Avanti Veloce – Della necessità (o dell’inutilità) del teatro

  

AVANTI VELOCE – Della necessità (o dell’inutilità) del teatro

 @ Loredana Pitino (21-10-2020)

Che cos’è uno spazio scenico? Si può ripensare ai luoghi della rappresentazione e si può portare il pubblico laddove non entra mai.

Con il progetto ideato da Silvio Laviano per il Teatro Stabile di Catania, Avanti veloce, lo sguardo dello spettatore è stato condotto delicatamente negli spazi adibiti all’aspetto tecnico, alle funzioni di supporto, alla preparazione degli artisti, al riposo e alla progettualità.

Se il teatro è magia, lo è sul palcoscenico, dietro il sipario e nella platea quando si accendono le luci. Ma la magia è anche, di più, altrove.

Nei camerini che profumano di cerone e di borotalco, di velluto e scarpe usate; nei magazzini che sono pieni di seghe e chiodi, dove si taglia e si dipinge; nelle sartorie colorate di stoffe, cappelli, nastri e maschere. E poi in alto, dove si avvolgono le tele e i sipari, dove si nascondono le luci e i tecnici, come funamboli, slegano americane e fanno scorrere scene.

Qui, in questi luoghi, quella magia si compie.

Da qui cinque attori hanno dato voce a cinque autori per un progetto corale visibile sul canale youtube, con cinque video della durata di cinque minuti ciascuno, e sarà proiettato nella sala piccola del Teatro “Verga” per tutta la stagione.

Il tema, comune, parte dalla riflessione, inevitabile in questi giorni, su cosa significhi quando un teatro chiude.

Il primo, A me stesso, su testo di Rosario Palazzolo, è recitato dallo stesso Laviano. A piedi scalzi, l’attore che si mette a nudo, cammina tra le cime, le carrucole, in alto sopra la palcoscenico, dove lo sguardo del pubblico non arriva mai.

Un ripresa in bianco e nero si concentra su Laviano che avanza lentamente e pronuncia il suo soliloquio angosciante, nevrotico. Si domanda “tu, per il teatro cosa saresti disposto a fare?” e poi rivolge la domanda a noi, a chi ama il teatro, a chi va una volta tanto, a chi lo snobba perché “attività non necessaria”.

Il secondo, Lo specchio, inquadra una donna, Barbara Giordano, che interpreta una delle figure marginali del mondo del teatro, una di quelle ragazze gentili e amorevoli che ci accompagnano al nostro posto, in platea o in tribuna, una di quelle che chiamiamo “maschere”. Lei si deve preparare per la serata ma… Ma nei camerini gli specchi sono stati tolti o coperti, un custode le annuncia che non c’è nessuno e lei scende tra le poltrone, in una platea mutilata con una serie di posti vuoti dove non ci si può sedere e vede tra sé, nella sua mente che si proietta all’esterno, una galleria di personaggi noti, riconoscibili, quelli che tante volte sono stati portati sulle tavole del “Verga” e che hanno fatto grande il Teatro Stabile di Catania: Ciampa, Antigone, Alcesti, Marianna Ucria, ecc.

Li accoglie tutti con uno sguardo velato di malinconia e pronuncia un auspicio nel quale si vuole credere: “Tra poco li rimettiamo gli specchi”.

Il terzo, Mattula, è una piccola favola, scritta da Luana Rondinelli ed interpretata da Alessandra Barbagallo che con un volto plastico, stralunato, diventa un patuffolo di polvere che si accumula quando nessuno pulisce più, quando i locali sono vuoti perché “lo spettacolo è stato annullato”. La polvere del palcoscenico sogna e ricorda eroi ed eroine, tragedie e commedie, storie e ruoli che anche lei, un batuffolo di polvere, ha interpretato. Perché, lo dice, “tutto è magia qui dentro, perfino la polvere”

Il quarto, Buio, è un’introspezione che indaga nell’anima di chi si dovesse trovare a recitare, a guardare attraverso il buio della platea a luci spente. Il testo è di Tino Caspanello e l’interpretazione che fa vibrare corde interiori è affidata ad Egle Doria, statuaria come una diva del teatro d’altri tempi, pirandelliana, scolpita in una maschera di dubbio e paura al pensiero di un teatro in silenzio, nero, al buio. “Io potevo sentire il confine preciso tra la mia pelle e l’aria”

L’ultimo Le sette forature di Lina Prosa, con Giovanni Arezzo che riveste il ruolo di un messaggero, “un Marco Pantani dell’Orestea” che porta orribili notizie e corre con la sua biciletta, fora le gomme ma, ansimando, arriva al teatro, bussa ai cancelli, ma li trova chiusi. E allora lui che ha faticato tanto, l’attore-nunzio, con posa tragica si domanda “Il teatro perché non è pronto?”

Una forma di sperimentazione, dove la nuova drammaturgia siciliana si è confrontata in questo progetto intorno alla dolorosa questione attuale: Della necessità (o dell’inutilità) del teatro.

AVANTI VELOCE – Della necessità (o dell’inutilità) del teatro

Progetto ideato da Silvio Laviano, con Giovanni Arezzo, Alessandra Barbagallo, Egle Doria, Barbara Giordano, Silvio Laviano su testi di Rosario Lisma, Rosario Palazzolo, Lina Prosa, Luana Rondinelli

Direzione Creativa Silvio Laviano

Director e Editing Giovanna Mangù

Autore: Loredana Pitino

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