Venezia 77 | Le sorelle Macaluso: l’estetica del brutto

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Venezia 77 | Le sorelle Macaluso: l’estetica del brutto

@ Loredana Pitino (11-09-2020)

In concorso alla settantasettesima Mostra del Cinema di Venezia, Le sorelle Macaluso di Emma Dante, uscito nelle sale il 10 settembre, ci è parso una promessa mancata.

La sceneggiatura nasce da una pièce della stessa Dante che nel 2014 portò nei teatri italiani con omonimo titolo.

Sette sorelle a teatro diventano cinque al cinema, la lunga storia ripercorsa è quella di una famiglia, una famiglia di sole sorelle, solo donne, senza genitori, che vivono nella periferia di Palermo, allevando colombi bianchi e scontrandosi, continuamente.

Un giorno la tragedia irrompe nelle loro vite già difficili, già misere, e segna per sempre il loro destino. Un marchio che si porteranno dentro come un senso di colpa, una colpa greca incombente per sempre, fino all’ultimo istante di ognuna di loro, un macigno lugubre che acquisisce, a volte, il senso della tenerezza solo in Pinuccia (interpretata da una fiera Donatella Finocchiaro, da giovane, e da Ileana Rigano da anziana che in questo film ci ha lasciato l’ultima interpretazione).

Emma Dante ha spiegato l’origine del testo teatrale: “Tutto si ispira al piccolo racconto che mi fece una volta un amico. Sua nonna, nel delirio della malattia, una notte chiamò la figlia urlando. La figlia corse al suo letto e la madre le chiese: “in definitiva io sugnu viva o morta?” La figlia rispose: “viva! Sei viva mamma!” E la madre beffarda rispose: see viva! Avi casugnu morta e ‘un mi dicìti niente p’unfàrimiscantàri. (sì, viva! Io sono morta da un pezzo e voi non me lo dite per non spaventarmi.)” Questo spiega l’intenzione della regista di fare una riflessione sul legame tra vivi e morti, sulla permanenza di chi ci ha lasciato nelle nostre esistenze, nelle nostre case, e sul tempo che passa, ci trasforma, si porta via affetti e ricordi e qualche volta non ci trasforma affatto, se non nell’immagine che abbiamo di noi.

La narrazione filmica procede attraverso  frammenti di sequenze che partono dalle stoviglie sbeccate e le bomboniere accatastate nella credenza, eco quasi inevitabile degli interni crepuscolari di Gozzano (senza nessuna aura poetica, però), e si concentra sulla giornata della tragedia, la gita al mare, la gioia, i giochi della piccola Antonella, la danza sulla spiaggia, i tuffi nello stabilimento Liberty di Mondello, la scoperta dell’amore e poi l’interruzione di tutto questo e il tonfo fatale delle loro vite.

C’è pochissimo amore in questa storia, è un film sulla rabbia, sulla cattiveria, sul risentimento che trova il linguaggio della bruttezza come metafora. E’ tutto, volutamente, brutto: la casa, i mobili, i vestiti delle ragazze, i loro volti, la periferia di Palermo, persino il mare di Mondello. Tutto squallido e ricercatamente brutto e sporco.

Emma Dante e Donatella Finocchiaro a Venezia 77

Al centro della produzione di Emma Dante c’è sempre la classe popolare e la miseria sociale, ma la regista palermitana non riesce a farcire la bruttezza di poesia (come Pasolini ci ha insegnato), né nell’immagine né nella parola. La sua estetica è legata al brutto, allo squallore ed è questa sensazione che resta nello spettatore. Il tentativo di edulcorare questo clima generale così ruvido attraverso l’uso di belle canzoni (Franco Battiato su tutti) o di metafore così scontate come quella delle colombe che vanno ma tornano, ottiene l’effetto della ridondanza senza giustificazione; la regista mescola con sapienza tecnica tutte le strategie tecniche che dovrebbero suscitare pathos, tira per la giacchetta lo spettatore e gli strizza l’occhio ma, alla fine, manca la vera emozione. Molto scontata l’immagine della colombaia sui tetti, Maria che muore di tumore e si trasforma in colomba perché indossa un tutù bianco, la piccola Antonella che dava da mangiare ai piccioni nel piatto del servizio buono, le mani delle donne anziane che si intrecciano sul corpo della sorella morta e così via, tutto già visto, tutto prevedibile al limite del fastidio. Cliché da Cinico Tv di Ciprì e Maresco.

Anche la camminata solitaria di Maria, scarnificata nella sua malattia e carica di dolore è una citazione inflazionata e ovvia così come la vasca da bagno piena di fiori putrescenti. Tutto resta fissato in geometrie domestiche ed urbane standard con forte insistenza: le credenze traballanti, il tavolo da pranzo, la carta da parati scolorita, il tinello di finta lacca cinese, il sottopassaggio, i palazzoni grigi… tutto è suggerito al pubblico di chi ha vissuto quegli anni (la vicenda comincia negli anni Ottanta) e ritrova subito nella propria memoria la casa dei genitori o dei nonni. Facile amo a sentimenti condivisi.

Una scrittura che procede per sottrazione e, nel frattempo, perde ogni originalità.

Unico momento di intensa emozione: il saluto, fra i titoli di coda, di tutte le attrici, le sorelle nelle varie fasce di età, a Ilena Rigano, attrice indimenticabile che ha arricchito questo film con il suo dolcissimo sguardo, l’ultimo.

Una promessa disillusa apre la stagione autunnale del cinema italiano 2020. Peccato.

LE SORELLE MACALUSO

regia di: Emma Dante

cast: Alissa Maria Orlando, Susanna Piraino, Anita Pomario, Eleonora De Luca, Viola Pusatieri, Donatella Finocchiaro, Serena Barone, Simona Malato, Laura Giordani, Maria Rosaria Alati, Rosalba Bologna, Ileana Rigano

sceneggiatura: Emma Dante, Giorgio Vasta, Elena Stancanelli, dallo spettacolo omonimo di Emma Dante

fotografia: Gherardo Gossi

montaggio: Benni Atria

scenografia: Emita Frigato

costumi: Vanessa Sannino

produzione: Rosamont, Minimum Fax Media, Rai Cinema, con il contributo del MiBACT, con il sostegno di Sicilia Film Commission

distribuzione: Teodora Film

 

Autore: Loredana Pitino

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