Se ne va all’età di 104 anni Olivia de Havilland, ultimo mito della Hollywood d’antan e indimenticabile “ereditiera” nel film di Wyler tratto da “Washington Square” di James

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Se ne va all’età di 104 anni Olivia de Havilland, ultimo mito della Hollywood d’antan e indimenticabile “ereditiera” nel film di Wyler tratto da “Washington Square” di James

Olivia de Havilland ne ‘L’ereditiera’

Ci lascia anche Olivia de Havilland, ultimo mito della Hollywood dei tempi d’oro, inglese, naturalizzata statunitense nel 1941, nata a Tokyo il 1° luglio 1916. Da interprete di figure femminili dotate di abnegazione e spirito di sacrificio per l’uomo amato, disponibili all’infelicità personale pur di non ostacolare le ambizioni maschili (nei primi film di Michael Curtiz), la de Havilland, sondate (nelle opere di Robert Siodmak) le proprie zone d’ombra per costruire personaggi pervasi dalla profonda e segreta frustrazione di non essere compresi e amati, arrivò (con William Wyler) a ricoprire il ruolo di donna impassibile, impietosa e crudele, perdendo la sua aria perennemente smarrita, languida, da educanda. Le sue interpretazioni come protagonista le valsero due Oscar, nel 1947 per To each his own (1946; A ciascuno il suo destino) di Mitchell Leisen e nel 1950 per The heiress (1949; L’ereditiera) di Wyler. All’età di soli tre anni era giunta a Los Angeles da Tokyo con la madre, appena divorziata, e la sorella minore e futura attrice Joan Fontaine. Iscrittasi al Mills College di Oakland, ebbe modo di esibirsi come attrice partecipando all’allestimento scolastico del testo shakesperiano A midsummer night’s dream e facendosi notare da Max Reinhardt che nel 1934 la scelse per la sua versione dello spettacolo e l’anno successivo per la celebre, innovativa e visionaria trasposizione cinematografica da lui diretta con William Dieterle A midsummer night’s dream (Sogno di una notte di mezza estate). Fu per questa interpretazione che la Warner Bros. le offrì un contratto di sette anni. Ebbe così modo di interpretare Alibi Ike (1935) di Ray Enright, The Irish in us (1935; Colpo proibito) di Lloyd Bacon e soprattutto Captain Blood (1935; Capitan Blood), con il quale iniziò il felice sodalizio artistico con Curtiz e l’attore Errol Flynn, che proseguì con The charge of the light brigade (1936; La carica dei 600), The adventures of Robin Hood (1938; La leggenda di Robin Hood) codiretto da William Keighley, Four’s a crowd (1938), Dodge city (1939; Gli avventurieri), The private lives of Elizabeth and Essex (1939; Il conte di Essex) e Santa Fe trail (1940; I pascoli dell’odio). Diretta da Curtiz, la giovane attrice diede vita a un personaggio la cui delicata presenza poteva a tratti passare inosservata, proprio perché funzionale alla progressione avventurosa del racconto, caratterizzato da un afflato eroico ed edificante in chiave virile, romantica e patriottica. Sempre in coppia con Errol Flynn, ma con la regia di Raoul Walsh, in They died with their boots on (1942; La storia del generale Custer) la de H. definì meglio l’edulcorata tipologia di sposa ideale, pronta per amore a sacrificarsi, essendosi nel frattempo temprata grazie all’interpretazione dell’impeccabile e virtuosa eroina sudista Melania nel magniloquente Gone with the wind (1939; Via col vento) di Victor Fleming, per la quale le venne attribuita la sua prima nomination come migliore attrice non protagonista. La de H., proprio nel 1942, venne di nuovo candidata all’Oscar, stavolta come protagonista, per Hold back the dawn (1941; La porta d’oro) di Leisen (il premio andò curiosamente alla sorella Joan Fontaine, per l’hitchcockiano Suspicion, 1941). Nello stesso anno del melodrammatico To each his own, ricoprì un indimenticabile duplice ruolo nel noir The dark mirror (Lo specchio scuro) di Siodmak. Il film permise all’attrice di scindersi in modo radicale, rendendo oltremodo riconoscibili e polarizzate le due gemelle interpretate, ciascuna corrispondente agli opposti aspetti di una personalità schizofrenica: la prima, Ruth, con gli occhi sempre bassi, la voce morbidamente querula e i lineamenti mobili da vittima affranta, sintesi della personalità cinematografica delineata in precedenza dalla de Havilland; la seconda, Terry, con il tono deciso e stentoreo della voce, il volto e il corpo rigidi, riflesso di un’immobilità sprezzante, prefigurante invece i futuri personaggi.

Dopo la straordinaria interpretazione, ancora in un ruolo di donna malata di amnesia depressiva, nel crudo dramma The snake pit (1948; La fossa dei serpenti) di Anatole Litvak, sua terza nomination, in The heiress fu di nuovo una donna illusa, corteggiata soltanto per bieco interesse. Tuttavia qualcosa era cambiato nella fanciulla delle sintomatiche parabole militariste di Curtiz o di Walsh, ovvero nella dama austera, rinunciataria e consenziente, sorridente suo malgrado, ottocentesca incarnazione di un solido puritanesimo, fisiologicamente e serenamente tradizionalista, spesso caratterizzata da una spiccata vocazione per il vincolo matrimoniale, cui è costretta ad aspirare da potenziale zitella. Come se la mediocre, accomodante e opaca Melania di Gone with the wind si fosse a un tratto evoluta, per istinto o per reazione, in una più implacabile e tragica Rossella, in The heiress la de Havilland scioglie, infatti, nel giro di una sequenza la tensione accumulata, abbandona lo sguardo triste, l’espressione tirata e con uno scatto di dignità e di orgoglio manifesta un’insospettabile perfidia, scevra da condizionamenti maschili e legati all’ambiente sociale. Da quel momento, lasciati emergere gli aspetti più inquietanti e inconfessabili del suo personaggio, la de Havilland diradò le apparizioni sullo schermo, trasferendosi a Parigi e sposando l’editore P. Galante. Tra le interpretazioni successive sono comunque da ricordare: My cousin Rachel (1952; Mia cugina Rachele) di Henry Koster, il superlativo e autoironico Lady in a cage (1964; Un giorno di terrore) di Walter Grauman e, al fianco di Bette Davis, il morboso Hush… hush, sweet Charlotte (1964; Piano… piano, dolce Carlotta) di Robert Aldrich. Nel 1962 ha pubblicato l’autobiografia Every Frenchman has one.

BIBLIOGRAFIA

Thomas, The films of Olivia de Havilland, Secausus 1983; C. Higham, Sisters: the story of Olivia de Havilland and Joan Fontaine, New York 1984; A. Deelder, Portret van Olivia de Havilland, Amsterdam 1985.

 

Autore: Redazionale

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