Eppure il Natale arriverà | L’Europa malata di Georges Simenon

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L’Europa malata di Georges Simenon

Particolare della carta geografica dell’Europa tratta dal Geographical Publishing Company’s Presidential Wall Atlas (Geographical Publishing Company, Chicago, 1933).

È un’Europa che sonnecchia sotto la neve, ma «scos­sa da bruschi e terrificanti sussulti», quella dei pri­mi mesi del 1933. Un’Europa malata, tanto che il medico, mentre la ausculta e le fa dire «33», ha un’aria preoccupata. Non è un medico, Simenon, non ha rimedi da prescrivere, ma ha il fiuto, la curiosità e la cocciutaggine del reporter di razza. E non esita ad attraversarla, questa Europa, dal Bel­gio a Istanbul, spingendosi fino a Batum e concen­trando la sua attenzione soprattutto sui «popoli che hanno fame»: quelli dell’ex impero zarista. Risoluto a ignorare le «cartoline illustrate», Simenon ci offre, sul continente negli anni tra le due guer­re, una testimonianza preziosa, fatta di immagini, episodi, annotazioni, dialoghi, scenari (alcuni dei quali torneranno, trasfigurati, nella sua narrativa). E non meno preziose sono le fotografie che scatta in viaggio, e che accompagnano il volume: perché an­cora una volta, nelle stradine ghiacciate di Vilnius come nelle desolate campagne della Polonia, nel­la Berlino che assiste all’incendio del Reichstag come nel sordido dormitorio dei poveri di Varsa­via, nello studio di Trockij sull’isola di Prinkipo come nel miserabile mercato di Odessa (e perfino negli alberghi di lusso delle grandi capitali euro­pee, popolati di sagaci portieri, stravaganti ban­chieri, ricche dame annoiate e nevrasteniche, truf­fatori e avventuriere di alto bordo), quello che in­teressa a Simenon è stanare l’«uomo nudo», e mo­strarcelo, come farà poi nei suoi romanzi, con compassione infinita e senza mai emettere giudizi.

Traduzione di Federica e Lorenza Di Lella.
Con una Nota di Matteo Codignola.

Georges Simenon

A Varsavia, dove ho cominciato a buttare giù questi appunti, nevicava a grossi fiocchi e, lungo i marciapiedi, gli argini gelati si ingrossavano di ora in ora, mentre alle porte della città combriccole di bambini sciavano o pattinavano. Probabilmente nevica anche a Londra, dov’ero due settimane fa, e orde di babies altrettanto imbacuccati si rincorrono sulla neve indurita di Hyde Park. Ieri ho lasciato una Bruxelles inzaccherata dalla neve sciolta, ma la campagna fiamminga aveva la magnificenza invernale dei migliori Bruegel e il sole cominciava già a squarciare le nuvole, annunciando la primavera. Nei pressi di Potsdam, poco fa, ho visto slitte trainate da pony e ho potuto farmi un’idea dello spettacolo che mi si presenterà domani in Lettonia. Tutta l’Europa, la piccola Europa, si ammanta di grossi, silenziosi fiocchi di neve, e le stesse strade, gli stessi campi, gli stessi cortili delle scuole si popolano di bambini infagottati in pesanti maglioni; nasi arrossati passano svelti sui marciapiedi, file di disoccupati aspettano davanti ai municipi per lavorare come spalaneve, e nei sobborghi vengono accesi bracieri per i poveri. La neve attutisce il rumore dei passi e delle voci. Attutisce gli urti. Ha un sembiante di pace. Eppure alcuni, qua e là, sono preoccupati, fremono impercettibilmente come se… Come se domani, scioltasi la neve e tornata nera e brulicante di vita la terra, dovessero correre verso frontiere di nuovo visibili. Ma questo non mi riguarda. Io sono partito con uno scopo più modesto, quello di vedere il volto dell’Europa di oggi. C’è stata un’Europa di prima del 1914, poi un’Europa squarciata dalle trincee e infine un’Europa del dopoguerra. Ma forse è ancora un’altra Europa questa Europa del 1933 che sonnecchia sotto la neve e che, come chi dorme male, è scossa da bruschi e terrificanti sussulti. In questa Europa mi interessava vedere i nostri amici. Qualunque scolaretto saprebbe recitare a memoria: «Gli alleati della Francia nel 1933 sono: il Belgio, la Polonia, la Romania, la Cecoslovacchia e la Jugoslavia ». Ma che ne sa quel bambino, che ne sa suo padre, che ne sa il suo maestro di un polacco o di uno iugoslavo? E il belga immaginato da un contadino francese ha qualche elemento in comune con un vero belga del ’33? Sono andato a far visita a tutti loro. Sono ancora in viaggio, e non busso alle porte dei ministeri e dei parlamenti, ma a quelle delle fattorie, delle case operaie e delle botteghe. In questa prospettiva vanno letti gli articoli che seguiranno.

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Autore: Redazionale

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