Una ferita che viene da lontano: ‘Il male nero’ di Nina Berberova

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Una ferita che viene da lontano: Il male nero di Nina Berberova

@ Amelia Natalia Bulboaca (24-04-2020)

 

Perché l’Amore è duro

Come la Morte

 

Il Desiderio è spietato

Come il Sepolcro

(Il Cantico dei Cantici)

Felicità, ti ho riconosciuta al fruscio con cui t’allontanavi

(Camillo Sbarbaro)

Cosa succede quando la felicità appena intravista è persa per sempre nel giro di un battito di ciglia? Come cambia la traiettoria umana di chi aveva scommesso tutto su quella felicità senza avere messo in conto le insidie del Fato? Dall’oggi al domani si diventa vuoti, involucri cavi, conchiglie portate dai flutti chissà dove. La destinazione non ha più importanza perché non c’è più una destinazione da raggiungere.

Lo illustrano le poche, sobrie pagine di questa novella di Nina Berberova, Il male nero[1]. La Berberova era una sradicata, un’esule russa che lasciò il suo paese nel 1922 per stabilirsi prima a Parigi con il marito fedifrago, il poeta Vladislav Chodasevič, che aveva quindici anni più di lei e poi, nel 1950 negli Stati Uniti dove fece conoscere Nabokov al pubblico occidentale.

Il racconto ha per protagonista Evgenij Petrovič, anche lui esule russo, uomo sul quale non sappiamo molto tranne l’essenziale: Evgenij aveva smarrito la felicità e ciò era accaduto senza un perché: quale spiegazione chiedere alla banalità del male?

Accade a volte nella vita che per certi eventi non si riesca a trovare una spiegazione, che non ci sia risposta a una domanda. Di rado, ma accade. Una volta ero seduto nella mia stanza e dal tavolo scomparve una lettera. Valeva molti soldi. Non si è mai ritrovata. Non era entrato nessuno e quindi nessuno poteva averla presa. Eppure era scomparsa.

Con questa parabola che sembra presa da un Vangelo della funesta novella, il gioielliere al quale aveva tentato di vedere un paio di orecchini fa sapere all’uomo che una delle gemme non valeva nulla perché si era rivelata colpita dal cosiddetto ‘male nero’:

Esaminò gli orecchini ancora una volta.

«Il male c’è sempre stato», disse con lentezza. «L’uomo non era ancora comparso sulla faccia della terra e questa pietra era già infetta».

Ciò era accaduto precisamente senza un perché. Bisognava accettarlo e basta. Evgenij dovrà trovare altre vie di uscita, vendere tutto, forse addirittura rinunciare al sogno dell’ennesima fuga. Lo salva inaspettatamente l’arrivo di una donna, Alja Ivanovna, una ballerina che gli offre una somma di denaro per subentrare come affittuaria nel suo alloggio dopo la sua partenza. Cosicché, Evgenij riesce a raggiungere l’America.

Evgenij parte ma potrebbe anche non farlo, il suo non è un viaggio della speranza, ma un camminare in un deserto lastricato di attimi e giorni sempre uguali. Cambia lo sfondo (Parigi, New York, Chicago) ma ciò ha poca importanza. Cambiano i volti incontrati (Alja, Ljudmila) ma niente scalfisce la determinazione di Evgenij di abbracciare una indifferenza che rende impraticabile qualsiasi redenzione. Se l’uomo è un essere in cerca di consolazione (come pensava Georg Simmel), c’è però nell’uomo anche una irrasegnazione alla consolazione e un’ostinazione a persistere nel male; non per il piacere perverso di soffrire e di ferire gli altri (certo, c’è anche questo a volte) ma perché ci sono ferite così profonde da desertificare un’esistenza d’uomo: «Si cercherà in quei luoghi umidi l’umidità, e si troverà la secchezza, segno di anima prosciugata, di vita uccisa e scomparsa» (Ceronetti docet).

Con Ljudmila trascorre momenti piacevoli e malgré lui Evgenij fa innamorare quella creatura eterea (a sua volta ferita e incompresa: stava divorziando) ma è lucidamente consapevole che non avrebbe mai corrisposto il suo amore. La donna intuisce che tra di loro c’è un nemico silenzioso e vuole sapere di più. Lei ha bisogno di capire e allora lo incalza con le domande:

«È ora che mi parli di lei, della sua vita. Mi sembra evidente che non mi porterà con lei a Chicago. E non mi va più di sentirne parlare. Ha sempre vissuto da solo?»

