Il monastero preme sull’anima. ‘Per eremi silenziosi’ di Vasilij V. Rozanov, ed. Lindau

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Il monastero preme sull’anima

@ Amelia Natalia Bulboaca (03-05-2020)

 

Il nudo, compresso racconto con clausole sempre uguali come i poemi di Omero, di un ardimento psicologico e di una frugalità verbale da far suonare l’intera narrativa profana come il vuoto stormir di canne che impediva di meditare ad Arsenio, è ogni volta il meraviglioso ritratto dell’uomo che non sembra si possa mai ritrarre tanto egli dimora di là da ogni enigma: l’uomo spirituale

(Cristina Campo, Gli imperdonabili)

 

Isolati, e migliorerai. Isolati per lungo tempo, e l’anima si acquieterà (…) la tua anima si purificherà, diverrà trasparente, cristallina come una goccia di rugiada su una foglia, senza più torbidi sedimenti, senza neppure un granello di polvere.

(Vasilij V. Rozanov, Per eremi silenziosi)

Anche le anime più refrattarie alla salvezza possono essere trafitte dalla nostalgia del monastero che, spesso, proprio su chi non può credere esercita una potenza ammaliante e un richiamo al quale difficilmente ci si può sottrarre. Irraggiungibile materialmente, lo si cercherà nei libri, nei silenzi che ci sforzeremo di ricamare in noi e attorno a noi, nel rifiuto di qualsiasi menzogna, nello sguardo distratto che rivolgeremo al mondo con occhi che rimangono fervidamente e inspiegabilmente puntati sull’eternità.

Vasilij Vasil’evič Rozanov è uno di quei personaggi scandalosi, difficilmente afferrabili, sui quali si sprecano le definizioni più scoppiettanti: «il Nietzsche russo», «Dioniso iperboreo», «voce estrema di una ‘intelligencija’ di psicopatici eruditi e allucinati». Anima russa forgiata nella passione della contraddizione, perennemente indeciso tra ascesi e blasfemia, tra misticismo fallico e castità, Rozanov è l’implacabile accusatore delle virtù castratrici della tristitia cristiana: «vi è più teologia nel toro che monta la vacca», chiosa panicamente ne L’apocalisse del nostro tempo. Sposa il suo primo, grande amore, Apollinarija Prokof’evna Suslova, di sedici anni più vecchia di lui che era stata l’amante di Dostoevskij. Donna malvagia e superba,«l’atroce Suslicha», gli renderà la vita un calvario (lo abbandona per un altro uomo ma per tutta la vita si rifiuterà di concedergli il divorzio). Lo scrittore acquista notorietà nel 1891 con un’imponente analisi del pensiero dostoevskijano: La leggenda del Grande Inquisitore.

Scritto nel 1904, Per eremi silenziosi è il resoconto del pellegrinaggio che Rozanov fece ai tre monasteri legati alla figura del beato Serafim di Sarov nella speranza che in quei luoghi consacrati dalle tracce dell’asceta si potesse compiere la guarigione della figlioletta, Tanja.

Se c’è un aspetto che affascina questo eretico costantemente tentato da Cristo è la dimensione poetico-estetica della clausura. Dall’obbedienza praticata in totale libertà tra le mura dei monasteri, quelle oasi caparbiamente indipendenti che sono sempre rimaste impenetrabili alle leggi del Secolo, la vita dei monaci e delle monache attinge una palpitante«sostanza poetica», riscattando così la noiosa tetraggine della Chiesa. Rozanav individua una dimensione notturna, misterica propria del clero nero (il Monastero) che si pone in netto contrasto con il clero bianco (la Chiesa):

Se accettiamo la divisione del nostro clero in bianco e nero, è impossibile non accorgersi che il clero nero è la perfetta espressione di queste liturgie notturne, con le candele che rilucono nella notte. È lo stesso clero nero ad ardere e divampare, mentre al clero bianco appartengono i culti diurni, meno animati, più razionali e sonnolenti. Si tratta di una correlazione e di un parallelismo di cui non possiamo che meravigliarci. Il giorno e la notte possiedono intrinsecamente una sostanza psicologica affatto diversa. Intendo dire che in questi due diversi momenti non soltanto muta la psiche umana ma si ha l’impressione che nella notte la natura stessa conosca un fervore differente da quello del giorno.[1]

L’eremo è il luogo dove le anime notturne, riarse di assoluto (Serafim deriva dall’ebraico Seraph, ‘essere che arde’) trovano la loro collocazione ideale. I santi sono presenze scandalose, non addomesticabili,che si umiliano per eccesso di orgoglio e molto spesso tacciono. La loro muta loquacità è tutta rivolta all’interno. Il cuore incandescente si affatica senza sosta nella greve tenerezza della glorificazione del volto di Cristo. E se nel mondo vige una coazione a ripetere atti brutali, insignificanti («mangiare, dormire e sgobbare, nient’altro!»), questi silenti strannik, viandanti dell’imperscrutabile, sono lì a ricordarci che non c’è vuoto che l’anima non sia in grado di colmare.

‘Salone delle stelle nel palazzo della Regina della Notte’ realizzato da Karl Friedrich Schinkel nel 1815 per il ‘Flauto Magico’ di Mozart

Un’altra donna, di aspetto più semplice, si sprofondava in lunghissimi inchini, e ogni volta la sua testa rimaneva a lungo appoggiata sul gradino del reliquario. Quando alla fine si sollevò per andare a baciare la teca, il legno del gradino era così bagnato di lacrime che sembrava vi avessero versato dell’acqua con un annaffiatoio. Era una cosa straordinaria a vedersi. Senza dare nell’occhio mi misi dove stava quella donna e prostrandomi fino a terra baciai le sue lacrime. Qualcuno può anche non amare Dio, ma come non amare questo amore per Dio?[2]

C’è una pari opportunità delle trasfigurazioni, verrebbe da dire persino per chi, come l’autore, confessa di accostarsi al monastero con sentimento quasi ostile, privo com’è della pietas dell’uomo di fede. Lo spirito monacale incanta con la sua elegante sobrietà e il raffinato gusto estetico che tutto avvolge, dalle cupole sfolgoranti, alle icone, ai canti liturgici, alle consuetudini antichissime. Una «resurrezione misterica» è possibile solo dopo essere morti per il mondo secolare e durante un’esistenza terrena si può morire e rinascere tante volte: anche quando ci si è lasciati alle spalle le mura del monastero per nostalgia di un samovar fumante e di lenzuola calde.

 

[1] Vasilij V. Rozanov, Per eremi silenziosi, Lindau, Torino, 2010, p. 62.

[2]Ivi, p.45.

Autore: Amelia Natalia Bulboaca

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