L’universo fra sogno e realtà di Mario Levrero: ‘La città’ ed. La Nuova Frontiera

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Il romanzo che sta per arrivare in libreria mescola più ingredienti: l’ambientazione è sudamericana, ma l’ispirazione è centro-europea, per l’esattezza kafkiana. Oggi esce La città, primo libro in assoluto di Mario Levrero, autore di culto uruguaiano e punto di riferimento per molti scrittori latinoamericani.

Nel romanzo che vi presentiamo oggi, il protagonista è alle prese con una casa in cui nessuno abita più da tempo. Le finestre sbarrate e l’umidità che si arrampica sulle pareti ne sono la testimonianza. Lui si sta preparando per passare lì la notte ma, prima di coricarsi, decide di uscire per fare la spesa. Fuori, la pioggia non dà tregua. Arrivato in strada si accorge di non sapere come raggiungere un supermercato. Inizia così a vagare finché, pensando di essersi perso, chiede un passaggio a un camionista. Il mattino dopo si ritrova in una cittadina che non conosce, retta da strane leggi imposte da una misteriosa e onnipresente Compagnia. Lasciare quel posto è impossibile perché né treni né corriere passano di lì.

Con un immaginario spesso accostato al Castello di Kafka, Levrero crea un universo perennemente in bilico tra sogno e realtà in cui il protagonista, alla ricerca di una via di fuga o di una spiegazione che gli sfugge sempre di mano, è tratto in inganno da un susseguirsi di falsi indizi, situazioni surreali e personaggi enigmatici.

La casa, a prima vista, non era stata abitata né aperte le sue porte e finestre da parecchi anni. L’interno era in ordine, sebbene conforme al gusto e ai bisogni dei precedenti inquilini, equivalente, per me, al disordine. Ma, voglio dire, non c’erano oggetti buttati a terra, e i mobili, in posti che per quanto potessero non essere i più indicati per la mia comodità, non intralciavano il passaggio, né erano collocati in modo insensato (come di solito succede, di trovare un comodino con l’anta rivolta verso il muro, o una cassettiera sistemata così vicino a un altro mobile che risulta impossibile aprire i cassetti). Forse prima di entrare, nel momento in cui ho aperto la porta, ho notato l’umidità; i muri e il soffitto gocciolavano, tutte le cose erano umide, come fossero coperte di bava, il pavimento scivoloso. E l’aria rarefatta, con odore di chiuso e di assenza prolungata di esseri umani. Il tempo non aiutava; da qualche giorno non si vedeva il sole, e cadeva senza sosta una sottile pioggerella e, di tanto in tanto, un acquazzone molto forte. La casa non aveva un impianto di riscaldamento; per il momento non sarei riuscito a liberarmi dell’umidità.

Collana Il Basilisco / traduzione dallo spagnolo (Uruguay) di Cinzia Imperio / progetto grafico di Flavio Dionisi / Pp. 160 / Euro 15,00 / ISBN 9788883733857

5 curiosità su “La città” di Mario Levrero

  1. Levrero aveva una passione sfrenata per Kafka e per il romanzo poliziesco. Come racconta Luciano Funetta nella prefazione di Lascia fare a me, “leggenda vuole che non passasse giorno senza che lo scrittore leggesse uno o più romanzi neri”, perlopiù libros de viejo, che acquistava nelle librerie dell’usato.
  2. La scrittura di Levrero, sempre a cavallo tra l’umorismo e l’inquietudine, si esprime con una prosa pulita, psicologica, che ritrae con sorprendente vivacità l’isolamento e l’alienazione dell’uomo moderno.
  3. Helena Corbellini (Montevideo, 1959) romanziera, poetessa e cara amica di Mario Levrero racconta in un articolo de El País che lo scrittore uruguaiano “vuole indagarsi e riconoscersi, […] e si mostra al lettore con sincerità”.
  4. L’oggetto della letteratura di Levrero era infatti spesso il proprio io, come dice lui stesso in un frammento di El discurso vacío: “La gente mi dice: “Ecco un argomento per uno dei suoi romanzi!”, come se io andassi a caccia di argomenti per romanzi e non a caccia di me stesso. Se scrivo è per ricordare, per risvegliare la mia anima addormentata, ravvivare la mente e scoprire le sue strade segrete […]”.
  5. La città (1970) appartiene a quella che lo stesso Levrero ha definito la “Trilogia involontaria”, nella quale si inseriscono anche Il Luogo e Parigi. I tre libri hanno in comune, senza alcun disegno iniziale, una certa unità tematica e persino topologica: i personaggi della trilogia abitano ambienti sospesi, pieni di ostacoli, in cui il sogno cede il passo alla minaccia e il fantastico appare tra le rovine del reale.

Abbiamo chiesto a Flavio Dionisi, che ha curato il progetto grafico, di raccontarci come è nata la copertina de La città. Ecco cosa ci ha detto:

“Il lavoro per la copertina de La città è stato stimolante e un po’ atipico. Trattandosi del primo volume di una trilogia, ho infatti dovuto tener conto di una visione più ampia che comprendesse anche le copertine degli altri due volumi della “trilogia involontaria” dell’autore uruguaiano. Il risultato doveva essere perciò appropriato per una copertina, ma anche omogeneo e attinente se pensato in relazione alle successive pubblicazioni.  Ho quindi immaginato un trittico le cui parti fossero autonome, ma anche adatte a comporre un’immagine coerente, se accostate l’una all’altra.

Naturalmente l’idea alla base è quella di un centro abitato. Per suggerirla ho fatto ricorso a soluzioni modulari che richiamassero l’idea delle strutture prefabbricate o anche dei Lego, se vogliamo.
Con la rappresentazione di strutture prive di porte o finestre ho voluto suggerire il contesto kafkiano, surreale e opprimente in cui si svolge il romanzo, con l’utilizzo di colori tenui e pastello, restare fedele alla leggerezza e all’ironia proprie del suo autore.”

Autore: Redazionale

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