Qualcosa per cui valga la pena. ‘Viola di mare’ di Donatella Maiorca

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Esordisce con tre recensioni la nostra nuova rubrica di cinema: “La seconda occasione”, che ogni mese cercherà di riaccendere i riflettori su opere di alcuni anni fa, italiane e straniere, che per i motivi più vari non hanno avuto grande fortuna. Lo splendido ‘Voyage of Time’ di Malick, ad esempio, non è stato neppure distribuito.

 

Qualcosa per cui valga la pena. ‘Viola di mare’ di Donatella Maiorca

@ Loredana Pitino (26-08-2020)

Capita, a volte, di vedere un film tanto atteso (Ritratto della giovane in fiamme) e di rimanerne delusi e capita, forse, perché viene subito alla mente, e il paragone è inevitabile, di ricordarsi di un altro film che ha trattato un tema simile e che, allora, apparve subito un capolavoro – un capolavoro poco conosciuto anche se all’epoca venne presentato al Festival del Cinema di Roma ed ebbe poi numerosi riconoscimenti, fra cui due candidature ai Nastri d’argento. L’epoca era il 2009, il film in questione Viola di mare, tratto dal romanzo Minchia di re di Giacomo Pilati, per la regia di Donatella Maiorca.

Allora ne restammo entusiasti e commossi.

Quando l’amore vero, anche se “diverso”, sfida le convenzioni e si fa strumento di lotta civile ed emancipazione, quando il cinema sa leggere la letteratura e ne sa cogliere la potenza politica, sociale, umana, può nascere un’opera magnifica e, come spesso succede, questa passa quasi sotto silenzio, proprio per il tema così scottante trattato con autenticità, pulizia etica, onestà intellettuale senza che si indugi con morbosità o pregiudizio su situazioni spesso facilmente liquidate.

Il romanzo era ispirato a una storia vera, accaduta sull’isola di Favignana alla fine dell’Ottocento.

Il titolo fa riferimento alla donzella di mare (o viola di mare), un pesce ermafrodito, che nasce femmina e crescendo diventa maschio. Quando passa alla fase maschile, in molte parti della Sicilia viene chiamato pisci re o appunto minchia di re.

L’amore profondo fra due donne in un contesto chiuso e ammorbato dall’oscurantismo e dai pregiudizi, vincolato dall’imposizione di autorità che si affermano con la fame e la violenza, è uno scandalo insopportabile e inaccettabile. Ma la forza di questo amore è tale da sfidare ognuno di questi ostacoli: la violenza del padre, il ricatto, il compromesso, la solitudine, la condanna sociale. Tutto in nome del bisogno di fare accettare una realtà irrinunciabile, del bisogno di fare comprendere che non si è un errore della natura, che la natura non fa errori ma ha i suoi percorsi.

Angela ama Sara, il padre violento (come e più del Padre padrone di Gavino Ledda)  le infligge le peggiori punizioni, minacciandola perfino di morte.

In un mondo dove i figli “bastardi” si eliminavano o si nascondevano e generare un figlio illegittimo veniva considerato un peccato da punire a vita (la storia parallela della zia di Angela – Maria Grazia Cucinotta – sedotta dal prete e costretta al convento, un chiaro riferimento ai Vicerè di De Roberto col feto custodito nell’ampolla di vetro), dove tutto si può nascondere oppure mascherare, si può far credere, a un certo punto, che l’errore non sia stato della natura ma dell’uomo, all’atto della nascita. Così, con un motivo narrativo tutto pirandelliano, Angela può diventare Angelo, riconosciuto dal prete (sottoposto a ricatto per non svelare a tutti il suo odioso segreto), accettato dal paese, ossequiato dai lavoratori sottoposti. Una trasformazione fisica che passa dalla mortificazione del corpo ma anche dalla liberazione della mente e dell’amore. Angelo lo afferma: “masculo sono”, del resto Pirandello ce lo insegna, per le convenzioni, “Io sono colei che mi si crede”. Angelo e Sara possono uscire così allo scoperto e ottenere un riscatto agli occhi del paese, ma in questa trasformazione, Angelo porta il femminile nel mondo maschile e patriarcale delle cave di tufo, nel mondo degli operai di fine Ottocento. Il suo riscatto umano porta con sé un riscatto sociale ed economico anche per questi ultimi degli ultimi.

La vicenda si arricchisce di altri motivi storici, narrati con un linguaggio asciutto, che si innesta nella tradizione dei grandi autori siciliani e, nella trasposizione filmica, di un cast di attori italiani bravi, credibili, intensi, misurati nei rispettivi ruoli. Ennio Fantastichini (allora ancora giovane e oggi, purtroppo, compianto) è un padre crudele, spietato, violento con la figlia ma anche con la moglie e con gli operai che dipendono da lui; un mafioso che deve dare conto solo al Barone, vero padrone dell’isola (l’isola di Favignana era allora proprietà dei Florio, come metà della Sicilia).

Valeria Solarino è Angela/o. Dolce e sensuale, ma anche forte e decisa, determinata e capace di portare avanti le sue scelte, sguardo fiero e profondissimo sottolineato da impercettibili movimenti delle sopracciglia o del labbro superiore, tanto da commuovere intensamente sul finale, fisicità adatta al ruolo sia nei panni femminili che in quelli maschili.

Isabella Ragonese è Sara, fanciulla dolcissima, quasi ignara dei suoi sentimenti e dell’attrazione provata per Angela, attrazione che non capisce, all’inizio, che non sa gestire ma che poi accetta, con gioia e quasi disincanto, tenerezza e passione; anche lei ferma nelle scelte, anche lei capace di affrontare i pregiudizi, i commenti delle donne del paese, la rabbia della madre.

Complessivamente (merita una citazione anche Gisella Volodi, la madre di Angela), la recitazione è intensa ma ciò che fa di questo film un piccolo imperdibile capolavoro è anche la fotografia (Roberta Allegrini) delicata e sontuosa allo stesso tempo, una regia “viscontiana”, che indugia su particolari come i merletti, le tempeste a mare, le sfumature di una tenda, la luce abbagliante dell’isola, le vene delle braccia dei lavoratori, le reti dei pescatori, gli orecchini che brillano al sole, ecc. E poi c’è una colonna sonora sorprendente perché ci si aspetterebbe una melodia strumentale, tendente al melodramma, invece il film è accompagnato dal rock straniante di Gianna Nannini, dalla canzone Sogno che sa distendersi ampia e melodica ma anche dura negli strumenti elettrici e nella voce rauca della sua esecutrice. Una canzone che nel testo sottolinea il tema del film, l’amore vero che non ha sesso, “qualcosa per cui valga la pena”.

Un film da recuperare, da cercare, da vedere e rivedere.

Autore: Loredana Pitino

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