Breve storia del lupo mannaro. Cinema, letteratura e altro

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Breve storia del lupo mannaro. Cinema, letteratura e altro

@ Pierluigi Pedretti (05-05-2020)

 

Anche l’uomo che ha puro il suo cuore,

e ogni giorno si raccoglie in preghiera,

 può diventare lupo se fiorisce l’aconito

e la luna piena splende nel cielo

Curt Siodmak

Potrà mai nella graduatoria dell’horror il lupo mannaro scalzare dal podio il vampiro? Volete mettere il fascino di questo sbranatore di carne, ferinità allo stato puro, rispetto al pallido succhiasangue, uomo(non)morto? Chi è cresciuto a pane e fumetti ricorderà un albo di Zagor di molti anni fa, dedicato dagli autori, Ferri e Nolitta, all’uomo lupo. Quella immagine disegnata in copertina resterà sempre indelebile nel cuore, anche se un po’ ingenua rispetto alla narrativa disegnata di oggi, che predilige scenari più (fanta)scientifici e complessi: i più giovani oggi amano un altro mannaro (non lupo), Wolverine, le cui storie dimostrano il cambiamento dei tempi. Da quando la rivoluzione darwiniana ha dichiarato l’inestirpabilità dell’animale dall’uomo confermando indirettamente la forza del mito una messe di opere di ogni tipo ha rinnovato la dicotomia uomo-belva. Caposaldo letterario, comunque, rimane Lo strano caso del dr. Jeckyll e mr. Hyde di Robert L. Stevenson, il cui tema della duplice natura umana viene rinnovato nel ‘900 in Steppenwolf da Hermann Hesse: l’umanità fatta di amore per l’arte e di nobiltà d’animo contro la violenza dei piaceri selvaggi. Da allora l’immaginario collettivo si è imbevuto più di cinema che di letteratura. Basti rivedere i gloriosi b-movie della Universal che terrorizzavano con mostri di ogni genere i nostri nonni e padri. Senza voler essere esaustivi si può ripercorrere in breve la strada selvaggia del filone mannaro, dal classico L’uomo lupo del 1941 con Lon Chaney e Bela Lugosi al Frankenstein contro l’uomo lupo, sceneggiati da Curt Siodmak (accidenti!) fino ai più recenti L’ululato di Joe Dante, Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis e In compagnia dei lupi di Neil Jordan e via dicendo, con Benicio del Toro di Wolfman e le serie tv a completare tutto.

Bela Lugosi

Una questione antica è questa della licantropia, che già i greci avevano individuato nel mito del lykos-ànthropos (lupo-uomo) che affondava le sue origine in Arcadia: “Le sue vesti si convertono in peli, le braccia in gambe. Diviene lupo, pur conservando traccia del pristino aspetto; mantiene il grigiore dei peli, l’espressione violenta del volto, la luce sinistra degli occhi. E’ sempre il ritratto della ferocia.” Così raccontava Ovidio nelle Metamorfosi la punizione subìta dal re Licaone per aver ingannato Giove. Una leggenda quella del lupo mannaro (cioè, che si fa uomo, dal latino lupus homerarius) che attraversa tutte le culture. Nell’Italia preromana il lupo accompagnava le anime dei defunti e, fra gli Etruschi, il dio della morte aveva orecchie da lupo. Per Roma (i gemelli allattati dalla lupa quanta animalità possedevano?) ne abbiamo testimonianza, oltre che nelle feste dei lupercali, nelle Bucoliche di Virgilio, nell’Asino d’oro di Apuleio e nel Satyricon di Petronio, dove per la prima volta è esplicito il riferimento alla luna come causa della mutazione dell’uomo in lupo, chiamato anche il versipellis, colui che cambia pelle. Queste misteriose creature non popolavano solo l’Occidente, anche nell’antico Egitto, secondo Diodoro Siculo, Osiride, tornando dal regno dei morti, prese sembianze di lupo, e Anubi era chiamato anche “colui che ha forma di cane selvaggio”. In Scizia, ci racconta ancora Diodoro Siculo, “una volta all’anno ciascuno dei Neuri si trasforma in lupo per pochi giorni, poi di nuovo riprende il proprio aspetto.” In Anatolia, ci riferisce Claudio Galeno: “Coloro i quali vengono colti dal morbo, chiamato lupino o canino, escono di notte nel mese di febbraio, imitano in tutto i lupi o i cani.” Nel resto del mondo ogni popolazione aveva le sue bestie umane: si va dagli uomini-orso, i temibili berserk della Scandinavia, agli uomini giaguaro del Sud America e agli uomini-tigre dell’Estremo Oriente. Spostandoci di qualche secolo le testimonianze più ricche – come quelle di Olao Magno e di Jean Bodin – ci giungono dall’area europea, dove in Francia vive il loup-garou, in Inghilterra il warewolf e in Germania il werwulf fino ai similari wilkolak polacco, volklak russo e voldlak sloveno.

Peter Stubbe (detto anche il licantropo di Bedburg)

La cosa sorprendente è che, come il ‘700 fu il secolo delle epidemie vampiriche, il ‘500 lo fu per i lupi mannari, contro cui si scatenò una caccia spietata come quella alla streghe del secolo successivo. Il Cappuccetto rosso di Perrault segna l’irruzione del mito nella fiaba facendosi letteratura, mantenendo, però, la violenza della tradizione e non edulcorandola come avvenuto nei fratelli Grimm. Se non avete paura di spaventare i vostri pargoletti recuperate le atmosfere italiche leggendo la novella Il lupo mannaro, che si trova all’interno della famosa raccolta del primo Novecento, Fiabe fantastiche, capolavoro misconosciuto di Emma Perodi. I vostri figli faranno fatica ad addormentarsi. Oggi è un profluvio di narrativa fantastica dove in mezzo a tanti prodotti scadenti non è facile trovare romanzi e racconti di qualità, il solito Stephen King (Unico indizio la luna piena), Robert McCammon (L’ora del lupo) o, per gli adolescenti, Martin Millar (Ragazze lupo) e Maggie Stiefvater (Shiver), per citarne solo alcuni. Se, però, siete esigenti letterariamente, allora cercate Io venìa pien d’angoscia a rimirarti di Michele Mari, ispirato dai famosi versi Alla luna. Ricco come è di citazioni di ogni genere e di storie riprese da altre storie mannare vi trasporta nella “tana” di un uomo lupo che abita proprio nella famiglia Leopardi.

Ricordatevi che le testimonianze che ci restano non sono solo letterarie, perché ancora pochi decenni fa viveva un lupo mannaro in Calabria, Ettore G., che rientra nella tradizione tutta meridionale del licantropo che non fa male “perché le crisi sono regolamentate con precisione dalla luna”. Con qualche avvertenza, però: attenti agli ululati e non aprite “prima che abbia bussato tre volte”, altrimenti si rischiano seri danni. Questo lupu minaru rientra per lo più nella casistica dei guaritori come ci racconta l’antropologo Fulvio Librandi in Licantropia e rabbia, capitolo dell’interessantissimo volume Storia dell’acqua (Donzelli) curato da Vito Teti. Non fidatevi troppo però, perché i calabresi sono sempre terribili, soprattutto se lupi.

Autore: Pierluigi Pedretti

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