Quarantena o arresti domiciliari? Sulla disorganizzazione in Calabria durante l’emergenza Covid

  

QUARANTENA O ARRESTI DOMICILIARI?

Sulla disorganizzazione in Calabria durante l’emergenza Covid

di

Katia Cilento*

Sono una ragazza di 19 anni, prossima alla maturità liceale, chiusa in casa da oltre due mesi. E’ dall’11 marzo scorso che sono praticamente agli arresti domiciliari. “L’unica arma contro il cosiddetto “mostro invisibile” è restare isolati e avere fiducia nella sanità e nei nostri governanti, perché, qualcosa che non si vede, non può essere facilmente sconfitto.” Era questo il mio pensiero allo scoppio della pandemia che inopinatamente ha colpito me e i miei familiari. Mi sono trovata così a vagare nel lungo e oscuro tunnel del Covid 19, da dove, a oltre due mesi di quarantena, non vedo l’uscita. Incredulità, scetticismo, tristezza ma anche preghiera, e speranza, che non muore mai anche se disperata. Sono questi i sentimenti che mi hanno accompagnato fino ad ora. Adesso, però, ho capito che, in una realtà come la nostra, non si può solo pregare e sperare. Queste sono soltanto false speranze come quelle dei bambini che ancora non conoscono la vera realtà! Voglio sfatare i falsi miti che ci propongono la Calabria come regione esemplare nell’emergenza Coronavirus. Voglio sfatare il mito che i nostri governanti ci stiano proteggendo. Voglio spingere tutti ad aprire gli occhi. Ho capito tardi la verità di José Saramago quando scriveva che “noi siamo ciechi, ciechi che vedono, ma pur vedendo non vedono”. Spero che dopo aver raccontato la mia storia, molti di voi, competenti o meno, decidano di allargare lo sguardo su quel che succede veramente e agire di conseguenza. Quando si seppe la notizia del primo caso in Lombardia mai avrei pensato che, quel singolo caso, sarebbe stato l’inizio di una epidemia, non soltanto nazionale, ma addirittura mondiale. Nella mia ingenuità ero convinta che la Calabria fosse immune da un simile disastro, troppo forte per essere attaccata da un tale virus. Pensavo che la nostra aria pulita, i nostri paesaggi verdi, l’azzurro stupendo dei suoi cieli e mari ci avrebbero protetto. E in fondo non ho avuto torto, perché in un qualche modo la salubrità dell’ambiente, la mancanza di industrie e la lontananza dai grandi circuiti economici e dai flussi di migliaia di persone lo stanno facendo! Non mi aspettavo quindi che questo mostro arrivasse anche qui e, soprattutto, non mi aspettavo che sarei stata proprio io ad esserne preda. In pochi giorni, sono diventata schiava e succube di un qualcosa più grande di me! Per la febbre non ho avuto la forza fisica e psichica di reagire. Ho visto ricadere su di me tutta la sfortuna del mondo che, in quel periodo, stava accompagnando già da tempo la mia vita! Ho visto la mia famiglia costretta a separarsi: mamma su un’ambulanza verso l’ospedale, dove è stata ricoverata per un lungo mese, papà, anche lui ammalato, in isolamento, mentre mio fratello ha dovuto reggere da solo le redini della nostra azienda agricola. Siccome io non avevo tosse e riuscivo a respirare adeguatamente ho potuto fare la degenza senza ricovero. E non so se questo sia stato un bene o un male. Non è facile resistere ai lunghissimi giorni chiusa da sola in camera con i più tristi pensieri, con le preoccupazioni per la famiglia e l’affanno per gli studi futuri. Cosa sarebbe accaduto? Dopo un mese di isolamento, nonostante i miei genitori colpiti dal virus e le ripetute richieste, ancora non ero stata sottoposta a tampone. Arriva così una amarissima Pasqua. Quando qualche giorno dopo la mamma finalmente viene dimessa dall’ospedale penso di vedere una piccola luce, penso che le cose stiano cambiando e che devo avere fiducia nella sanità, anche perché arriva il primo tampone. Dopo quattro giorni mi comunicano che il risultato è negativo, ma io me lo sento ancora addosso il virus, ho la febbre e non sento né sapori né odori. Così mentre lotto contro il mostro devo lottare anche contro la mia coscienza che vuole convincermi della verità dei medici che sostengono sia ormai una normale febbre. Non mi arrendo: io mi sento malata. Dopo una settimana di insistenze vengo sottoposta di nuovo a tampone e dopo quattro giorni vengo a conoscenza telefonica del risultato: positivo. Impossibile avere il referto scritto, che riesco infine ad avere solo grazie a conoscenze personali. Lo leggo e scopro che quello era il referto del primo tampone, quello di cui mi avevano detto fosse negativo. Altro che febbre di stagione come avevano sostenuto i sanitari! Avevano sbagliato a comunicare i dati. Successivamente ricevo il risultato del secondo tampone – ancora dubito della efficienza organizzativa della sanità calabrese – che risulta negativo. Che dubbi, che pensieri in quei giorni, il più brutto fra tutti: “Ma se non fossi venuta a conoscenza del reale risultato del primo tampone, io a quest’ora potrei essere in giro a contagiare altre persone! E, poi, com’è possibile che dopo questi tamponi negativi, tutti gli altri siano sempre usciti positivi? Non è che hanno commesso qualche errore nell’effettuare il test? Il tampone viene trasportato e mantenuto in maniera corretta secondo le direttive?” Finalmente dopo ben 50 giorni non ho più febbre, mi sento libera dal virus e sono pronta a sottopormi ad un ennesimo tampone per rasserenarmi in modo definitivo. Eseguo il tampone l’8 maggio e aspetto con ansia e fiducia il risultato. Avrò modo – penso – di uscire dalla mia stanza, potrò riabbracciare i miei cari e tutte le persone che amo e, soprattutto, tornare serena per potermi dedicare all’esame di stato e andare infine all’università! I giorni, intanto, passano ma del risultato nessuna notizia. Mi dicono che il mio tampone è finito in una cella frigorifera in attesa di essere elaborato. La nota ministeriale prescrive che i tamponi possano stare conservati soltanto per cinque giorni. Come mai io so il risultato dopo sei giorni? Il risultato, purtroppo positivo, è veritiero? Come mai io sono l’unica della mia famiglia a non essere guarita? La mia speranza di poter vedere una piccola luce in fondo a quel tunnel è spazzata via di nuovo. Dall’effettuazione di quel tampone sono passati più di 12 giorni, resto in attesa che qualcuno me lo venga a ripetere. Io vivo in campagna, mi manca lo splendido mese di maggio, mi mancano i miei cari, mi mancano gli amici, ho bisogno di vivere veramente, poi amo studiare, gli esami si avvicinano, sono preoccupatissima e scossa: se non avrò due tamponi negativi a distanza di quattordici giorni l’uno dall’altro temo anche di non poter fare gli esami come tutti i miei compagni. Questa non è più una quarantena per proteggere la propria salute e quella dei cittadini, questa è un vero arresto domiciliare, la cui responsabilità ricade sulla cattiva gestione della pandemia da parte dei responsabili politici, burocratici e sanitari, siano essi regionali e nazionali.

* Katia è una splendida giovane di Altomonte (CS), una studentessa brillante del Liceo “Telesio” di Cosenza, che sta vivendo una brutta esperienza legata alla pandemia che sta stravolgendo le nostre esistenze: dopo oltre settanta giorni è ancora positiva. Ha voluto lasciare testimonianza della sua sofferenza non solo fisica ed emozionale, ma anche morale per la propria amata regione, la Calabria.

Autore: Katia Cilento

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