Eppure il Natale arriverà | Universo “Iperborea” (parte prima)

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Eppure il Natale arriverà | Universo “Iperborea” (parte prima)

@ Agata Motta (05-12-2020)

Selma Lagerlöf

Se avete voglia di esplorare ad ampio raggio la letteratura dei paesi nord-europei non esitate ad accostarvi alla casa editrice milanese Iperborea che propone titoli accuratamente selezionati in un accattivante formato lungo e stretto (10×20) che rende i volumi immediatamente identificabili e la lettura più riposante.  A piccoli passi Iperborea ha saputo conquistare un pubblico sempre più ampio puntando sulla qualità di offerte raramente deludenti che innescano nel lettore una sorta di fidelizzazione. Potrete dunque scegliere tra autori danesi, norvegesi, svedesi, islandesi, estoni, finlandesi, olandesi, belgi con la certezza che ne troverete almeno qualcuno di vostro gradimento.

Cominciamo con un autore cult svedese, Stig Dagerman, anarchico e ribelle come il protagonista del romanzo Bambino bruciato, che narra di una drammatica passione per la matrigna, donna matura e navigata che non sa opporsi alla fresca tentazione di un giovane corpo devastato dal rancore e dalla rabbia. Il lutto per la madre apre una voragine di dolore nel ragazzo che si lancia senza alcuna rete protettiva in un percorso autodistruttivo che ha il sapore della vendetta nei confronti dell’insensibilità paterna e dell’immersione in un nuovo grembo materno che non può offrire conforto ma aggiungere soltanto altra disperazione. L’esigenza insopprimibile di purezza e l’incapacità di adattamento alla vita che appartengono al giovane Bengt sono le stesse caratteristiche di cui è intrisa la parabola esistenziale dello stesso Dagerman, suicida poco più che trentenne.

I personaggi che ruotano intorno alla coppia sono poco più di ombre sbiadite (la fidanzata oppressa dal mal di testa e soggiogata dal fascino malato del giovane Bengt) o fin troppo vitali (il padre che ama i piccoli piaceri della vita e non sa rinunciarvi in nome di una superiore morale), ma il loro amore non basta a sanare l’ansia di assoluto di chi sembra votato alla sconfitta o ad una cinica e probabilmente precaria sopravvivenza. In realtà non si tratta di vero amore, questo appare chiaro ad entrambi anche nei momenti di divorante passione, ma di un sentimento malato che di esso assume le fattezze nel tentativo consolatorio di riempire vuoti e restituire significato a giorni che inseguono altri giorni senza costrutto fino a perdersi nella menzogna e nell’esibizione quasi teatrale del proprio dolore.

La candela, oggetto presente in modo ossessivo tra le pagine, è il simbolo del lutto  – per la madre, per la propria giovinezza, per i propri ideali – ma è anche quello della luce intensa che attira e che brucia, perché “non è vero che un bambino che si è bruciato sta lontano dal fuoco. E’ attirato dal fuoco come una falena dalla luce. Sa che se si avvicina si brucerà di nuovo. E ciononostante si avvicina.”

Restiamo in Svezia con Jerusalem un classico del primo Novecento di Selma Lagerlöf, autrice prolifica e colta, grande affabulatrice che attinse alla tradizione orale restituendone il fascino attraverso un linguaggio semplice e potentissimo, prima donna a vincere il premio Nobel della letteratura che le venne attribuito nel 1909.

Il corposo romanzo nacque dopo un viaggio in Terra Santa compiuto con la compagna e scrittrice Sophie Elkan, un viaggio fortemente voluto per seguire le tracce di un gruppo di mistici che, partito da un piccolo villaggio della Dalecarlia, si stabilì a Gerusalemme, la terra dove camminò Cristo, per aggregarsi ad una colonia americana nella quale avrebbero dovuto realizzarsi i più puri ideali evangelici. L’interesse dell’autrice fu inizialmente di carattere sociale e politico ma l’impulso personale di ricerca interiore fu probabilmente  l’elemento determinante che le consentì di indagare con serietà e trasporto i meccanismi alla base di una delle tante utopie che attraversarono il diciannovesimo secolo. L’utopia della Colonia Spaffordita (dal nome di Anna Spafford, madre delle comunità) era particolarmente severa e intransigente nella predicazione della rinuncia al matrimonio e al lavoro (elementi entrambi che la resero invisa e spesso aspramente attaccata dagli osservatori esterni) e ricordava per certi aspetti alcuni elementi delle “eresie” medievali sradicate con sanguinaria crudeltà dai pontefici dell’epoca, ma di sicuro esercitava un’attrazione irresistibile su quanti reputavano la propria esistenza priva di nobili finalità se incentrata sul guadagno e le transitorie passioni terrene.

