Addio a Christopher Plummer, uno shakespeariano problematico

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Addio a Christopher Plummer, uno shakespeariano problematico

Anche Christopher Plummer, nato a Toronto il 13 dicembre 1929, se n’è andato, esattamente il 5 febbraio a 91 anni. Raffinato interprete di formazione teatrale, Plummer ha saputo imporsi con una recitazione di stampo classico, sostenuta da una classe e un’intensità non comuni. Protagonista accanto a Julie Andrews del celebre musical The sound of music (1965; Tutti insieme appassionatamente) diretto da Robert Wise, si è sempre mosso tra i diversi generi cinematografici con estrema naturalezza. Con il trascorrere degli anni è poi riuscito a reinventarsi con successo in significativi ruoli di comprimario.

Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia canadese, Plummer si trasferì nel 1928 con la madre a Montréal quando i genitori divorziarono. Cresciuto in un ambiente culturalmente molto stimolante, studiò pianoforte per diventare concertista. Finito il liceo, si iscrisse nel 1950 al Canadian Repertory Theatre di Ottawa dove in due anni interpretò ben settantacinque ruoli. Venne così notato dalla CBC (Canadian Broadcasting Company) che lo ingaggiò per alcuni radiodrammi. Nel 1953 fece il suo esordio sulle scene di Broadway per poi tornare in Canada e affermarsi nella Shakespeare Festival Company di Startford (Ontario). Forte della sua fama di grande interprete shakespeariano debuttò nel 1958 al cinema, accanto a Henry Fonda e Susan Strasberg, in Stage struck (Fascino del palcoscenico) di Sidney Lumet. Nel 1964 passò con disinvoltura dal Commodo di The fall of Roman empire (La caduta dell’impero romano) di Anthony Mann, a uno splendido Othello televisivo, diretto da Philip Saville. Raggiunto il grande successo di pubblico con The sound of music, interpretò nel 1967 il ruolo di una spia in Triple cross (Agli ordini del Führer e al servizio di Sua Maestà) per poi impersonare un re azteco nel mediocre The royal hunt for the Sun (1969; La grande strage dell’impero del sole) di Irving Lerner. Opposto al grande Peter Sellers in The return of the Pink Panther (1974; La Pantera rosa colpisce ancora) diede dimostrazione della sua versatilità nel divertente ruolo di un ‘incolpevole’ ladro. L’anno successivo prese parte, accanto a Sean Connery e Michael Caine, all’avventuroso The man who would be king (L’uomo che volle farsi re) di John Huston, per poi affrontare ancora una volta il ruolo di ladro nel giallo The silent partner (1979; L’amico sconosciuto) di Daryl Duke, dopo avere interpretato Sherlock Holmes in Murder by decree (1978; Assassinio su commissione) di Bob Clark, affiancato da attori come James Mason (Watson), Donald Sutherland e John Gielgud. Negli anni Ottanta si è segnalato con il personaggio dell’allenatore in The boy in blue (1986; Nato per vincere) di Charles Jarrott e con l’ambiguo reverendo di Dragnet (1987; La retata) di Tom Mankiewicz, senza però destare particolari consensi. Le sue caratterizzazioni del decennio successivo lo hanno invece riportato al successo, spesso in opere di grande valore. Il direttore della casa editrice di Wolf (1994; Wolf ‒ La belva è fuori) di Mike Nichols, il detective del notevole giallo, tratto da S. King, Dolores Claiborne (1995; L’ultima eclissi) di Taylor Hackford, e il folle virologo di Twelve monkeys (1995; L’esercito delle dodici scimmie) del visionario Terry Gilliam ne sono stati la dimostrazione.

Mai allontanatosi dalle scene teatrali, Plummer ha raccolto molti consensi con Barrymore one man show (1997), dedicato al grande John Barrymore. Ha quindi interpretato, accanto a Russell Crowe, il notevole thriller politico The insider (1999; Insider ‒ dietro la verità) di Michael Mann e poi A beautiful mind (2001), l’opera della definitiva consacrazione di Ron Howard. L’anno successivo il personaggio del doganiere nel dramma Ararat (Ararat ‒ Il monte dell’arca) di Atom Egoyan ha contribuito a consolidare la sua fama.

Ma è in Remember del 2015, sempre diretto da Egoyan e presentato alla 72. Mostra del Cinema di Venezia, che Plummer si è prodotto in un’interpretazione così potente da diventare testamento artistico. Il punto di forza di questo dramma metafisico è rappresentato dal consueto gioco di specchi allestito dal regista. Come in ExoticaChloe, Egoyan si interroga sui misteri della percezione e del ricordo, sugli inganni ed autoinganni. Zev Gutman deve compiere la missione più importante della sua vita: trovare e uccidere l’uomo che ha sterminato la sua famiglia ad Auschwitz. Inizia così ad aggirarsi fra i ricordi annebbiati dalla demenza senile e i personaggi, spesso grotteschi, che abitano le stazioni della sua vendetta.

Tuttavia la memoria può talvolta nascondere un segreto da cui la nostra mente cerca disperatamente di difenderci, e in prossimità della vecchiaia questo gioco sottile trova terreno ancor più fertile. L’identità può rivelare all’improvviso la sua natura di atroce, inconsapevole dissimulazione.

Autore: Redazionale

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