Il dibattito è on line: Cinema Letteratura e Resistenza. L’iniziativa di alcuni docenti.

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Il dibattito è on line: Cinema Letteratura e Resistenza. L’iniziativa di alcuni docenti.

Tra le tante iniziative sul 25 aprile segnaliamo quella organizzata da Eliodoro Loffreda, Antonello Lombardo e Pierluigi Pedretti. I tre docenti del Liceo Classico “Telesio” di Cosenza da qualche settimana avevano avviato – al tempo del Covid 19 – una iniziativa sul cinema di Gian Maria Volontè utilizzando una popolare piattaforma informatica. In occasione della giornata della Liberazione l’obiettivo era affrontare una discussione partendo da La lunga notte del ’43 primo film di Florestano Vancini e dall’omonimo racconto di Giorgio Bassani.

A introdurre è stato Giuseppe Condorelli, che ha parlato di “Letteratura e Resistenza”, avviando un’analisi precisa e differenziata delle diverse modalità di rappresentazione letteraria del Reale lungo i decenni del secondo dopoguerra, mentre Lombardo ha commentato le clip del film scelte da Loffreda, che ha anche eccepito che non per colpa del cinema si è in qualche modo andata smarrita la memoria della Resistenza e della sua solennizzazione. Quello che segue è un testo di Giorgio Franco che vuole essere da stimolo per ulteriori dibattiti dopo gli interventi di Michele Andronico. Quest’ultimo ha ricordato che Togliatti e Nenni coinvolsero le gerarchie fasciste nella gestione del potere del dopoguerra, alterando lo spirito della Resistenza; di Anna Menicucci che ci ha informati che Bassani citò in giudizio Florestano Vancini per il travisamento del suo racconto, giungendo a ritirare la firma dalla sceneggiatura finale; di Sonia Benedetto che ha sottolineato come il Gruppo 63 di abbia provocato la derubricazione sociale della Resistenza e la messa al bando di Bassani, amico di Pasolini ricordato come aiuto regista di Vancini; di Sandra Crowther che si è interrogata nello specifico del film sul rapporto alto-basso in relazione al punto di vista di uno dei prtagonisti, Pino Barilari (interpretato da Enrico Maria Salerno).

A SCANSO DI EQUIVOCI

di Giorgio Franco

Io non contesto l’analisi puntuale delle varie manifestazioni del Neorealismo. Io, riferendomi a Scrittori e popolo di Asor Rosa, mi interrogo sui motivi che hanno finito per occultare le ragioni vere del cosiddetto racconto/resoconto del Reale, che non pagasse un tributo a Naturalismo e Verismo. Per capire vado agli anni della mia gioventù e ricordo che, dopo il XX congresso del PCUS e in prossimità del centrosinistra di Moro, a Napoli, e della vittoria dell’ala autonomista all’interno del PSI, parlare di Resistenza era considerato “un delitto” brechtiano. Nessuno voleva ricordare perché l’esaltazione era dedicata al consumo, al benessere, al pasoliniano “sviluppo senza progresso”. Da qui la citazione de “I dieci inverni” di Fortini. Chi favorì la dimenticanza? Asor Rosa sostiene che la produzione letteraria postbellica ha continuato ad alimentare il vitus di cui essa è rimasta infettata durante il Fascismo (Ronda, Primato, Strapaese, Littoriali) per cui le forme, i ritmi e gli exit dei romanzi hanno perseverato nel manifestare il costume abituale: storie e/o storielle d’amore più o meno felici senza alcun legame con la tradizione mitteleuropea. Asor Rosa non risparmia nemmeno il Vittorini che in Uomini e no si era interrogato sulle responsabilità degli intellettuali, che non aveva inteso “suonare il piffero della rivoluzione” e consapevole del “Mandato degli scrittori” paventava ciò che sarebbe accaduto. Lo stesso Vittorini, che rifiuterà la proposta di Fenoglio e le soluzioni del Il Gattopardo, che sapeva come la transizione che aveva consigliato l’amnistia al guardasigilli Togliatti non era dissimile da quella di Lenin di Stato e Rivoluzione e di tutti gli avvicendamenti al potere. D’altronde l’opzione De Sica per Ladri di Biciclette e il rifiuto delle “memorie” di Primo Levi da parte di Einaudi scoperchiavano la pentola della Ricostruzione in chiave “volemose tutti bene.” E la Resistenza? Roba passata! O, nella migliore delle ipotesi, le passeggiate del 25 aprile concesse alla Retorica di chi a Porta Portese nel ’46 era andato a comprare l’attestato di partigiano. Oltretutto chi alla Resistenza aveva partecipato veramente oramai era invecchiato, e quell’epoca che ambiva a rivoluzionare le forme dello stare insieme si sarebbe di lì a poco chiusa. Poi venne il ’68 e si andò alla ricerca di una forma del partecipare che si sentiva orfana del passato, dal momento che il narrare, come stavano dimostrando Arbasino e Sanguineti, ma anche Eco e Guglielmi, era stato sotterrato dalla retorica che ne faceva da rumore di fondo. Quaderni piacentini, Quaderni rossi, Giovane Critica, Ombre Rosse, Che fare e tutta una fioritura di riviste ripresero il discorso sull’eredità della Resistenza, ma la cosa sfuggì di mano e finì in quelle delle BR, diventando altro. Non più memoria, ma motivo di scontro strumentale, rispetto al quale il berlusconismo ha fatto la sua parte con “siamo tutti fratelli, è stata una guerra civile” (hanno storicamente documentato Volpe, De Felice e company) , ma tutto questo ha messo in sordina il concetto principe: Resistenza come alternativa ad un modello patriarcale, autoritario, diseguale, classista. Sono state le televisioni responsabili della deriva? Io penso che le televisioni hanno costituito il recettore pronto a favorire la propensione alla sudditanza di un’intellettualità, che senza aver fatto i conti con il Fascismo, è transitata al dopo senza cambiare anima e spirito, limitandosi solo a cambiarsi d’abito. Il canale influenza i messaggi che il contesto alimenta e richiede, ma i messaggi partono sempre da un emittente e questo è sempre e comunque chi ha dimestichezza con il riflettere e creare. Pasolini? Ma lasciamolo riposare. Non mescoliamolo in ogni minestra. Nei ’60 faceva altro e sicuramente meglio.

Absit iniuria

Autore: Redazionale

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