La poetica narrazione dell’Oscuro. ‘Colpi di scena’ 2020, il Festival del Teatro Ragazzi di Accademia Perduta (prima parte)

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La poetica narrazione dell’Oscuro. ‘Colpi di scena’ 2020, il Festival del Teatro Ragazzi di Accademia Perduta (prima parte)

@ Amelia Natalia Bulboaca (29-09-2020)

Forlì 22-09-2020 – Edipo re di Sofocle è considerato il modello perfetto della tragedia greca e se oggi, nonostante tutto, la nostra civiltà ha ancora bisogno di teatro, si nutre di teatro, cresce e matura con il teatro, è una scelta dal potente valore simbolico quella di dare l’avvio a Colpi di scena, 11° edizione della biennale di teatro contemporaneo per ragazzi organizzata da Accademia Perduta – Romagna Teatri proprio con lo spettacolo Edipo. Una fiaba di magia.

Ma andiamo con ordine. Colpi di scena 2020 (la rassegna si è svolta dal 22 al 25 settembre 2020 nei teatri di Forlì, Faenza, Bagnacavallo e Russi) è stata un’edizione ricca e intensa con 21 spettacoli, di cui 10 ‘prime assolute’; ha coinvolto tutti i Centri di Produzione Teatrali dell’Emilia-Romagna e ha ospitato tante compagnie (anche da fuori regione e dall’estero). Sotto la sapiente direzione di Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, il festival che fino a poco tempo fa sembrava impossibile da realizzare nelle particolari circostanze che stiamo vivendo, si è dipanato invece sotto i migliori auspici, confermandosi come vetrina del Teatro Ragazzi dall’elevatissima qualità artistica. Parallelamente all’apertura normale delle scuole, cioè di una didattica ‘in presenza’, le porte del teatro si aprono così agli operatori ma soprattutto ai bambini e ai ragazzi a cui questi spettacoli sono indirizzati, per ribadire che il teatro dal vivo (l’espressione sarebbe pleonastica se non fosse stata già ventilata la distopica ipotesi di un Netflix della cultura) è ganglio vitale della vita collettiva e del patrimonio umano e tale deve rimanere.

Senza teatro non si dà umanità dunque, non si dà incontro, non si dà comunicazione, non si dà crescita. Il filo conduttore del festival sembra essere proprio quello dell’identità, declinata attraverso un lauto campionario di forme espressive spazianti tra: teatro di narrazione, di figura, d’ombra, teatro d’attore, pupazzi e oggetti, circo e danza contemporanee, musica dal vivo.

Teatro Diego Fabbri, Forlì – Il primo ‘colpo di scena’, ideato da Chiara Guidi della Societas Raffaello Sanzio in collaborazione con Vito Matera è una trasposizione in chiave fiabesca del mito di Edipo. Una domanda: Io chi sono? Spalanca abissi metafisici nei quali l’uomo, da millenni, sta arrancando a tastoni, sempre alla ricerca di un raggio di luce che squarci le tenebre almeno per un istante. Potrebbe sembrare un azzardo provare a raccontare ai bambini la storia di un incesto e di un parricidio ma l’impresa non solo riesce: lo spettacolo ha una carica poetica che irradia bellezza in tutte le direzioni. L’atmosfera è pregna di mistero e la luce filtra appena nella caverna di platonica memoria dove strani personaggi prendono vita per narrare l’inenarrabile, l’oscuro.

Edipo ha le sembianze di un giovanissimo soldato zoppicante con la stampella, dal viso innocente e raggiante. Sciolto l’enigma della Sfinge, squarciato il telo bianco/velo di Maya che segna e delimita il sapere dal non sapere, si addormenta su questa labile soglia come invano si sono addormentati nel sonno eterno milioni di giovani reclute sui fronti di morte delle innumerevoli guerre scaturite dalla follia dell’uomo. Carne da macello, spesso giovanissimi, ragazzi appunto, militi ignoti, esseri umani troncati da altri esseri umani ignari di tutto, nell’insensatezza generale. Io chi sono? E, sottintesa, l’altra terribile domanda, altrettanto insidiosa, enigma su enigma, nodi che si annodano su se stessi: unde malum?

Uno dei pregi di questo notevole spettacolo – oltre al puro piacere estetico della scena e della maestosità delle maschere, della poetica sonora e del chiaroscuro – è quello di avere trovato una consona chiave narrativa per avvicinare i più piccoli a tematiche così dense di significato. L’incesto si tramuta in parabola ecologica, nella quale Madre Natura è origine e principio, «madre e sposa di tutti»; il suo fertile grembo accoglie i semi che in essa dormono e dormendo, crescono, maturano e generano un frutto. Ci sono allora un bulbo e un tubero che dormono e sognano nel grembo ormai arido e sconsolato della terra e c’è un altro mistero da risolvere: di chi è la colpa, chi è l’infausta causa di tale desertificazione? Si deve avere il coraggio di «entrare» nella domanda, entrare nella verità e nella storia, preparandosi ad affrontare l’indicibile. La terra, contaminata dal sangue versato, non dà più frutti, è diventata landa desolata e inospitale. Il tema didattico-ambientalista ben si sposa qui con quello della colpa, che non è più solo colpa individuale, soggettiva, di Edipo – capro espiatorio, φαρμακός (pharmakos) come nel mito ma si allarga a tutta la collettività visto che il comportamento di ognuno di noi può contribuire al rigoglio o, viceversa, alla morte di Madre Natura. Nella caverna compaiono, un po’ alla volta, tutti i personaggi della tragedia: Creonte è un grosso uccello che indossa una ampia tunica e avanza con andamento regale, Tiresia è una talpa (naturalmente!), dalla testa e zampe enormi, il servitore del re è un asino e non mancano nemmeno il coro (costituito da rami secchi che ondeggiano all’unisono al suono di «Frush! Frush! Frush! Frush!») e un allegro ragnetto, dalla voce dolce e amichevole anche se un po’ confuso: il ragno tesse la sua tela come le Moire filano il destino degli uomini dagli inizi dei tempi. Continuare a interrogare e a interrogarsi diventa un imperativo, o meglio un insegnamento da tramandare ai nuovi semi, alle nuove generazioni, un atto di quotidiano eroismo (che nulla ha a che vedere con le vuote prodezze dei supereroi seriali dei cartoni animati ai quali i più piccoli sono assuefatti al giorno d’oggi). Anche se il bandolo della matassa non è stato ancora trovato, ciò che più conta è la testimonianza del nostro esserci, il coraggio di entrare nella nostra verità.

