Poirot indaga a vuoto. “Assassinio sull’Orient Express”, un film di Kenneth Branagh

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Che senso ha “rifare” un film di buona mano come quello di Sidney Lumet Assassinio sull’Orient Express (1974) tratto dall’omonimo libro di Agatha Christie per prospettarne attrattiva e suggestioni attraverso una più aggiornata congrega di “mostri sacri” – ieri capeggiata da Albert Finney (Poirot), Sean Connery, Ingrid Bergman, Vanessa Redgrave; oggi rappresentata da Judi Dench, Michelle Feiffer, Johnny Depp, Willem Dafoe, Penelope Cruz, oltre Kenneth Branagh (Poirot), anche nel ruolo di regista – tutti camuffati in varie fogge e invischiati più o meno ambiguamente in un caso di omicidio e altri momenti delittuosi?

Diremmo, piuttosto labile, pur se per fare un film di qualche spettacolare pregio non è questione di senso o non senso. Kenneth Branagh, personaggio di spicco irlandese delle scene scespiriane (sia come attore, sia come regista) e altresì autore di oltre quindici film (anche quale interprete), si è dato comunque il compito arrischiato, appunto, di cimentarsi con una versione della pièce di Agatha Christie e con sprezzo del pericolo impegnandosi personalmente per incarnare il supponente detective belga Hercule Poirot. Per realizzare simile impresa ha riscosso persino l’avallo di un produttore di vaglia come Ridley Scott e una dovizia di risorse cospicue, giusto per dare credibile aspetto alle intricate, esotiche traversie su cui Assassinio sull’Orient Express indugia per circa due ore (forse troppe).

Intento e gestazione motivati con diligente (seppure meccanica) pulizia formale-  il film marcia a passo ridotto come una serie di figurine giostrate in un abusato campo e controcampo di primi piani attoniti – costruiscono il tessuto connettivo vistosamente intricato ove i dati, i fatti d’un racconto “a chiave” non approda mai ad alcuna logica consequenzialità. E per una storia esplicitamente basata sui modi di un canonico thriller (impagabile al riguardo la lezione della Christie) l’esito del film di Branagh lascia piuttosto perplessi.

Un solo elemento traspare come influsso positivo nell’economia di Assassinio sull’Orient Express ed è costituito velatamente dal richiamo-rimando, avanzato dallo stesso Branagh. al vecchio film di John Sturges (protagonista un magistrale Spencer Tracy) Giorno maledetto (1955) ove un imbroglio criminale trova esemplare soluzione (catarsi) dopo una tensione drammatica parossistica e riparatrice. Ciò che, purtroppo, non avviene in questo remake certo dipanato con professionale correttezza espressiva, priva peraltro di qualche segno delle passioni anche cruente tirate in campo con refrattaria indifferenza.

Per quel che risulta, altrimenti, la successione degli eventi – dall’incipit colorato in una caotica Gerusalemme degli anni Trenta alle sequenze via via incalzanti dell’inizio del viaggio e del grave disastro tra le nevi dell’esotico itinerario dell’Orient Express – le cose si dispongono in un infittirsi di episodi e di strani casi non ben definiti secondo, parrebbe, un rituale kammerspiel ove figure e fatti si succedono informalmente a rappresentare non tanto uno scorcio della realtà ma soltanto una presumibile versione di un’avventura un po’ tetra.

 

In tale contesto, Hercule Poirot dietro i suoi baffoni pretenziosi e la sua eterna aria di impassibile deus ex machina tutto governa, decide, sancisce come un dispotico nume vendicatore. Intorno a lui, i menzionati “mostri sacri” (Dench, Feiffer, Depp, Dafoe ecc.) si atteggiano in pose e dialoghi convenzionali dando, nel complesso, vita ad una recita certo non memorabile. Dunque, ripetiamo, che senso ha “rifare” Assassinio sull’Orient Express? Nessuno o quasi. Se non l’ostinata presunzione di ripetere in peggio (con eccesso di virtuosismi ottici e paesaggistici, dati dalla computer grafica che non smetterà di “sbalordire”) quel che era già stato fatto e bene.

Autore: Sauro Borelli

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