Agata Motta -Fassbinder

Teatro      La sera della prima

 

FASSBINDER: CHI E’ L’ALIENO?

“Sangue sul collo del gatto” messo in scena da Umberto Cantone al Bellini di Palermo

Di Agata Motta

 

 

Per un autore come Fassbinder non ci sono mezze misure: o si ama, e allora si apprezzano le tematiche disturbanti, la lentezza estenuante, le ossessioni personali, o si odia, e allora si avverte una specie di fastidio che comincia a montare sin dalle prime battute o dalle prime scene, se facciamo riferimento all’esperienza cinematografica. Con “Sangue sul collo del gatto” – opera giovanile poco rappresentata dell’autore tedesco, in prima nazionale al teatro Bellini per la produzione del Teatro Biondo – il regista Umberto Cantone rivela chiaramente il suo amore per l’autore. La rispettosa aderenza testuale è appena tradita da una contestualizzazione spazio-temporale che ovviamente non può appartenere al testo. Non siamo più nei ribollenti anni ’70 con i loro imperativi sociologici e politici, ma siamo in un oggi che porta impresso il marchio della globalizzazione informatica, economica, affettiva persino. E, per giunta, siamo in Sicilia, anzi proprio a Palermo, visto che il macellaio può definirsi “carnezziere”, ma è un territorio desertificato, reso con uniformi colori sabbiosi nella scenografia di Pietro Carriglio, un’hamada di aride pietre dietro cui nascondersi, una distesa inclinata su cui imprimere il proprio vano passaggio, che assomiglia ad una scalata o ad una brusca ricaduta, o comunque il proprio peso, come giustamente concluderanno le parole finali dello spettacolo. Un’aliena giunge sulla terra per scrivere sulla fragile democrazia degli uomini; due colpi di pistola e il suono di una sirena la introducono, spaesata, incredula, diffidente, curiosa. Una processione di personaggi avverte subito l’impulso insopprimibile di svelarsi, di mostrarsi nuda nelle proprie irrisolte questioni, mentre un solerte fotografo, senza darsi la pena di occultare la propria presenza, fissa in fotogrammi-documento quelle impudiche rivelazioni, secondo la logica tutta contemporanea dell’esibizione narcisistica del sé, dell’intimità offerta in vetrina, attraverso cui mostrare corpi e anime mercificati dati in pasto al voyeurismo collettivo.

Ecco, allora, che il suggerimento scenografico sembra subire un capovolgimento: non sembra proprio che un’aliena sia approdata sulla cara vecchia terra, al contrario, sono gli uomini gli alieni atterrati su un imprecisato pianeta. E quel pianeta è abitato da un’ingenua fanciulla che tenta un’imitazione robotica dei gesti, uno scrutare minuzioso, attraverso il cannocchiale, degli stravaganti esseri appena incontrati, dei quali non comprende affatto le motivazioni e i conflitti. Sarebbe inutile soffermarsi sulle singole storie di ogni personaggio, perché quelle storie si scambiano tra loro, come le carte in un tragico gioco combinatorio, perché ogni personaggio si specchia nell’altro per trovarvi solo se stesso. E’ più giusto aggrapparsi alle parole, quelle parole che, assorbite, memorizzate e restituite a brandelli dall’aliena, costruiscono il senso, così come sono, svuotate della precipua valenza semantica e mescolate in una successione di significanti, cioè di puri suoni. L’uso brechtiano dei cartelli con la didascalia “repetita iuvant” e lo sguardo dall’esterno con il quale i personaggi osservano se stessi aumentano la distanza dal racconto, che diventa cronaca fotografica di un’umanità depauperata dei sentimenti e delle emozioni, di esseri viventi che possono considerare pregevole il rigetto di coinvolgimento sentimentale nelle relazioni e l’attenzione esclusiva per la propria persona. Su tutto si stende l’ombra lunga delle ossessioni fassbinderiane – la sottomissione e il sadomasochismo – quelle ossessioni che avrebbero poi nutrito i suoi film, dall’algido “Martha” all’inquietante “Querelle”, quelle ossessioni che Cantone mantiene raggelate nel vano – contenitore di un pianeta-frigorifero dentro il quale ognuno iberna se stesso nel più assoluto disinteresse per il vicino del ripiano accanto.

Il cast, però, è disomogeneo e altalenante sul piano della resa espressiva (emergono Cristina Coltelli, che, pur nel quasi assoluto silenzio, fa tesoro della competenza mimica acquisita con la lunga frequentazione della Commedia dell’Arte, Filippo Luna, che riesce sempre e comunque a lavorare con i suoi personaggi, Raffaele Esposito e Aurora Falcone) e non servono a costruire spessore certi acuti accorgimenti registici, quali il lancio iniziale dei volantini col volto dell’aliena in formato wanted, come nella migliore tradizione western, o la bella foto di gruppo finale che lega insieme i ritratti su tela dei personaggi, adagiati sul deserto scenografico (laddove ognuno porta quello dell’altro e non il proprio), e i personaggi veri, finalmente riuniti e realmente comunicanti, ma spiazzati dalle parole dell’aliena e infine da lei stessa annientati con un gesto forse liberatorio. Come si diceva, Fassbinder si ama o si odia, con i suoi limiti e la sua genialità, e Cantone, accettandoli, ha fatto la sua scelta.

Autore: admin

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