Nel romanzo della Lagerlöf, i protagonisti del viaggio della salvezza sono descritti inizialmente nell’irrequieto avvicendarsi di piccoli eventi – innamoramenti, scelte morali, acquisti per accrescere il proprio patrimonio, ricerca di prestigio sociale – che cominciano a scardinare un sistema costituito di valori e di tradizioni, fino all’arrivo di un predicatore carismatico, Hellgum, che attraverso un’indefessa operazione di proselitismo getta il seme da cui germoglieranno scelte di vita laceranti destinate a lasciare segni indelebili sia in chi deciderà di restare fedele al vecchio sistema sia in coloro che, sedotti dalla sirena della redenzione, si metteranno in viaggio per compiere un percorso fisico e spirituale di rinnovamento nell’attesa del vicino compimento del regno dei cieli. La famiglia Ingmarsson, nell’arco di due generazioni, fungerà da fulcro narrativo e morale dell’intera parabola evolutiva della grande utopia rappresentata, una famiglia costantemente protesa al compimento del Bene ma costantemente schiacciata dal senso di colpa che inciderà sull’agire dei suoi membri anche a costo di immani sacrifici e di muto dolore.

Ad illuminare le vicende come un faro dalla luce mai attenuata è il dispiegarsi sovrano dell’Amore in ogni sua declinazione, quello per Dio e per Cristo naturalmente ma anche e soprattutto quello tra esseri umani che sanno tacere e rinunciare, che sanno cogliere quelle scintille di infinito che niente e nessuno potrà spegnere. La scelta del giovane Ingmar di rinunciare a Gertud, la ragazza teneramente amata sin dall’infanzia, per riscattare la propria fattoria attraverso un matrimonio portatore di grossi vantaggi economici costituisce uno dei momenti più alti e struggenti del romanzo, scelta seguita a distanza di anni da un viaggio di ammenda e riparazione che aprirà un varco magnifico a nuovi ed imprevisti sviluppi, quasi a sancire la complessità dell’animo umano e dei sentimenti che possono sbocciare nelle condizioni più avverse o trasformarsi per dar vita a nuove combinazioni in cui gli aspetti della dedizione paziente e dell’affetto tenace si rivelano vincenti e degni di essere accettati e gratificati. Altro elemento di grande fascino è costituito dalle avversità che si trasformano in opportunità, come il terribile naufragio, descritto con potenza pittorica, dal quale la superstite signora Gordon (La Spafford della finzione) trae l’energia per dar vita al suo grande sogno di salvezza collettiva, o l’imprevisto legame affettivo tra Gertud e Bo che riporterà Ingmar alla moglie di cui si scopre inaspettatamente innamorato e inaspettatamente ricambiato. E poi ancora le leggende, i sogni, le maledizioni, l’impronta calvinista della predestinazione, il rovesciamento del dettato luterano per cui non basta la fede senza l’indispensabile corredo delle buone azioni, i percorsi tortuosi che conducono alla Verità, sebbene essa suoni in maniera diversa a seconda della persona che pensa di possederla.

Di ogni personaggio, maschile o femminile che sia, l’autrice coglie emozioni e stati d’animo porgendoli al lettore senza enfasi, con una spontaneità e una naturalezza che inducono alla comprensione e all’indulgenza. Più delle parole sono le azioni a “rappresentare” ciò che è davvero importante, i dialoghi sono ampi e argomentativi per ciò che concerne l’esposizione della dottrina ma divengono asciutti e pudichi quando devono esprimere i sentimenti e le paure, le speranze e le illusioni perdute e ritrovate.

Gerusalemme, la città miraggio, il luogo primigenio da cui tutto ha origine e verso cui tutto si dirige, è un luogo di aridità e di arsura, di fame spirituale e materiale, di morte esibita e di vita adombrata, di maldicenza e avidità, centro di raccolta di sette sempre nuove e coacervo di religioni in netta contrapposizione, prime tra tutte quella cristiana e quella musulmana che si fronteggiano materialmente nella coesistenza di chiese e moschee che si rinfacciano i loro rispettivi meriti in un allucinato capitolo in cui il sensibile udito della signora Gordon,  acuito dal calore e dalla luna piena, ne registra le voci. Gerusalemme è anche la città dei miracoli, non quelli tramandati dal Vangelo che non hanno più un Cristo che li compia, ma quelli compiuti dagli uomini di buona volontà che riescono a dissodare un terreno avaro e sabbioso, che si prodigano per curare gli ammalati, che si riuniscono per cantare la grandezza del Creatore, che riconoscono l’amore e lo addomesticano affinché ne rimanga solo l’essenza più pura. Nell’arco di un paio d’anni, la Lagerlöf attraverso Jerusalem edifica un mito e lo consegna alla storia.

Ingmar pianse a lungo; quando alzò la testa, Gertrud era scomparsa, e dalla fattoria accorrevano a cercarlo. Batté il pugno sul sasso, e il suo volto assunse un’espressione dura e ostinata.

«Forse Gertrud e io ci incontreremo ancora», si disse, « e allora le cose potrebbero anche andare in modo diverso. Noi Ingmarsson finiamo sempre per ottenere quel che desideriamo con tutta l’anima.»

 

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Autore: Agata Motta

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