Una reciproca deificazione di anime. ‘Sonečka’ di Marina Cvetaeva, ed. Adelphi

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Marina Cvetaeva

Sonečka

Traduzione di Luciana Montagnani
A cura di Serena Vitale
Piccola Biblioteca Adelphi, 733
2019, pp. 287
isbn: 9788845933578
Temi: Letterature slaveBiografie

Marina Cvetaeva conobbe l’attrice Sof’ja (Sonečka) Gollidej – il suo «più grande amore femminile» – alle soglie del 1919, il «più nero, pestilenziale, mortifero» degli anni postrivoluzionari, quando in una Mosca misera e affamata «si affratellò a una banda di commedianti»: gli attori allievi del Secondo Studio presso il Teatro d’Arte. Ventidue anni – ma con l’aspetto di una ragazza-bambina –, elfo, Mignon, Infanta, Sonečka, che aveva allora grande successo nelle Notti bianche di Dostoevskij, era capricciosa, sentimentale, indisciplinata, instancabile raccontatrice di sciocchezze, sogni, deliziose storielle, con un debole per le «paroline da collegiale», i diminutivi, le romanze strappalacrime da cui sembrava lei stessa uscita – l’opposto dell’indole «virile, retta, di acciaio» di Marina. Fra le due donne nacque una «amicizia frenetica, reciproca deificazione di anime», destinata a concludersi quando, dopo neppure un anno, Sonečka abbandonò Mosca per seguire il suo «destino di donna».

Scritto nel 1937, quando ormai tutto annunciava la catastrofe finale (la Cvetaeva era stata definitivamente proscritta dalla colonia émigrée parigina e il marito, smascherato come agente sovietico, sarebbe fuggito di lì a poco nella Russia comunista, dove aveva già fatto ritorno la figlia Alja, dalla quale era arrivata la notizia della morte di Sonečka), all’ombra della perdita e del dolore, il racconto-epitaffio è smagliante, luminoso, sembra irradiare vitalità e tepore. Prodigi di una ancora viva affezione, ma anche di una scrittura – sempre sottesa dal pensiero poetico – che coniuga arditamente il sublime con la lingua della vita quotidiana, della strada.

Traduzione di Luciana Montagnani.

Marina Cvetaeva

 

No, in lei non c’era nessun pallore, tutto in lei era l’opposto del pallore, era – pourtant rose, il che a tempo debito verrà mostrato e dimostrato. Era l’inverno 1918-’19, per il momento ancora inverno del 1918, dicembre. In un teatro, su un palcoscenico, leggevo La tormenta, una mia pièce, agli allievi del Terzo Studio. Teatro vuoto – palcoscenico pieno. La tormenta aveva questa dedica: «A Jurij e Vera Z., alla loro amicizia – il mio amore». Jurij e Vera erano fratelli. Di Vera ero stata compagna di scuola nell’ultimo dei miei molti ginnasi – non compagna di classe, io ero avanti di un anno e la vedevo soltanto durante l’intervallo: un cagnolino magro, dal pelo ricciuto. Ricordo in particolare la treccia semidisfatta sulla lunga schiena, e, quando non la vedevo di spalle, la bocca, sprezzante per natura, con gli angoli all’ingiù, e gli occhi – l’opposto della bocca, per natura ridenti: angoli all’insù. Quelle linee divergenti suscitavano in me un turbamento inspiegabile che attribuivo alla sua bellezza, cosa che meravigliava molto gli altri, i quali in lei non vedevano nulla di quello che vedevo io, cosa che meravigliava immensamente me. Dirò subito che nel giusto ero io: si rivelò bellissima, e di una bellezza tale che nel 1927, a Parigi, gravemente malata, la portarono – ormai allo stremo delle forze – sullo schermo. Con questa Vera, a questa Vera – mai una parola da parte mia, e nove anni dopo la scuola, dedicandole La tormenta, pensavo con terrore che non avrebbe capito niente, perché di certo non si ricordava di me, e forse non aveva mai neppure notato la mia presenza. (Ma perché Vera – se scrivo di Sonecka? Perché Vera è la preistoria, le radici, il più remoto inizio di Sonecka. Una storia molto breve con una lunghissima preistoria. E post-storia). Come ebbe inizio Sonecka? Come ebbe inizio, viva, nella mia vita? Era l’ottobre del 1917. Sì, quell’ottobre… Il suo ultimo giorno, cioè il primo dopo la fine (negli avamposti si sparava ancora). In treno, in un vagone buio, io andavo da Mosca verso la Crimea. Sopra la mia testa, nella cuccetta superiore, una giovane voce maschile recitava una poesia. Questa: Eccola! – la sognavano i nostri avi discutendo animati davanti a un bicchiere di cognac. Superando sventure e nevi, col manto da Gironda è arrivata tra noi, la baionetta bassa. E i fantasmi degli ufficiali decabristi sulla Neva ghiacciata, la Neva di Puškin, guidano i reggimenti al suono delle trombe, al tonante rugghio di una musica guerresca. Stivali di bronzo, l’Imperatore in persona ti chiamò, reggimento Preobraženskij, quando nei golfi delle strade spalancate si tacque il baldanzoso alfiere. E ricordò, il Portentoso Costruttore, udendo i cannoni della Fortezza, quella voce strana, folle, rivoltosa – memorabile voce: «Giorno verrà che… ». «Ma cos’è, di chi è? ». «L’autore ha diciassette anni, studia ancora al ginnasio. È il mio compagno Pavlik A. ». Un cadetto, orgoglioso di avere per compagno – un poeta. Uno junker combattente, che si è battuto per cinque giorni. Che della sconfitta si rifà – con le poesie. Sentore di Puškin – di quelle amicizie. E dall’alto – quasi in risposta: «Assomiglia molto a Puškin: piccolo, agile, ricciuto, con le basette, a Puškino perfino i ragazzini lo chiamano “Puškin”. Non fa che scrivere. Ogni mattina – nuove poesie Sappi, Infanta: su ogni rogo, se a guardarmi saranno i tuoi occhi, sono pronto a salire… « Questi sono da La bambola dell’Infanta, una sua pièce. Qui è il Nano che parla all’Infanta. Il Nano ama l’Infanta. Il Nano – è lui. È piccolo di statura, questo sì, ma non è assolutamente un nano ». … Una sola, unica – sotto mille nomi…

