Dante nell’inferno dei lager. Una rilettura di Primo Levi in vista della Giornata della Memoria

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Dante nell’inferno dei lager. Una rilettura di Primo Levi in vista della Giornata della Memoria

@ Loredana Pitino (22-01-2021)

Primo Levi

Se ogni anno celebriamo la “Giornata della memoria” lo dobbiamo a una precisa volontà dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che il primo Novembre del 2005 arrivò a una risoluzione con la quale veniva stabilito a livello mondiale che ogni 27 gennaio si ricordasse il giorno della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Russa (questo è bene sempre ricordarlo).

Da allora, ogni anno, si cerca di mantenere in vita la memoria dell’orrenda, disumana, crudele tragedia della shoah (questo è il termine che è più corretto usare, non quello di Olocausto che ricorda qualcosa di sacro, quando non ci fu niente di sacro), si cerca, cioè, di ricordare alle giovani generazioni, a chi non ha conosciuto e non ha ancora studiato gli eventi e il dolore immenso di quegli anni terribili.

Le istituzioni, i media, la scuola si adoperano con iniziative culturali e di testimonianza per far conoscere tutto ciò che accadde, i colpevoli, le responsabilità, le vittime, la storia collettiva e le singole storie di uomini, donne, bambini che subirono l’orrore di un progetto basato sullo sterminio e l’annientamento.

Lo strumento più efficace per accendere l’interesse delle nuove generazioni, alle quali si rivolge l’attenzione della scuola, è, senza dubbio la visione di alcuni film memorabili e sconvolgenti (ne potremmo citare tanti), ma anche la lettura, strumento più lento, più meditato dunque più utile in quanto più “permeabile” nelle giovani menti. Due classici su tutti vengono proposti sin dalla scuola media: Il diario di Anna Frank e Se questo è un uomo di Primo Levi.

Sono testi molto noti, sono i classici che da sempre abbiamo letto, forse li daremmo per scontati, eppure, tornare sul capolavoro di Primo Levi ci sembra necessario perché, ce lo ha insegnato proprio lui, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

Primo Levi è un autore che si è rivelato lentamente ai lettori. Il suo primo libro, Se questo è un uomo, fu pubblicato nel 1947, in un tempo in cui pochi avevano voglia di sentire raccontare gli orrori della guerra appena trascorsi e preferivano lasciarseli alle spalle per dedicarsi alla costruzione di un altro futuro.

Il libro nasce dalla volontà di testimoniare l’esperienza vissuta nel campo di concentramento nell’anno 1944-45, dove il chimico, partigiano Primo Levi fu deportato dall’Italia e dove lo trovarono, ormai quasi “non vivo” i sovietici che liberarono il campo, e con due obiettivi: superare individualmente il dolore di quell’anno terribile e mettere a disposizione degli altri esseri umani la propria memoria, perché tutti sapessero e perché nulla di simile potesse ripetersi.

Nella prefazione del libro, Levi conclude con un’annotazione che, forse, oggi, a più di settanta anni di distanza, sembrerebbe inutile o banale: “Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato”.

Allora, quando il libro uscì, poche persone erano consapevoli di cosa fosse accaduto, il processo di Norimberga era in atto, il mondo era occupato a ricostruire e ricostruirsi e per molti anni si cercò di nascondere, soprassedere. Infatti il libro ebbe successo dieci anni dopo, quando la casa editrice Einaudi ne comprò i diritti e lo pubblicò.

Il tema principale del romanzo non è tanto il racconto del lager col suo corredo di dolore e di morte, quanto quello della privazione della dignità umana, privazione alla quale sono sottoposti i deportati. Annientare i prigionieri prima della stessa morte, privarli del nome per eliminare anche l’individualità personale, sostituire al nome un numero tatuato e degradare ogni aspetto della vita umana, sottrarre il ricordo, rendere i detenuti uguali alle bestie, brutalizzare ogni forma di vita. Questa strategia, che viene attuata fin dal momento del trasporto – raccontato nel primo capitolo dal titolo “Il viaggio” – culmina nel lager con la narrazione della fame, della sete, della sporcizia, della violenza, dell’abbrutimento totale e mostruoso.

Per salvare la sua anima, se non proprio la sua vita, il deportato Primo, fa appello alla sua memoria, raccoglie tutte le energie che gli sono rimaste e cerca di ricordare il canto della Divina Commedia che aveva imparato a memoria, il XXVI canto dell’Inferno, il “Canto di Ulisse”. Lo fa per insegnare a un suo compagno di baracca, un polacco, di nome Pikolo, che non conosceva l’italiano, la lingua e lo fa, soprattutto, per testimoniare a se stesso che finché l’uomo potrà e saprà rinnovare in sé la bellezza della poesia e il valore morale delle parole altissime che questa mantiene, fino ad allora, anche in fin di vita, anche scarnificato dal freddo e dalla fame, sarà sempre, ancora, un Uomo.

Per questo recita a Pikolo quei versi, quelli di Ulisse, l’eroe omerico che Dante aveva trasformato nell’eroe della conoscenza, l’eroe che muore coi suoi compagni, per andare oltre, per superare i limiti, perché appartiene all’uomo l’anelito alla conoscenza che rende liberi.

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Primo Levi non era un intellettuale al momento della deportazione, non era uno studioso di letteratura ma a scuola, un istituto tecnico, aveva imparato a memoria i versi di Dante (bei tempi quelli in cui si imparava qualcosa a memoria, ndr…), ma Primo Levi che si fa scrittore dimostra di avere una straordinaria consapevolezza e perizia nel racconto. La testimonianza si fa meta-letteratura con l’inserimento di quel capitolo che illumina tutto il romanzo, lo riveste di un alone morale e che fa da collante a tutti i frammenti della memoria tenuti insieme. Così la narrazione si ricompone, si arricchisce della magnifica poesia iniziale che porta lo stesso titolo del romanzo e che contiene una esortazione iniziale (Voi che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case/… considerate se questo è un uomo/ …. Meditate che questo è stato), e una invettiva finale (O vi si sfaccia la casa/ la malattia vi impedisca/ i vostri nati torcano il viso da voi).

Tutta la scrittura di Levi ha un’alta qualità letteraria, fatta di lucidità, acutezza, esattezza. I toni sono vari, ma controllati, e gli appelli al lettore sono frequenti.

Per questo, per tutto ciò che abbiamo sottolineato, ancora oggi è necessario leggere Primo Levi, proporlo a scuola, rileggerlo per riscoprirlo anche se la letteratura mondiale in questi anni ha prodotto decine di testi, racconti e testimonianze sull’argomento ma questo, che insieme al Diario di Anna Frank, è stato fra le prime opere a cui è stata affidata la memoria dell’orrore, non sarà mai superato.

Per ricordare ciò che è stato e che, purtroppo, in altre forme, con altre vittime, si ripete ancora.

Autore: Loredana Pitino

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