Il fiore rosso della felicità. ‘Little Joe’ di Jessica Hausner, Prix d’interprétation féminine Cannes 2019 a Emily Beecham

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Il fiore rosso della felicità. ‘Little Joe’ di Jessica Hausner, Prix d’interprétation féminine Cannes 2019 a Emily Beecham

@ Agata Motta (13-08-2020)

Un caschetto di capelli rossi e uno sguardo mite e innocuo, il fisico esile come quello di un elfo. Si presenta così Emily Beecham, vincitrice del Premio all’interpretazione femminile al Festival di Cannes 2019, nel ruolo di Alice, una fitogenetista che lavora con un’équipe di scienziati alla creazione di un fiore che dovrebbe innescare una vera e propria rivoluzione sociale ed economica per le proprietà terapeutiche del suo profumo.

Little Joe, in uscita il prossimo 20 agosto, è un delizioso film, diretto con rigore e forte senso estetico dall’austriaca Jessica Hausner, che al di là delle etichette di genere che gli sono state attribuite (distopico, fantascientifico) offre innumerevoli sollecitazioni etiche, un impianto fortemente metaforico e un’atmosfera paranoica che non sembri assurdo definire elegante e stilizzata.

L’ambientazione è londinese, ma naturalmente potremmo trovarci in qualsiasi altra parte del pianeta votata all’industrializzazione, all’ottimizzazione dei profitti e al sacro furore della ricerca scientifica. Che un profumo seduca, influenzi le scelte e determini comportamenti non è una scoperta eccezionale, lo hanno ben capito le star del mondo dello spettacolo, gli imprenditori e le grandi catene alberghiere che usano fragranze accattivanti per predisporre alla sensualità, all’acquisto e al benessere, ma qui il passo compiuto è assai più lungo e non può non condurre nella selva intricata dell’ingegneria genetica praticata con discutibile disinvoltura.

Nel bianco asettico e abbacinante del laboratorio aziendale, il fiore erge la sua fiammeggiante corolla lanciando promesse di successo allo sguardo assorto degli scienziati che lo coccolano amorevolmente, prima tra tutti la solerte e determinata Alice, che non esita ad effettuare mutazioni genetiche poco ortodosse per il raggiungimento dell’obiettivo: il fiore, sprigionando ossitocina, deve indurre al cervello una sensazione di appagamento simile ad uno stato costante di felicità, un vero passo da gigante nella storia dell’umanità da sempre in lotta con la sofferenza e con il malessere interiore.

Malessere che attanaglia la stessa protagonista, madre proiettata alla realizzazione professionale e rosa da sensi di colpa nei confronti del figlio adolescente Joe. Alice tenta di far luce sui propri lati oscuri tramite sedute di psicoterapia che serviranno soltanto a sedare timidi bagliori di lucida coscienza nei confronti della realtà esterna che pare voglia sfuggirle di mano. Per la terapeuta (Lindsay Duncan) infatti, tutto dev’essere ricondotto nell’alveo rassicurante di una razionalizzazione delle pulsioni e dei desideri inconfessabili e pertanto repressi, come quello, inaccettabile per qualsiasi madre che si ritenga amorevole e devota, di volersi alleggerire del peso di un figlio limitante per la propria carriera.

Il malessere soffoca anche Bella (tenera Kerry Fox), l’anziana collaboratrice dal fosco passato, unica portatrice sana di pensiero divergente in un ambiente infetto. La donna comprenderà subito l’impatto devastante degli effetti collaterali dello splendido fiore e, come Cassandra, rimarrà profeta inascoltata di prossime sventure finché il sistema, fallito il tentativo di assorbirla, non ne decreterà l’espulsione. Gli altri colleghi e collaboratori (David Wilmot, Phénix Brossard, Sebastian Hülk), tutti efficacissimi sul piano di una recitazione volutamente pacata e senza eccessi, saranno progressivamente fagocitati dal sinistro fascino olfattivo del fiore che placherà insicurezze, dubbi, e qualsiasi altra manifestazione di disagio. Persino il timido Chris (un camaleontico Ben Whishaw), corteggiatore discreto e paziente perderà le sue specifiche caratteristiche per divenire un ambizioso ricercatore senza scrupoli e un innamorato intraprendente e a tratti prevaricatore nell’intrufolarsi capziosamente nel rapporto di Alice con il proprio figlio.

Joe (Kit Connor), del quale il fiore porta il nome come se per Alice fosse quasi un duplicazione, è un perfetto prototipo di adolescente figlio del suo tempo che vedrà interrotto (o trasformato/evoluto?) il profondo legame affettivo con la madre a causa della presenza del rosso ospite trapiantato illecitamente in casa come innocente dono risarcitorio. Se l’essere umano vive lottando quotidianamente con i propri mostri, la loro definitiva sconfitta porta ad una condizione simile alla morte, come esplicitamente dichiarano, sotto forma di scherzo, Joe e la sua amichetta del cuore in un significativo dialogo che sembra volerci condurre ad una interpretazione risolutiva per poi avviarci nuovamente sui sentieri già battuti del dubbio.

Sotto il profilo squisitamente tecnico, il film possiede un impianto connotato dai contrasti, sia per quanto riguarda le contrapposizioni cromatiche valorizzate dall’ottima fotografia di Martin Gschlacht  sia per quanto concerne il linguaggio delle riprese che dipanano pigramente l’elemento perturbante che si insinua poco alla volta nella mente dei personaggi.

