La mia valle non è mai stata verde: “Dark Waters” di Todd Haynes

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Vuoi buttare la tua carriera nel cesso per un mandriano?

Il sistema è manipolato.

Vogliono farci pensare che ci proteggerà, ma è una bugia.

Noi ci proteggiamo. Lo facciamo noi. Nessun altro.

Non le aziende, non gli scienziati. Non il Governo. Noi.

 

La mia valle non è mai stata verde: “Dark Waters” di Todd Haynes

@ Giuseppe Condorelli (31-05-2020)

 

“Campagnolo!” Così il manager della DuPont liquida sprezzante Rob Bilott, l’avvocato che ha  intentato una causa di risarcimento contro la multinazionale, accusandola di avere consapevolmente avvelenato per decenni un’intera comunità. La lunga sequenza dell’attraversamento di una città esanime – mentre dalla radio John Denver si strugge con l’antifrastica “Take Me Home, Country Roads” – inquadra perfettamente la questione: “l’Almost heaven, West Virginia…” è in realtà una discarica di prodotti chimici non classficati. Altro che paradiso: fattorie come cimiteri, paesaggi brulli e spogli, alberi secchi e grigi, isolati lugubri e silenziosi, nelle cui vie girano in bicicletta bambini dai denti neri. Benvenuti a Parkersburg, nella Virginia occidentale. Lì dove cominciano a scorrere le “Dark Waters” dell’omonimo film di Todd Hynes (da “Carol” a “La stanza delle meraviglie” non ha sbagliato un colpo) che racconta la storia vera ispirata all’inchiesta del New York Times Magazine “The Lawyer who became DuPont’s worst nightmare” di Nathaniel Rich, pubblicata nel 2016.

Già: “campagnolo”. Quell’insulto contro Bilott – non potrai mai essere uno di noi visto da dove vieni – segna un confine invalicabile: da una parte il futuro-capitalismo deregolato ed ereditario, leviatano burocratizzato, scientifico ed efficiente, dalle risorse economiche e umane incalcolabili, arroccato dentro palazzi vertiginosi di vetro e cemento, dagli abiti impeccabili e dai consigli d’amministrazione che sembrano funerali, capace di azzerare per decenni i controlli statali (o di ungerli profumatamente), di trovare amministratori locali compiacenti e di autoregolamentarsi decidendo cosa è nocivo e cosa non lo è. Dall’altro, un uomo di legge che prende coscienza – prima come individuo poi come avvocato – di un delitto orrendo perpetrato ai danni di un territorio. Eppure il diligente Rob ne ha impiegato di tempo per arrivare a ritagliarsi un posto di socio nel prestigioso studio legale “Taft Stettinius & Hollister” a Cincinnati: ora anche lui siede al tavolo dei maggiorenti, partecipa alle cene di gala, incontra potenziali clienti miliardari in una stanza ovattata. E fa il suo lavoro: difendere le industrie chimiche. E’ un nerd anche nell’aspetto: dimesso, un po’ ingobbito, tanto impacciato quanto discreto (Mark Ruffalo, che ha pure prodotto il film, è entrato profondamente nel personaggio). Insomma, è uno che viene “da un college qualunque e da una facoltà di legge senza nome”, come lo scherniscono ancora i soci minori. Ma è bravo, Rob. E la DuPont se ne accorgerà presto. Una questione per un amico di famiglia – Walter Tennant un ostinato e burbero allevatore di Parkersburg amico della nonna di Rob – si trasformerà in una battaglia legale durata diciannove anni.

Una odissea silenziosa negli archivi, tra documenti impolverati, tra le reticenze severe dei soci, l’appoggio non sempre incondizionato della moglie, l’avversione prima gommosa poi feroce della DuPont. Fino a quando Rob Biliott trasforma quella montagna di vecchie carte dimenticate in una verità che ha un nome dolce e pastoso: Florurocarburo a catena lunga. Un composto fantasma – e, “chimicamente parlando, indistruttibile”, insolubile in acqua e in qualsiasi solvente organico – abbreviato in PFOA, utilizzato per produrre il Teflon (impiegato anche per isolare padelle e pentole), “simbolo splendente dell’operosità americana” (un miliardo di dollari di profitti all’anno) e i cui residui di produzione sono stati sversati nelle acque, dissolti nell’atmosfera già a partire dalla metà degli anni ‘50 violando ogni standard di sicurezza. E a Parkersburg il “Dry Run” (come lo hanno ribattezzato), il torrente che scende dalla collina, è inquinato irreversibilmente, così come le acque potabili che la città inconsapevole utilizza. Il tenace Tennant, la cui fattoria è a valle della discarica nella quale la DuPont ha scaricato centinaia di tonnellate di residui chimici, ha raccolto reperti, girato video, sommerso di telefonate gli enti governativi. Ha estratto organi cancerosi e abnormi dalle sue bestie che ha visto morire a centinaia. Ha notato le rocce dei corsi d’acqua decolorate dagli agenti chimici: tutto silenziosamente firmato DuPont. Chiamata in causa, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, non può allora che comminare alla multinazionale una sanzione di 16,5 milioni di dollari. E’ il primo passo di un percorso difficile ma vittorioso: seguirà infatti la snervante “class action” della comunità cittadina, a colpi di accordi, di inviti alla cautela dei soci avvocati, di citazioni, di monitoraggi, di tentativi di prescrizioni, fino all’istituzione di una commissione di valutazione scientifica super partes, alla conseguente raccolte di sangue, per accertare, finalmente, che il PFOA è causa di tumori e patologie varie: dalle malformazioni neonatali alle leucemie. Biliott, che ha pagato con una ischemia lo stress di sette anni di attesa, affonda il colpo, decidendo di portare singolarmente in tribunale, contro la DuPont, ogni cittadino coinvolto. Sarà un risarcimento epocale: 671 milioni di dollari per 3535 casi. Lo stesso Biliott due anni fa ha presentato una class action contro 3M, DuPont e Chemours per un risarcimento “a favore dei cittadini di tutti gli Stati Uniti”.

“Dark Waters” funziona meritoriamente più come docufilm che come opera di sbandierata (e facile) denuncia: mette da parte il greenwashing (l’ambientalismo strumentale di facciata di cui parlava Naomi Klein) e lascia invece parlare i fatti e i documenti, lasciando intravedere – sullo sfondo dell’assoluta lotta solitaria del protagonista – la corruzione, i depistaggi e  silenzi sulle tematiche ambientali schiacciate dall’economia (ne sappiamo tantissimo in Italia, dal depotenziamento della Legge Merli, poi abrogata, fino alle nostre cronache) sottolineando piuttosto l’idea dell’Ecologia (e della sua difesa) non come risorsa e neppure come sviluppo (due termini legati all’ideologia economicista): quanto come valore in sé, come coscienza. Nel post-futuro che la pandemia del COVID 19 ha aperto il cinema offre dunque – da “Erin Brockovich” al più recente “150 milligrammi” di Emmanuelle Bercot – una lezione importante. E questo, indubbiamente, è un buon segnale.

Dark Waters

REGIA: Todd Haynes

SCENEGGIATURA: Mario Correa, Matthew Michael Carnahan

CAST: Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, William Jackson Harper

DURATA: 126 min.

DISTRIBUZIONE: Eagle Pictures

Autore: Giuseppe Condorelli

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