La contrapposizione tra il sé e la maschera: il dualismo esistenziale. ‘Coffee & cigarettes’ di Jim Jarmusch

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La contrapposizione tra il sé e la maschera: il dualismo esistenziale. Coffee & cigarettes di Jim Jarmusch

@ Sandra Crowther (05-10-2020)

Coffee and cigarettes è una serie di undici cortometraggi girati tra il 1986 e il 2003 da Jim Jarmusch e usciti nel 2004. Diversi personaggi sono attori in altri precedenti film oppure sono artisti che in qualche modo ne hanno fatto parte, come RZA o Iggy Pop, compositori della colonna sonora di Ghost Dog: ciascuno è in qualche modo testimone della carriera cinematografica di Jim Jarmusch.

Coffee and cigarettes è come un gioco. “Puoi prendere gli attori – ebbe a dire lo stesso regista in una  intervista per SPIN – e riconfigurarli all’infinito” all’interno di una “metrica” di ripresa semplice che ricorre in tutte le gags: two-shot, single, single, over-the-table e che Jim Jarmusch ha teorizzato in The art of the short Fiction Film.

Le riprese dall’alto che inquadrano un tavolo (shot-over-the-table) escludono gli attori, chiusi in una incomunicabilità, da qualunque relazione con la scena. L’attenzione si sposta sui dialoghi, sui movimenti delle loro mani sulla tavola, sugli oggetti. Un effetto di continuo estraniamento. Una caratteristica principale del post modernismo nei film di Jim Jarmusch è la loro frammentazione. Con Coffee and cigarettes l’idea era quella di creare corti che potessero avere una vita propria ma che messi insieme potessero esprimere ciascuno una eco degli altri. I collegamenti reali e immaginari, la sperimentazione del mondo della parola e lo stile visivo sono ovviamente diretti contro il master-narrative di Hollywood, contro il plot perfettamente coerente e soprattutto contro l’illusione visiva della realtà: uno dei temi ricorrenti nei suoi film. In Strano a conoscersi (con Roberto Benigni) la cinepresa inquadra dall’alto un tavolo che ci suggerisce immediatamente una scacchiera. La sua forma corrisponde al diagramma del Vastu mandala, simbolo dell’esistenza, il vero “campo d’azione” delle potenze divine e dello stesso film.

Lo scontro raffigurato nel gioco degli scacchi avviene tra dèi e titani oppure tra angeli e demoni. Ma i personaggi di Jim Jarmusch pur essendo star del cinema o della musica, vengono sviliti, svuotati, a volte quasi caricaturizzati. Ciò che rimane di loro è una maschera. Questa simbologia è fortemente ripresa in Jack mostra a Meg la sua bobina di Tesla. I due ragazzi (two-shot) siedono ad una scacchiera. Jack (il chitarrista Jack White) abbandona la scena. Scende il silenzio. Si crea un’attesa, un preludio. L’immagine è dominante. La cinepresa inquadra (single shot) il mezzobusto di Meg (la batterista Megan Martha “Meg” White) che è sola, lontana, in qualche modo spersonalizzata. Percepiamo che la cinepresa ci sta traslando su un altro piano, verso un’altra dimensione. Ora dall’alto (shot-over-the-table) osserviamo Meg. Ma perdiamo qualsiasi relazione con la Meg personaggio. I capelli neri pettinati con una banda sulla fronte pallida. Un’immagine che emerge dallo sfondo buio. Lei che con un movimento lento e flessuoso, come una danza, cambia leggermente la sua postura e si mette in posa. Grazie al forte contrasto del bianco e nero, l’immagine è estremamente stilizzata permettendoci di osservare meglio il processo. Meg batte il cucchiaino sul lato della tazzina da caffè. Un suono intenso e prolungato. L’unico. E’ l’attimo che ferma il tempo e sospende la scena. Il passaggio è compiuto. Eccola, la maschera vivente del teatro tradizionale giapponese, la dialettica della contrapposizione tra il sé e la maschera: il dualismo esistenziale anche della nostra postmodernità. Lo stesso Bill Murray in Delirium afferma: “Ce l’ho la maschera, in un certo senso”. Dunque questa semplicissima “metrica” ha conferito alla scena un carattere minimalista riducendo la realtà ai soli oggetti sulla tavola. Il resto è su un altro piano e lo spettatore-osservatore è libero di scegliere a quale appartenere. Ancora una volta i personaggi sperimentano poco alla volta l’essere stati abbandonati dal mondo.  In Champagne Taylor (Taylor Mead) Jim Jarmush cita un lied di Mahler – I Lost the touch to the world – in cui il grande compositore comunica la sua solitudine esistenziale: “Sono ormai perduto al mondo […] tanto a lungo non ha saputo più niente di me che mi creda morto […] perché sono veramente morto al mondo”. E’ questo un altro tema ricorrente nei film di Jim Jarmusch: il mondo ignaro delle sue creature inconsapevoli a loro volta. In Nessun problema Isaach (Isaach De Bankole) ben due volte lancia i dadi sulla “scacchiera” come a riproporre la domanda sulla relazione tra Volontà e Destino: a chi il mondo obbedisce? L’intelligenza prevale sul caso – come nel gioco degli scacchi – oppure siamo guidati – i dadi – dalla fatalità? Isaach propone una risposta più grande del dilemma: “Credi di aver capito ma non hai capito nulla”.

COFFEE & CIGARETTES

Regia: Jim Jarmusch

Attori: Roberto Benigni, Steven Wright, Joie Lee, Cinqué Lee, Steve Buscemi, Iggy Pop, Tom Waits, Joe Rigano, Vinny Vella, Vinni Vella Jr., Renée French, E.J. Rodriguez, Alex Descas, Isaach De Bankolé, Cate Blanchett, Meg White, Jack White, Alfred Molina, Steve Coogan, GZA, RZA, Bill Murray, Bill Rice, Taylor Mead

Soggetto: Jim Jarmusch

Sceneggiatura: Jim Jarmusch

Fotografia: Tom DiCillo, Robby Müller, Ellen Kuras, Frederick Elmes

Montaggio: Jay Rabinowitz, Melody London, Terry Katz, Jim Jarmusch

Scenografia: Jim Jarmusch

 

Autore: Sandra Crowther

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