Lo sguardo del vecchio. Gesualdo Bufalino nel centenario della nascita

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Lo sguardo del vecchio. Gesualdo Bufalino nel centenario della nascita

@ Loredana Pitino (18-11-2020)

Ricordiamo, come molti stanno facendo in questi giorni in cui ricorre il centenario della nascita, la figura di Gesualdo Bufalino, autore siciliano mai inserito nel canone letterario, malgrado numerosi riconoscimenti, premi letterari ricevuti, elogi di illustri colleghi come Leonardo Sciascia, e rimasto quasi confinato in una dimensione locale.

Nato in una provincia remota della Sicilia (come i più grandi autori siciliani, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, lo stesso Sciascia, Vincenzo Consolo),  a Comiso – la città teatro, come la chiamerà – dopo una trentennale carriera di insegnamento negli istituti superiori, ha esordito felicemente con il romanzo Diceria dell’untore solo nel 1981, quando aveva già sessant’anni.

Collaboratore del “Messaggero” e del “Giornale” ha tradotto Giraudoux e Baudelaire.  La sua grande matrice letteraria e ideologica è senza dubbio quella francese, le sue opere dimostrano un debito preciso e individuabile con scrittori come Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud, Bernados, Renan, Camus e, soprattutto, Proust.

Ha scritto prose di carattere prevalentemente autobiografico: Museo d’ombre, Argo il cieco ovvero i sogni della memoria, Il fiore breve ovvero le malizie della memoria, L’uomo invaso, il volume di poesie L’amaro miele, il testamento memoriale Calende Greche. Ha compiuto anche una breve incursione nel romanzo giallo con Qui pro quo e il romanzo storico d’inchiesta (davvero difficile da definire) Le menzogne della notte.

Da quell’esordio (in realtà sappiamo che aveva cominciato a scrivere poesie all’età di dieci anni) in tarda età scaturisce la cifra dello scrittore siciliano, quella di uno sguardo velato, lo sguardo “di un vecchio” (per parafrasare Ungaretti).

“Si scrive anche per dimenticare, per rendere inoffensivo il dolore, biodegradarlo, come si fa coi veleni della chimica”.

La scrittura come terapia, per un autore che ha fatto della malattia, del dolore e della morte, il suo fulcro di riflessione personale e universale, è stata il rimedio e l’evasione proposta per sé e per i lettori ai quali, in prima analisi, Bufalino non pensò affatto.

Il motivo principale della narrativa è il continuo viaggio nella memoria ridisegnata davanti ai suoi occhi e agli occhi del lettore con strutture narrative teatrali e multiformi e sinestetiche. Per questo la scrittura di Bufalino è ritenuta da tutti i critici e i lettori una scrittura difficile, arabesca, barocca. Leonardo Sciascia ha definito la sua forma quella di uno “sperimentalismo classicista”, perché il suo è uno stile intriso dell’evanescenza del passato e dei pensieri, intriso dei colori e dei profumi che nella sua psiche hanno lasciato il suo vissuto reale, il suo vissuto letterario e la sua terra, dove prevale la soggettività a scapito di una verità irraggiungibile, inconoscibile, inenarrabile.

Uno degli aspetti più interessanti e riconosciuti in Bufalino è la “resa del processo cognitivo” (G. Traina) che lo distingue nettamente dall’indagine lucida, rigorosa, illuministica, di Leonardo Sciascia.

Proprio il suo illustre conterraneo parlò di “pirandellismo invertito” perché il romanzo, in Bufalino, è come una lente di ingrandimento non sulla vita ma sullo scrivere: “Il romanzo e la vita allora, non concludono per eccesso di conclusioni possibili”. Sentì sempre l’urgenza di una ricerca esistenziale e a un certo punto della sua vita affidò la sua domanda di senso alla ricerca letteraria.

Amava descrivere gli spazi chiusi, claustrofilia è stata definita questa attenzione verso luoghi intesi come una tana: l’utero, i cinema di Catania, il sanatorio, il letto di morte. Anche quando descrive spazi aperti, come le strade di Modica in Argo il cieco, sono viuzze che si inerpicano in un dedalo onirico.

Forse per questo lo scrittore di Comiso approdò alla pubblicazione tardi nella sua vita, perché pensava a edizioni sibi et paucis, non solo per il primo romanzo, ma per tutta la sua produzione, “appena finisco di scrivere un libro penso subito a giustificarmene”

Forse per questo la lettura dei suoi testi risulta una sfida appassionante verso alti livelli di comprensione; oggi, in tempi di massima, disarmante, semplificazione, leggere la pagina di Bufalino, accettare la sfida della comprensione, è veramente regalarsi un’esperienza in una lingua che dimostra una potenza evocativa già a livello fonico prima che semantico, un’esperienza edonistica. Uno stile che ha sempre mal sopportato la distinzione tra prosa e poesia. Basti pensare che Diceria dell’untore era stato concepito dapprima come un prosimetro sul modello della Vita Nova di Dante (le poesie poi scisse saranno successivamente pubblicate con il titolo L’amaro miele).

Certo, non sappiamo se è possibile comprendere fino in fondo il senso della scrittura di Bufalino se non si conosce il profumo della Sicilia e di quella terra – in particolare la terra degli Iblei –  col suo retaggio antropologico e linguistico, condensato di secoli di culture e stratificazioni genetiche, ma anche geologiche.

Uno sguardo velato dietro le lenti, gli permetteva di guardare il mondo attraverso se stesso, prima di tutto intorno a se stesso; la solitudine, la malattia in età precoce, la paura della morte, l’amore sognato più che vissuto, il conforto della memoria, la lettura appassionata.

Nel 2009, al Teatro Stabile di Catania, fu messa in scena una trasposizione di Diceria dell’untore con la regia di Vincenzo Pirrotta e Luigi Lo Cascio (di straordinaria bravura allora). Ricordiamo ancora il pugno nello stomaco che quella rappresentazione ci sferrò e come quell’emozione ci spinse a recuperare una lettura che, forse troppo frettolosamente, all’Università avevamo (mea culpa) trascurato.

A proposito del cinema, abbiamo appreso dal recente convegno organizzato a Comiso dalla Fondazione Bufalino, in occasione del centenario, che il professor Gesualdo amava recarsi al cinema della sua piccola città di provincia, ma non amava fare tardi; per questo fu felice quando furono inventati i videoregistratori e le cassette VHS, per poter godere la visione dei film amati (soprattutto francesi) comodamente a casa.

La morte, come sempre ironica nelle nostre esistenze, arrivò improvvisa per un incidente stradale, su una provinciale tra Comiso e Vittoria, interrompendo un cammino che procedeva lentamente nella vita discreta e delicata, spegnendo lo sguardo “del vecchio”, chiudendo un cerchio: “O quando tutte le notti, per pigrizia e per avarizia, ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo, poi si rompe, strapiomba nel vuoto.” (Diceria dell’untore)

Autore: Loredana Pitino

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