La prima, primissima cosa che feci una volta tornata dalla Crimea: cercare Pavlik. Lo trovai. Abitava dalle parti della Cattedrale di Cristo Salvatore – non so più perché entrai in casa sua dall’ingresso di servizio e l’incontro avvenne in cucina. Indossava l’uniforme del ginnasio, con i bottoni, il che rafforzava la sua somiglianza con il Puškin liceale. Un piccolo Puškin, ma con gli occhi neri: il Puškin – della leggenda. Né lui né io provammo imbarazzo nel ritrovarci in cucina, qualcosa ci spinse l’uno verso l’altra fra casseruole e marmitte, al punto che anche noi – dentro di noi – tintinnammo non meno di marmitte e paioli. L’incontro fu una specie di terremoto. Così come io capii chi era lui, lui capì chi ero io. (Non parlo delle mie poesie, non so neppure se allora le conoscesse). Dopo essere rimasti, non so per quanto, in quel magico e immobile stordimento, uscimmo – sempre dalla porta di servizio, in un fiume di versi, discorsi… In breve: uscito dalla sua casa, Pavlik ne scomparve. Scomparve a casa mia, in vicolo Boris e Gleb, per un lungo periodo. Ci restò giorni interi – mattine, notti. Citerò un solo dialogo per dimostrare come passavamo il tempo. Io, timidamente: «Pavlik, che ne dite, quello che stiamo facendo adesso si può chiamare – pensiero? ». Lui, ancora più timidamente: «Si chiama – stare seduti su una nuvola e tenere le redini del mondo». Pavlik aveva un amico di cui mi parlava sempre: Jura Z. « Io e Jura… Quando l’ho letto a Jura… Jura mi chiede sempre… Io e Jura ci siamo dati a bella posta un bacio schioccante per far pensare che si era finalmente innamorato… E figuratevi: gli allievi dello Studio si precipitano fuori, verso di noi, ma invece di una signorina – io!!!». E una sera – una sera meravigliosa – portò da me il suo « Jura ». «Questo, Marina, è il mio amico Jura Z. » – sottolineando e caricando di significato ogni parola allo stesso modo. Alzato su di lui lo sguardo – cosa che prese un bel po’ di tempo, perché Jura sembrava non finire mai – scoprii gli occhi e la bocca di Vera. « Signore Iddio, ma non sarete il fratello di… Ma certo, siete suo fratello… Non potete non avere una sorella che si chiama Vera! ». Pavlik: «La ama più di ogni altra cosa al mondo!». Ci mettemmo a parlare. Noi parlavamo, Pavlik taceva e in silenzio ci divorava – insieme e separatamente – con i suoi pesanti, enormi occhi infuocati. Quella sera – sera che fu notte fonda, che fu – primo mattino, dopo averli salutati sotto i miei pioppi, scrissi una poesia per loro – loro due insieme: Dormono, le mani intrecciate – fratello – con fratello, amico – con amico, insieme, sullo stesso letto… Insieme hanno bevuto, hanno cantato… Li ho avvolti in un plaid, li ho amati – per sempre. Attraverso le palpebre chiuse leggo strane notizie: arcobaleno – duplice gloria, cielo in fiamme – duplice morte. Non scioglierò mai queste mani! Bruciare, piuttosto, bruciare – fiamma nell’inferno! Invece della fiamma – La tormenta. Per mantenere la parola – non dividere quelle mani – dovevo unirne altre nel mio amore: quelle del fratello e della sorella. Ancora più semplicemente: per non amare soltanto Jurij, in questo modo defraudando Pavlik, con il quale potevo unicamente « tenere le redini del mondo», dovevo amare Jurij più qualcos’altro, ma questo qualcosa non poteva essere Pavlik, perché Jurij più Pavlik erano già una realtà, un dato di fatto; mi toccò dunque amare Jurij più Vera, quasi sminuendo Jurij, ma in realtà – rafforzandolo, concentrandolo, giacché tutto quello che non c’è nel fratello