Vulnerabile bellezza, vulnerabilissima società

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Vulnerabile bellezza, vulnerabilissima società

@ Lisa Tropea (03-09-2020)

Quando i telegiornali omettono di raccontare pezzi di realtà e smettono di andare a cercare notizie su come proseguono le grandi vicende insolute del nostro paese, allora tocca ai film tenere alta l’attenzione sui fatti di cronaca, tocca ai registi documentare con il proprio sguardo quel che sarebbe materiale per un’inchiesta giornalistica approfondita.

Lo aveva promesso, Manuele Mandolesi, e lo ha fatto: ha raccontato la sua terra, le Marche, lasciandone intravedere anzitutto gli inattesi paesaggi mozzafiato sul Monte Bove (tra i Monti Sibillini), e ponendo al centro del racconto la mancata ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del 2016. Lo fa in punta di piedi e attraverso lo sguardo di una famiglia di poche parole: Michela e Stefano, la coppia di adulti che si occupano dell’azienda agricola orgogliosamente mantenuta florida, nonostante la distruzione che si è abbattuta nel loro comune (Ussita, in provincia di Macerata, uno dei più colpiti dal terremoto di 4 anni fa in Centro Italia), e Emma e Diego, i loro due figli, che non arrivano ai 6 anni e che passano da una sistemazione precaria all’altra, portando però con sé la dimensione del gioco e della scoperta in ogni situazione quotidiana che vivono. Senza retoriche, senza sentimentalismi. La famiglia nella sua quotidianità, nei limiti dati ai bambini, nelle conversazioni smozzicate tra marito e moglie mentre condividono il lavoro di allevatori che vogliono portare avanti e nel quale si riconoscono.

La famiglia Riccioni è al centro di questa ricostruzione incerta, dove quel che “fa famiglia” non è certo la casa quanto la scelta di restare nella propria terra, non è il mangiare “certe merendine” che crea il clima di casa quanto il raccontare le fiabe la sera.

È infatti una fiaba che fa da fil rouge narrativo, una favola che parla proprio del perdersi e del ritrovarsi, magari in una forma nuova, nonostante la caduta e anzi, proprio grazie a questa: è la storia del soldatino di piombo, che trova l’amore grazie al fatto di essere privo di una gamba, di una parte di sé. Ma si resta in piedi, anche se traballanti. E si continua a dare dei limiti ai figli, dicendo quei famosi “no” che aiutano a crescere e fornendoli così di fondamenta capaci di resistere ad ogni terremoto. Così, mentre la ricostruzione tarda a realizzarsi, vediamo il consolidarsi di una famiglia, e di un’identità che resta pervicacemente ancorata a quel territorio che trema e che frana: una cura senza tante moine, dove però ogni pecora è seguita con la giusta e quasi evangelica attenzione e non si lascia indietro nessuno; un’azienda a conduzione familiare che si rinforza, anche dove le istituzioni latitano e non forniscono risposte solide; una donna che viene premiata per il suo lavoro e per la sua tenacia imprenditoriale, sostenuta da un uomo che accetta di essere gregario e non necessariamente protagonista al centro della scena.

Il progetto di Mandolesi e della sua casa di produzione viene a dirci, con umiltà, quanto la vulnerabilità amplifichi la bellezza, diventandone elemento costitutivo, quasi come la caducità di certi momenti li rende inspiegabilmente e fuggevolmente felici, proprio mentre la società dell’immagine crea modelli irraggiungibili e fragilissimi nella loro impossibile e indiscutibile immutabilità. Proprio mentre anche il giornalismo insegue gli ascolti e rinuncia alla sua funzione critica di spina nel fianco del potere. Chi farà da pungolo a chi non ha memoria nemmeno di macerie ancora fumanti? Il timore è che un piccolo per quanto poetico documentario, nonostante i riconoscimenti ottenuti, non possa avere la stessa funzione nella nostra vulnerabilissima società.

VULNERABILE BELLEZZA

Regia: Manuele Mandolesi
Anno di produzione: 2019
Durata: 75′
Tipologia: documentario
Paese: Italia
Produzione: Respiro Produzioni

Con:Michela Paris, Stefano Riccioni, Diego Riccioni, Emma Riccioni

Autore: Lisa Tropea

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