La fiaba di Edipo si conclude con una nota piena di speranza e di fede nelle virtù taumaturgiche del perdono – un altro valore al quale oggi, più che mai, siamo chiamati a educare i più giovani. Edipo impara la cosa più difficile che ci sia: perdonare se stesso.

EDIPO. UNA FIABA DI MAGIA

ideazione Chiara Guidi in dialogo con Vito Matera

con Francesco Dell’Accio, Francesca Di Serio, Chiara Guidi, Vito Matera, Alessandro Bandini

e con le voci di Eva Castellucci, Anna Laura Penna, Gianni Plazzi, Sergio Scarlatella, Pier Paolo Zimmermann

musica Francesco Guerri, Scott Gibbons

coproduzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

 

Teatro San Luigi, ForlìCON VIVA VOCE. La storia di Ivan e il lupo grigio è un racconto dal vivo di Bruno Cappagli che non solo presenta con grande maestria narrativa questa fiaba tradizionale russa (la troviamo nella raccolta di Aleksandr N. Afanasjev), ma diventa testimonianza del suo personale esserci nel teatro e nel mondo poiché la storia s’intreccia con la sua vita affettiva, con le sue radici che affondano nella lontana Russia, patria della sua bis bis nonna: «La bisnonna del mio nonno era russa e raccontava sempre una storia al nonno del mio nonno, che a sua volta la raccontava alla mamma del mio nonno, fino ad arrivare a mio nonno, e poi a me». Come in un gioco di matriosche (che sono effettivamente presenti in scena con la loro forte carica figurativa e allegorica), gli antenati di Bruno attraversano i secoli e le frontiere per materializzarsi in una canzone e in un racconto immortale. Lo spettacolo si apre e si chiude con la nenia russa le cui parole, anche se ormai incomprensibili, hanno tutta la forza di una formula sciamanica, di un talismano da custodire e condividere con chi avrà voglia di fermarsi e ascoltare il racconto dalla ‘viva voce’ del suo narratore.

La fiaba è la storia di un viaggio iniziatico, di un percorso di crescita e di formazione, al termine del quale, superate tutte le prove, persino quella della morte (nelle culture tradizionali gli iniziandi devono morire e risorgere ritualmente durante i riti di passaggio che segnano il loro ingresso nella comunità degli adulti), Ivan non è più un bambino poiché a ogni prova superata «è diventato un po’ più grande». Le fiabe, come i miti nella lettura strutturalista di Claude Lévi-Strauss, corrispondono a pochi modelli universali o strutture archetipiche che racchiudono i modi di pensiero, il patrimonio culturale delle comunità, vale a dire le loro definizioni della condizione umana e dello stare al mondo. Come in un palinsesto, strato dopo strato, si può entrare nella storia a livelli sempre più profondi: l’antica simbologia della fenice (l’uccello di fuoco), il lupo-spirito guardiano/psicopompo, Elena la bella e il suo simulacro che fanno pensare all’Elena della tragedia greca di Euripide ecc. C’è una ricchezza nelle fiabe popolari con cui nessuna forma di consumistico entertainment potrà mai rivaleggiare. Come nel caso della fiaba di Edipo, i bambini che ascolteranno storie come questa diventeranno non solo «un po’ più grandi» ma anche più ricchi di anima poiché sarà fornito loro un terreno fertile nel quale piantare le proprie radici e costruire le loro identità. Capiranno così che spesso, per ottenere qualcosa di importante dovranno sacrificare qualcos’altro (Ivan accetta di sacrificare il cavallo e in cambio di quel sacrificio ha inizio la sua incredibile avventura), che il mondo e le relazioni sono fatti di doni e di rinunce, di decisioni spesso dolorose e anche di errori, di bivi davanti ai quali bisognerà fermarsi e accettare coraggiosamente di correre dei rischi perché si dovranno compiere delle scelte.

Bruno Cappagli mantiene viva l’antica tradizione del cantastorie e offre al pubblico di piccoli e grandi un dono prezioso: entrando nella storia universale di Ivan si entra in diretta relazione con colui che la racconta, stabilendo un rapporto umano che, come un seme, germoglierà nei cuori di coloro che hanno ricevuto l’offerta e che, a loro volta, la potranno donare a qualcun altro. In questo passaggio ininterrotto di racconto a viva voce, di logos, c’è un sacro legame che ci accomuna come esseri umani. Il teatro diventa così anche il luogo di una ritrovata intimità familiare dove i genitori potranno (re)imparare a stare assieme ai propri figli, raccontando loro fiabe e aiutandoli a crescere.

CON VIVA VOCE. La storia di Ivan e il lupo grigio

Di Bruno Cappagli e Guido Castiglia – con Bruno Cappagli – collaborazione alla regia di Guido Castiglia – produzione La Baracca/Testoni Ragazzi

Autore: Amelia Natalia Bulboaca

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