lo troviamo nella sorella, e viceversa. Mi toccò in sorte un amore tremendamente pieno, insopportabilmente pieno. (Che Vera, malata, in Crimea, di tutto questo non sapesse niente – non cambiava le cose). Fin dall’inizio fu – legame. Era stato tacitamente inteso e deciso che sarebbero sempre venuti insieme – e insieme se ne sarebbero andati. Ma poiché a nessun legame è dato realizzarsi immediatamente, una mattina squilla il telefono: «Siete voi?». «Sono io». «Posso venire una volta senza Pavlik?». «Quando?». «Oggi». (Ma dov’è Sonecka? Sonecka è ormai vicina, già quasi dietro la porta, anche se, quanto al tempo – manca ancora un anno!). Il delitto fu subito punito: da soli io e Z. ci annoiavamo, semplicemente, perché dell’essenziale – di me e di lui, di lui e di me, di noi – non ci decidevamo a parlare (da soli ci comportavamo ancora meglio che in presenza di Pavlik!), e tutto il resto – un fallimento. Lui continuava a toccare certi oggettini sul mio tavolo, mi faceva domande a proposito delle fotografie, e io non osavo parlargli neppure di Vera, a tal punto Vera era – lui. E così ce ne stavamo seduti aspettando non si sa cosa, aspettando solo il momento di salutarci, quando io, dopo averlo accompagnato dall’uscita di servizio giù per la scala a chiocciola e fermandomi sull’ultimo gradino (ma anche se io stavo più in alto lui mi sovrastava ancora di tutta la testa)… Nulla, solo uno sguardo: sì? – no – forse sì? – per adesso ancora – no, e un doppio sorriso: il suo di trionfante stupore, il mio – di sudato trionfo. (Un’altra vittoria del genere e – disfatta!). Andò avanti così per un anno. Allora, nel gennaio del 1918, non gli lessi La tormenta. Si può riempire di doni soltanto una persona molto ricca, ma poiché ricco non mi era sembrato durante i nostri lunghi incontri, mentre Pavlik – lui sì, ne feci dono a Pavlik, come riconoscente vendetta per L’Infanta, anche quella non dedicata a me – mentre con Jurij aspettai, scegliendo infine la cosa per me più difficile (e – più povera): leggere – per lui – in presenza del Terzo Studio al completo (erano tutti allievi dello Studio di Vachtangov – sia Jurij, sia Pavlik, sia il giovane che nel vagone buio aveva recitato La libertà, e che subito dopo sarebbe stato ucciso nelle fila dei Bianchi) e, soprattutto, in presenza di Vachtangov – dio, padre e comandante in capo di tutti loro. Perché il mio scopo era fargli un dono il più grande possibile, e il dono più grande per un attore è: molte persone, molti orecchi, molti occhi… Ed ecco, più di un anno dopo aver conosciuto il protagonista e un anno dopo aver scritto La tormenta – quel palcoscenico pieno, quella sala vuota. (La mia precisione, lo so, è noiosa. Al lettore sono indifferenti le date, con le date comprometto il valore artistico del racconto. Ma per me sono essenziali e addirittura sacre, per me ogni anno, perfino ogni stagione, è un volto: 1917 – Pavlik A., inverno 1918 – Jurij Z., primavera 1919 – Sonecka… Semplicemente, non riesco a vederla al di fuori di questo 9 – un doppio 1 e un doppio 9, 1 e 9 alternati… La mia precisione è la mia estrema, postuma fedeltà). E dunque – palcoscenico pieno, sala vuota. Palcoscenico illuminato e sala buia. Fin dal primissimo istante in cui iniziai a leggere avvampai in volto – al punto che temevo mi prendessero fuoco i capelli, e sentivo addirittura il loro sottile crepitio, come un falò prima che divampino le fiamme. Leggevo – posso dirlo – in una nebbia scarlatta, senza vedere il quaderno, le righe, a memoria, a casaccio, d’un fiato – come si beve! – ma anche come si canta! – con la più melodiosa delle mie voci, quella che più toccava i cuori. … E nelle deserte stanze del conte alta andrà la luna. Sei donna tu, non ricordi nulla. Non ricordi… (con enfasi) Non devi. Alla viandante – il sogno. Al viandante – il cammino. Ricorda! – Dimentica. (Lei dorme. Fuori – il tintinnio di sonagli che si allontanano per sempre). Quando finii – tutti si misero a parlare, tutti insieme. A parlare profusamente, così come io tacevo. «Splendido». «Straordinario». «Geniale». «Teatrale » ecc. « Jura farà la parte del Signore». «E Lilja Š. quella della vecchia ». «E Jura S. farà il mercante ». «E la musica, quei sonagli senza ritorno – la scriverà Jura N. Ma chi sarà la Dama col mantello? ». E poi gli apprezzamenti più indelicati, lì per lì, in faccia: «Tu – no: hai il seno grosso». (Variante: le gambe corte). (Io, dentro di me: «La dama col mantello è la mia anima, non può recitarla nessuno»). Tutti parlavano – io ero in fiamme. E quando finirono – ringraziarono. «Per l’immenso piacere… Per la rara gioia… ». Tutti volti estranei – estranei, cioè inutili. Infine – lui: il Signore col mantello. Non si avvicinò – si allontanò con me verso il proscenio, separandomi dagli altri con la sua statura come con un mantello: «Soltanto Verocka può recitare la parte della Dama. La Dama sarà soltanto Verocka ». Alla loro amicizia – il mio amore? «E questa, Marina,» (la voce profonda e solenne di Pavlik) «è Sof’ja Evgen’evna Gollidej», esattamente come, un anno prima: «E questo, Marina, è il mio amico Jura Z. ». Ma invece di « il mio amico », qualcosa – qualche sillaba subito inghiottita. (Nello stesso istante sento – la mia spalla sente – che Ju.Z. si allontana). Davanti a me c’è una ragazza – piccola, una bambina. So che è l’Infanta di Pavlik! Due trecce nere, due enormi occhi neri, le guance in fiamme. Davanti a me – un vivo incendio. Brucia tutto, brucia – tutta. Bruciano le guance, bruciano gli occhi, nel falò della bocca bruciano senza prender fuoco i denti bianchi, bruciano – la fiamma sembra arricciarle – le due trecce nere, una sulla schiena, l’altra sul petto, quasi spinta dalle fiamme. E da questo incendio, uno sguardo così estatico, così disperato, così – ho paura! così – vi amo! «Ma sono davvero possibili – quelle taverne… E tempeste di neve… Quegli amori… Quei Signori col mantello, che arrivano e poi ripartono per sempre? Ho sempre saputo che tutto questo esisteva, ora lo so: è vero. Perché voi eravate davvero lì, in piedi. C’eravate voi – lì, in piedi. La Vecchia invece – era seduta. E sapeva tutto. La Tormenta ululava. La Tormenta lo sospingeva verso la taverna. E poi – lo spingeva via… Cancellava le tracce… E cosa successe quando l’indomani lei si alzò? No, lei non si alzò il giorno dopo… La ritrovarono in un campo… Ah, perché non l’aveva portata via con sé? Nella slitta, sotto la sua pelliccia? ». Farfuglia, come una persona ancora addormentata. Con gli occhi aperti – spalancati, più di così non è possibile! – dorme da sveglia. Come se fossimo soltanto io e lei, come se non ci fossi neppure io. E quando alla fine, liberata da non so quale incantamento, mi guardai intorno, sul palcoscenico non c’era davvero nessuno: tutti avevano capito tutto oppure, approfittando della situazione, erano usciti – senza far rumore, senza dire una parola. Il palcoscenico era nostro. E soltanto allora mi accorsi che nella mia mano tenevo ancora la sua – piccola.

Autore: Redazionale

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