Il bianco e il rosso, con la variante del fucsia, e il verde mela dominano incontrastati negli interni del laboratorio, dai quali emana una sensazione ambigua di freddo – i camici bianchi degli studiosi e i loro calcoli razionali – e di caldo umido – i petali filiformi e folti che si distendono beati nella serra/incubatrice loro destinata – mentre tinte più cupe e tonalità ramate come quella dei suoi capelli dominano l’abitazione di Alice. La macchina da presa avanza con lente carrellate in netta opposizione alla velocità di crescita che si vorrebbe imprimere alle piante per essere pronte per la grande esposizione che segnerà il traguardo dell’ardita sperimentazione.

La sceneggiatura della stessa Jessica Hausner e di Géraldine Bajarde porge dialoghi scarni e asciutti, l’impotenza delle parole scagliata contro il muro di una coalizione di intenti. Vengono invece sfruttate le variazioni quasi impercettibili della mimica facciale che riflette comportamenti nuovi e stati d’animo diversi, i gesti mai esibiti o ridondanti, le atmosfere ora fiabesche ora iperrealistiche che slittano in quelle da costante incubo ad occhi aperti, le musiche del compositore giapponese Teiji Ito che costruiscono un ordito di suoni dolci e percussivi, il montaggio sonoro di Tobias Fleig che inserisce un sottofondo di latrati, quasi ad annodare un filo immaginario con il cane Bello, lo stesso nome declinato al maschile della proprietaria che non esiterà a farlo sopprimere quando non lo riconoscerà più come il proprio oggetto d’amore.

Nessuna violenza esibita, nessuna scena forte da digerire, solo una leggera, serpeggiante inquietudine che di tutti questi contrasti si nutre.

Il fiore è sterile, per sopravvivere ha quindi bisogno di una riproduzione assistita che solo gli esseri umani possono garantirgli in uno scambio di “favori” che potrà perpetuare lo spiraglio di felicità conquistata coincidente con la fine delle emozioni. Un virus (casuale e inquietante riferimento in questa fase storica che al virus è assoggettata) si trasmette al cervello per costringerlo ad amare il fiore e a far sì che non si estingua.

Davvero tante le chiavi di lettura e tra tutte si è liberi di scegliere la propria, sebbene l’autrice  definisca nell’ultima scena il quadro multiforme schizzato con volute polivalenze.

Il messaggio più semplice e superficiale, da fiaba a lieto fine e pertanto assai improbabile, sarebbe che se ci prendiamo cura di qualcuno o di qualcosa esso possa restituirci l’amore e la felicità che meritiamo, ma qui c’è qualcosa di più sottile e inquietante, perché l’amore presenta sempre le sue insidie, porge un conto da pagare. Il fiore, che esala vapori apparentemente benefici e pollini in grado di modificare le strutture psichiche, sembra più che altro la messa in scena di un legame profondo e perverso con le parti più intime e nascoste dell’Io, di un amore simile a quello di Narciso, devastante e impossibile, condannato a ripiegarsi su stesso e a nutrirsi di proiezioni illusorie.

La felicità rincorsa da un’umanità zombificata sarebbe frutto dell’assenza di empatia, di una finzione che porta a recitare se stessi per mantenere un appagamento che possa protrarsi oltre l’effimero degli attimi fuggenti, della messa al bando dei sensi di colpa e degli scrupoli etici, di un parossistico individualismo che bandisce sentimenti potenzialmente dolorosi per crearne di nuovi perfettamente anestetizzati.

Il dubbio resta la sostanza pregnante del film. Si è trattato di suggestioni o dell’avvio verso una nuova società di uguali, di soldatini efficienti impegnati nel perpetuo sogno della conquista della felicità?

Cast

Alice……………………………………..Emily Beecham

Chris……………………………………..Ben Whishaw

Bella……………………………………..Kerry Fox

Joe………………………………………..Kit Connor

Karl……………………………………….David Wilmot

Ric………………………………………..Phénix Brossard

Ivan……………………………………….Sebastian Hülk

Psicoterapeuta………………………..Lindsay Duncan

Staff tecnico

Sceneggiatura:…………………………Jessica Hausner, Géraldine Bajard

Regia: …………………………………..Jessica Hausner

Fotografia: ……………………………..Martin Gschlacht

Scenografia: ……………………………Katharina Wöppermann

Costumi: ………………………………..Tanja Hausner

Trucco: ………………………………….Heiko Schmidt, Kerstin Gaecklein

Montaggio: ……………………..Karina Ressler

Casting: …………………………………Jina Jay, Jessie Frost

Missaggio: ……………………………..Malcolm Cromie

Sound design: …………………………Erik Mischijev, Matz Müller

Montaggio sonoro: …………………..Tobias Fleig

Design di Little Joe: ………………..Marko Waschke

Animazione di Little Joe: …………Markus Kircher

Produttori: …………………………….. Bruno Wagner, Bertrand Faivre, Philippe Bober, Martin Gschlacht, Jessica Hausner, Gerardine O’Flynn

Casa di produzione: …………………Coop99, The Bureau, Essential Films

In collaborazione con: …………….. ORF (Film/Television-Agreement), ARTE, Coproduction Office

Con il sostegno di: ………………….. Austrian Film Institute, FISA-Filmstandort Austria, Vienna Film Fund, BBC Films, BFI, Bayerischer Rundfunk, Medienboard Berlin Brandenburg, Eurimages

Autore: Agata Motta

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