perpetuo dal quale tenterà di liberarsi attraverso la cancellazione di quel breve segmento di vita che costituirà purtroppo un vuoto incolmabile nel figlio.

Il ritorno in Sicilia, alla vaga ricerca delle origini o per lo meno delle risposte ai dubbi insinuati dal ritrovamento di un disegno, si configura come un percorso di formazione tardivo, sollecitato dai diari materni che raccontano senza parole, utilizzando il linguaggio congeniale alla sua arte. A guidarlo nella terra d’origine, che si mostra bella come una successione di cartoline, ci sarà una collega (Laura Giordano) che potrebbe diventare più di un amica se non ci fossero l’ingombro del passato e la leggerezza di un progetto di vita finalmente realizzabile.

Il film non è esente da diverse incertezze nella recitazione, da qualche compressione narrativa e da un eccesso di simbolismi, ma si ricava la sensazione di un lavoro artigianale e pertanto sincero e intimamente meditato. Egidio Termine, presente in scena nel ruolo del dottore Gerani, pioniere di una tecnica all’epoca ancora d’importazione, attinge a luoghi familiari di indiscutibile fascino – Palermo, Capo Zafferano, Bagheria e Santa Flavia – e ad attori vicini per sensibilità e area geografica come i palermitani Paolo Briguglia, Laura Giordano, Consuelo Lupo, Claudio Ambrosetti, Federico Cimò e il catanese Giorgio Musumeci. Le musiche di Beppe Termine e la prodigiosa armonica di Giuseppe Milici si fondono con naturalezza con le immagini, specie nei momenti in cui la tensione cede il posto alle piacevoli parentesi lavorative a caccia di splendide ville da fotografare o allo svagato girovagare in cerca di una bibita da sorseggiare o di un panino da sbocconcellare.

Per chi appartiene a questi luoghi l’identificazione è fin troppo facile e l’ipotetica distanza con l’autore si affievolisce fino a scomparire. Per gli altri resterà pur sempre una bella storia da vedere e uno spunto in più di riflessione su una delle tante partite giocate dai genitori a carico dei figli senza fornire loro alcuna istruzione d’uso. Non si tratta di giudicare, infatti l’autore opportunamente si astiene dal farlo, forse soltanto di comprendere che in ogni caso il gioco va fatto a carte scoperte.

Autore: Agata Motta

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