Anno XI, 21 | 11 | 2017
Francesco TOZZA- L'ambiguo governo del desiderio... ("La governante" di V. Brancati. Di scena a Salerno) PDF Stampa E-mail
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Il mestiere del critico

 

 

L ‘AMBIGUO GOVERNO DEL DESIDERIO

Immagine di copertina, Nessun testo alternativo automatico disponibile.

IN CATERINA LEHER

"La governante" di Vitaliano Brancati

Compagnia dell’Eclissi: con Marianna Esposito, Enzo Tota, Mario De Caro, Marco De Simone, Marica De Vita, Annalaura Mauriello, Giorgia Casciello, Felice Avella  Regia di Marcello Andria

Teatro Genovesi, Salerno

°°°°°

Non esito a dirlo e a ripeterlo: in quel piccolo spazio che è il Teatro Genovesi, a Salerno si stanno facendo cose tutt’altro che piccole! Si rivisitano, spesso con estrema cura, lacerti di una drammaturgia novecentesca (e di un modo di rappresentarla) che quelli della mia generazione ricordano come strumenti di una vera e propria educazione sentimentale, oltre che di una forse irripetibile formazione della loro cultura, avendo avuto, peraltro, la fortuna di fruirne nel Teatro Municipale della loro stessa città o al massimo nella vicina Napoli (al Politeama o al Mediterraneo, per le famose “Primavere della prosa”), nell’interpretazione delle migliori Compagnie del momento.

Per gli spettatori più accorti, quell’esperienza servì come indispensabile premessa all’ingresso nella c.d.  costruzione del nuovo, senza ideologici fanatismi, sterili steccati,  ma in una relazionalità dialettica, anche severa – se necessario – con le eredità del passato, che impedì comunque acritiche forme di nostalgia, ma anche conformistiche ed assolutizzanti accettazioni del presente.

Solo così le successive esperienze nello sperimentale si fecero esigenza permanente e forma effettiva di arricchimento nei confronti di un passato, da mettere magari temporaneamente anche fra parentesi, senza tuttavia definitivi e definitorȋ abbandoni dell’uno e dell’altro; come invece avvenuto proprio da parte di alcuni fra i maggiori rappresentanti della costruzione del nuovo, dimenticando che – dopo l’immenso potere della negazione – non può non profilarsi il ruolo della sintesi: lezione che la storia – anche quella del teatro – non può non impartire alle smemorate nuove generazioni ma anche alle vecchie, forse troppo indulgenti proprio con se stesse.

In questo lavoro di rivisitazione di un passato prossimo (forse ormai piuttosto remoto!), che non significa – è bene ripeterlo – inutile quanto impossibile ritorno allo stesso, ma diventa indispensabile premessa per una più solida presenza nel contemporaneo, senza pericolosi slittamenti in una riduttiva autoreferenzialità, quelli dell’Eclissi stanno offrendo testimonianze serie, con risultati artistici di sicura, crescente qualità: crescono nell’unico modo in cui si cresce, e non solo a teatro, cioè operando, facendolo – insomma – il teatro, e con l’evidente piacere di farlo. Per prenderne atto, basta andarli a vedere, togliendosi le bende dagli occhi, non più vittime di passate, ormai anacronistiche e inconcludenti gerarchizzazioni.

L’ennesima prova l’hanno offerta con la recente messa in scena di un testo degli ormai lontani anni cinquanta, La governante di Vitaliano Brancati, composto nel 1952, ma giunto sui palcoscenici italiani solo più tardi, a metà degli anni sessanta, quando fu abolita la censura che ne impedì a lungo la rappresentazione. Corremmo a vederla (giovane studente universitario, già da alcuni anni appassionato frequentatore di teatri; i ragazzi, allora, facevano anche questo!) al Politeama di Napoli, di cui si diceva all’inizio, una delle tappe della tournée di quel lontano 1965.

Interprete una splendida Anna Proclemer, vedova dello scrittore, con accanto un altrettanto bravo Gianrico Tedeschi, per la regia di un allora esordiente Giuseppe Patroni Griffi. Negli anni successivi – a prescindere da un’edizione televisiva del ‘78, con gli stessi interpreti principali (ora visibile su You Tube) – ci furono altre versioni teatrali della commedia. Non le abbiamo viste, però; onde il timore, in questa seconda visione, dopo tanti anni, di ritrovarci dinanzi ad un testo ormai datato e con un’interpretazione probabilmente imparagonabile (anche per il facile gioco della memoria!) rispetto alla prima.

Dico subito che non è stato così; e il merito è tutto di quelli dell’Eclissi. Una lettura assai scorrevole del testo, dovuta ad un’abile regia (Marcello Andria), attenta a ben calibrare la recitazione dei singoli attori e, attraverso questa, a sottolineare gli aspetti essenziali di una scrittura drammaturgica dove il grottesco e il tragico spesso si alternano, o felicemente convivono, ha abbastanza presto cassato l’immancabile  polvere del tempo, rivelando quel tipo particolare di attualità che i classici (La governante a suo modo lo è) sempre riescono a mantenere.

