Riflettendo su virus e umanità

,   

Riflettendo su virus e umanità

@ Padre Eugenio Clemenza (O.F.M)

Apocalisse, Mario Sironi, 1960

Tra le tante cose che ci stiamo dicendo e le cose che stiamo facendo, ad una lettura senza schemi e libera, una cosa che colpisce è il fatto, che al di là delle precauzioni e norme da osservare, non c’è una vera e propria consapevolezza di quello che ci sta toccando di “vivere”, non è solo un virus che ci sta tenendo lontani gli uni dagli altri, ma il fatto che questa vicenda ha colpito tutti gli strati sociali. Il virus non ha contagiato solo i poveri e gli emarginati, i paesi poveri e altre zone del globo in via di sviluppo, ma è volato in alto, non ha visto nessun confine, nessun muro, non ha avuto bisogno di una password per entrare anche nelle abitazioni più controllate e più sicure. Un virus “venuto da lontano” ha annullato in un attimo tutte le nostre possibili sicurezze. Forse è proprio questo che ci sfugge, o che vorremmo ci sfuggisse: “a me non mi toccherà!!!” Stiamo facendo un’esperienza che ci mette tutti allo stesso livello, non abbiamo un antidoto, non possediamo un vaccino. L’unica preoccupazione di fondo che ci accomuna è trovare una data possibile per riprendere la vita di prima. Eppure abbiamo alle spalle esperienze simili, ancora più dolorose e più tragiche, anche se provocate dall’uomo. Quel passato che non volevamo dimenticare,  non ha lasciato traccia, non ha creato un clima più umano, non ha creato nuovi diritti e stili di vita condivisi. Anzi, a distanza di anni si è creato un clima di cui la parola d’ordine è “esclusione!!!”

Tutti in questi giorni ci stiamo dicendo: “non sarà più come prima”, ma di quale “prima” parliamo? C’è stato nella storia un vero “prima” in cui eravamo uguali, una legge “sovrana” che ci governava, ci guidava, ci accomunava? Forse il compito che ci attende sta in nuova ricerca, in una nuova “idea”, in una comprensione nuova  della parola responsabilità. Mi vengono in mente le parole lucide e decisive di Hans Jonas, a proposito della responsabilità: “La responsabilità è la cura per un altro essere quando gli venga riconosciuta come dovere, diventando apprensione nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilità di quellessere. Ma la paura è già racchiusa potenzialmente nella questione originaria da cui ci si può immaginare scaturisca ogni responsabilità attiva: che cosa capiterà a quellessere, se io non prendo cura di lui. Quanto più oscura risulta la risposta, tanto più nitidamente delineata è la responsabilità. Quanto più lontano nel futuro, quanto più distante dalle proprie gioie e dai propri dolori, quanto meno familiare è nel suo  manifestarsi ciò che va temuto, tanto più la chiarezza dellimmaginazione e la sensibilità emotiva debbono essere mobilitare allo scopo” (Hans Jonas, Il  principio responsabilità, Einaudi, Milano 1993, p. 285).

Dai molti messaggi ricevuti o letti, si ha l’impressione che il virus viva solo fuori dalle nostre confortevoli dimore, dai nostri quartieri super  protetti e vigilati, dunque a noi non ci “toccherà”,  da noi non può entrare. Siamo attaccati, per ore, ai nuovi bollettini che ci dicono il tasso dei contagi, dei morti e dei guariti, ma questo resta un fatto che non ci motiva più di tanto. Non ci sono parole o messaggi su una possibile condivisa strategia globale per fronteggiare in futuro quanto stiamo vivendo. Non si vede da nessuna parte, il progetto per creare una condivisa solidarietà di fronte ad eventi come questo che stiamo vivendo, non è messa in campo la comune ricerca di un vaccino che ci possa trovare pronti, a livello globale, per un eventuale ulteriore virus. Per esempio, vuol dire essere ciechi non riuscire a vedere la solidarietà, a tanti livelli, che sta avendo l’Italia in questi mesi, da paesi insospettabili come Cuba o l’Albania. Si nota anche il fatto che ogni paese ha adottato una sua strategia per fare fronte ad un virus che è comune a tutti i paesi. Anche questo sta a dimostrare quanto siamo divisi, nonostante una globalizzazione che sembra metterci vicini nello stesso istante. Se le parole di Hans Jonas ci possono aiutare, sono certo che una delle cose da fare e da pensare prima di tutto è di dirci, con tutta franchezza, che siamo posti di fronte a scelte necessarie e radicali, alternative l’una all’altra. La prima sarebbe di continuare a camminare in solitudine sotto l’egida di una economia che va oltre l’uomo, che guarda al mero profitto. Ne conosciamo perfino gli slogan: “America first”, “France d’abord, “Prima gli Italiani”,Brasil a cima de tudo”. L’altra scelta è quella di una responsabilità condivisa globalmente. Edgar Morin parla da molti anni di una possibile governance globale a più livelli, ma certamente la creazione di una governance planetaria che metta al centro la comune ricerca della qualità della vita  dell’uomo e del suo welfare eviterebbe in futuro le paure e le “improvvisazioni” che abbiamo visto e che stiamo vivendo in questi giorni, in cui Covid-19 può muoversi liberamente nelle nostre città. Senza fare moralismi di maniera, mi viene solo da pensare ai coniugi Curie. Quando scoprirono un minerale, la pechblenda, che emanava radiazioni, ne attribuirono la causa alla presenza di un elemento ancora sconosciuto contenuto nello stesso minerale. Come separarlo? Dopo quattro anni di lavoro, trattando una tonnellata di materiale, riuscirono a furia di trattamenti chimici a isolare il nuovo elemento che chiamarono radio per le radiazioni che emetteva. Era la scoperta più sensazionale del nuovo secolo. Non brevettarono il metodo di estrazione: volevano che tutti potessero produrre liberamente il radio per il bene dell’umanità. Infatti si era scoperto che il nuovo elemento combatteva efficacemente il più terribile nemico dell’uomo: il cancro. Per queste importantissime ricerche, nel 1903 ai coniugi Curie e a Becquerel venne assegnato il premio Nobel per la fisica. Tre anni dopo Pierre Curie moriva travolto da un carro. Marie resse al dolore per amore delle sue bambine, Irene ed Eva. A proposito dell’offerta di un miliardo di dollari fatta dallamministrazione americana ad una casa farmaceutica tedesca per comprare i diritti di un vaccino per il Covid-19, Yuval Noah Harari ha scritto su “Internazionale” del 27 marzo scorso: “Se  lumanità sceglierà la solidarietà globale, la sua sarà una vittoria non solo sul Coronavirus, ma anche su tutte le epidemie future e sulle crisi che potrebbero scoppiare in questo secolo”. In conclusione, penso alla Grecia classica che ci ha insegnato molte cose sulla Vita, ma una, forse, eccelle su tutte: “Ο μυθος δελοι οτι” (La favola insegna che…).

Autore: Eugenio Clemenza

Condividi