«No», risposi io, «non sempre. Ma sono ormai già dieci anni che vivo da solo.»

«E prima?»

Era arrivato quel momento, al quale molte volte avevo pensato nelle ultime settimane, e a fatica riuscii a dire:

«Prima ero sposato. Sono stato sposato per quindici anni. Ed ero felice».

C’è un prima e un dopo. C’è una crepa terribile che ci si porta appresso da milioni di anni e un adagiarsi nella sventura come in un nido che non si vuole più abbandonare. Evgenij non è più in grado di creare nuovi legami. Sceglie di vivere in una perenne ascesi della sconsolazione. Una devastazione silenziosa completa ogni giorno il suo triste lavorio come un tarlo invisibile che nessuno nota dietro la maschera della giovialità e della bella conversazione.

Sono un uomo debole, insignificante, preda dell’immobilismo, assolutamente privo di una dote che hanno tutti, cioè la capacità di morire e rinascere interiormente; non amo la vita né gli uomini, li temo, non diversamente dagli altri, o forse anche di più. Non sono libero, è molto che non mi riesce più di essere felice, e non sono sincero, tanto che non le ho detto nulla di me per tutto questo tempo e ora parlare mi risulta difficile.

E nonostante questo seduce, fa innamorare, fa ancora comunicare la sua ferita. Ljudmila gli chiede se le avrebbe consentito di continuare ad amarlo ma lui non sa cosa rispondere ed è grato che la donna non dia seguito alla sua domanda. C’è un pudore che evita dolorose e impossibili spiegazioni. Lei con lui torna a vivere, a sorridere, cambia persino fisionomia, riscoprendo una dolcezza che aveva smarrito da tanto tempo nell’ottundimento dell’anima ma poi, di colpo, si rende conto che la deve smettere perché anche in lei c’è il pudore dell’arrostita. Capisce di aver oltrepassato il limite, inorridisce al pensiero di averlo tormentato troppo con la sua insistenza, sparisce: «Ho capito. Mi perdoni se la tormento». Evgenij lascia Ljudmila e parte per Chicago perché «una città vale l’altra».

Edipo troppo stanco per continuare a rimestare nelle inquietudini dell’anima, Evgenij non interroga gli dèi, non è alla ricerca di niente e non si sogna nemmeno di porsi il problema della salvezza. Persevera nello sfacelo continuando a mostrare al mondo un sorriso affabile.

A Chicago c’è una nuova stanza ma la solitudine è quella di sempre. I versi di Andrej Tarkovskij sembrano perfetti per descriverla:

Non c’è nessuno con me.

Sulla parete pende un ritratto.

 

Lungo gli occhi ciechi di una vecchia

vanno le mosche,

                              le mosche,

                                                le mosche.

 

«Stai bene – dico –

sotto il vetro nel tuo paradiso?»

 

Lungo la guancia scivola una mosca,

mi risponde la vecchia:

 

«E tu, a casa tua

stai bene da solo?»

Sembra che tutto sia perduto ma non tutto è perduto. Di nuovo, senza un perché, Evgenij slitta dal condizionale («potrebbe dormire sulla mia spalla») alla certezza («non c’è il minimo dubbio che sarei io a dormire sulla spalla di Ljudmila L’vovna).

I musulmani credono che la Pietra Nera che essi venerano e che è incastonata nella Kaʿba era in origine bianca, immacolata. Il male, vale a dire i peccati degli uomini l’hanno fatta diventare nera. Gli uomini hanno ancora la possibilità di scegliere – malgrado tutto – di non trasformarsi in antropoliti, possono ancora scegliere se essere uomini o pietre.

Evgenij, alla fine, lo capisce ma bisogna fare in fretta:

Certo bisogna darsi da fare, prendere decisioni, muoversi, mostrare spirito di adattamento, inventarsi città, persone, storie e una vita propria, in modo da sentirsi parte in causa e camminare con una persona a fianco, tentando a ogni costo di trovare la giusta sintonia, comportandosi come se tutto andasse per il meglio. E bisogna fare in fretta, altrimenti, ci si trasforma in un minerale.

 

[1] Nina Berberova, Il male nero, Guanda Editore, Parma, 2003.

Autore: Amelia Natalia Bulboaca

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