La vicenda ha il suo perno in Caterina Leher, governante francese, di formazione calvinista, assunta presso una famiglia, i Platania, di chiara estrazione borghese, proveniente dalla Sicilia e da anni trapiantata a Roma. Lei appare a tutti un modello di integrità, in particolare al capofamiglia, il quale mostra, non senza ironia (sua e dell’autore, ovviamente), i pregiudizi del mondo da cui proviene. Ma dietro una ammirabile riservatezza, Caterina nasconde la propria omosessualità, vissuta evidentemente come colpa, dati i tempi, ma anche la severa religione che professa; per cui non esita – anche per deviare possibili sospetti – ad attribuire alla giovane cameriera dei Platania, Jana, le proprie tendenze, causandone quindi il licenziamento. Quando giunge in casa la notizia della morte della ragazza, vittima di un incidente al suo ritorno in Sicilia, il padrone di casa corre a comunicarla alla governante e, involontariamente, la scopre in inequivocabili atteggiamenti con la nuova cameriera.

Interdetto, è tuttavia pronto a comprenderla, anche in ricordo del suicidio della propria figlia, causato anni addietro dai suoi pregiudizi. Ma è Caterina ormai a non assolversi, soprattutto per la calunnia nei confronti della povera Jana, per cui si suicida; i membri della famiglia Platania, uno dopo l’altro, ne scoprono il corpo, impiccato ad una corda, passando per l’uscio della sua cameretta; nell’attuale edizione un colpo di pistola comunica, da dietro le quinte, il tragico epilogo che la governante ha comunque dato ai suoi giorni.

Marianna Esposito è semplicemente straordinaria nel ruolo di Caterina: nei suoi gesti, nella sua sempre circospetta andatura sul piccolo palcoscenico (un interno da teatro da camera, questa volta più funzionale al carattere intimista della vicenda), nel suo sguardo attento e intelligente che sembra non tradire mai alcuna emozione, se non in quegli occhi appena umidi ma mai bagnati da lacrime che pur vorrebbero inondare un viso immancabilmente asciutto, e solo a tratti sorridente, per non tradirsi nella necessaria vita di relazione, c’è l’ambiguo controllo del desiderio da parte di Caterina. La quale difficilmente fa trapelare la sua nevrosi, forse solo nel bellissimo finale dell’atto primo, quando – di fronte alle ingenue, sincere manifestazioni di gratitudine della povera Jana, la “serva contadina” – esplode, dopo averlo già ripetuto, con quel suo (esasperato): “Ma non mi toccare”! Espresso con rara tensione e indicibile sofferenza.

Sempre bravo Enzo Tota, direi sapiente nel cogliere la bonomia del suo personaggio, il vecchio Platania, di cui coglie perfettamente una, per così dire, psicologia di confine, che non nasconde lacerti di una sensualità ormai repressa, forse ancora ammirata, anche se sottilmente rimproverata, nel figlio, e sa unire a una severità moralistica d’altri tempi una capacità di comprensione verso una diversità, magari ancora sentita come sventura.

Bene tutti gli altri, e ognuno merita una citazione. A partire dal giovane Marco De Simone che, oltre al fisico del ruolo (Il figlio Enrico) mette in luce quel residuale dongiovannismo, da Brancati stigmatizzato con ben più aperta ironia nei suoi romanzi, qui ancora guardato con implicita simpatia. A suo agio Marica De Vita, nell’offrire (con Elena, la moglie di Enrico) un ritratto di vanità intellettuale al femminile, forse ancora presente nei salotti di certo arrivismo borghese, con un bagaglio di sospetta ed ostentata stupidità!

Sufficientemente semplice nella sua parte Annalaura Mauriello, una Jana che sembra davvero non comprendere astuzie e contraddizioni del più complesso mondo in cui è stata gettata la sua originaria selvatichezza, senza tuttavia volerle o poterle abbandonare (l’atavico bisogno di lavoro delle donne del Sud); come assai presto capisce, nelle sue brevi apparizioni di fine commedia, la nuova cameriera, forse la più scaltra Francesca (Giorgia Casciello). Un piccolo cameo, quello offerto da Felice Avella, nel rappresentare un vecchio esponente di una Sicilia malavitosa, suo malgrado connivente e subalterno (il portiere, venuto a Roma per una testimonianza fraudolenta).

Qualche parola, infine, sulla parte dello scrittore, Alessandro Bonivoglia (a suo tempo, nella suaccennata edizione, affidata a Giorgio Albertazzi, qui sulle spalle meno solide ma già sicure del giovane Mario De Caro), sulla cui bocca Brancati mise giudizi assai severi sulla società del tempo e l’ambiguità di certi suoi intellettuali, cogliendo bene il filo che legava – e lega tuttora! – una moralità piuttosto farisaica e taluni atteggiamenti censorȋ: “Non solo non vogliono leggere o andare a teatro, ma vogliono essere sicuri che nelle commedie che non vedono e nei libri che non leggono non ci sia nessuna delle cose che essi fanno e dicono tutto il giorno”.

Forse, si potrebbe aggiungere oggi, lasciano pure che nelle commedie quelle cose si facciano e si dicano, tanto loro non se le sentiranno mai gettare addosso, perché, a teatro, continuano a non andarci!

 
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