Guardiani della memoria. In difesa di storia e democrazia?

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Guardiani della memoria. In difesa di storia e democrazia?

@ Pierluigi Pedretti (06-04-2020)

 

Nazisti e Olocausto portano premi.

The Congress, regia di Ari Folman

 

1.Memorie e razzismo

 

La questione ebraica, o meglio, il timore per il mai sopito antisemitismo è argomento sensibilissimo che tocca oggi nervi scoperti, perché è evidente che a distanza di molti anni dalla istituzione della Giornata della Memoria qualcosa non torna se razzisti, negazionisti e antisemiti impazzano ovunque. Scrive Valentina Pisanty in I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe (Bompiani, 2020): “Due fatti sono sotto gli occhi di tutti. 1) Negli ultimi vent’anni la Shoah è stata oggetto di capillari attività commemorative in tutto il mondo occidentale. 2) Negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore.”(p.5).

Era l’estate del 2000 quando venne istituita dal Parlamento italiano il giorno che doveva ricordare l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche e la liberazione dei sopravvissuti. Nel suo libello intitolato Contro la giornata della memoria (add editore, 2014) Elena Loewenthal scrive preoccupata: “Il punto è che ormai da alcuni anni sento come un peso, talora insopportabile, questa abbondanza di eventi per i quali a volte era richiesto un mio coinvolgimento. (p.18). Il malessere vissuto dalla studiosa di ebraistica è comune fra tutti coloro che hanno a cuore le sorti della libertà e della democrazia e ci costringe ad interrogarci sui motivi di questa persistenza, chiedendoci di conseguenza: cosa si può fare?

Si potrebbe tener conto, innanzitutto, degli ammonimenti di Tony Judt che ci mette in guardia sull’ignoranza della storia da parte dei governi occidentali quando, assoldando intellettuali di complemento, lanciano le campagne sul “dovere della memoria”, rappresentazioni in pillole selezionate di un Novecento dalle sofferenze individuali, che servono più a scopi politici interni che a capire veramente il nostro tempo. Si pensi al caso anche delle nostre Foibe. Scrive lo storico britannico in L’Età dell’oblio. Sulle rimozioni del’900:Il ventesimo secolo è quindi sulla buona strada per diventare un palazzo della memoria morale: una Camera degli Orrori Storici di valore pedagogico le cui stazioni sono «Monaco», «Pearl Harbor», «Auschwitz», «Gulag», «Armenia», «Bosnia», «Ruanda»; con l’«11 settembre» come una specie di coda superflua, un poscritto sanguinoso per chi avrà dimenticato le lezioni del secolo passato o per coloro che non le avranno apprese a dovere.” (Laterza, 2009, p.6). Credo che tutti coloro che sono sensibili alla tenuta democratica dei paesi occidentali si siano posti da tempo il problema di cosa fare, consci della difficoltà del reale “successo pedagogico” dell’insegnamento della storia, che appare evidentissimo in particolari occasioni. Una di questeèil Giorno della memoria che ci fa anche assistere ad un profluvio di proposte dell’industria editoriale e dell’audiovisivo senza che la propaganda delle destre xenofobe receda, anzi. La domanda di partenza, allora, è la stessa che si pone la Pisanty nel suo stimolante saggio: “Davvero è sufficiente ricordare ciò che è stato per tutelarsi contro l’eventualità che qualcosa di simile capiti di nuovo?” (I guardiani della memoria, p.17).

 

2. Storia, propaganda e ebraismo

 

Quando uscì Pasque di sangue di Ariel Toaff (Il Mulino, 2007) ci furono molte polemiche. Preoccupati soprattutto delle conseguenze di una lettura distorta, che potesse rinfocolare l’antisemitismo, molti storici si affannarono a smentire il valore del libro. Toaff, docente all’università di Tel Aviv, affronta con cautela l’argomento, parte da lontano, avvolge il lettore con storie, tradizioni, mitologie, riti, consuetudini sedimentate da secoli per giungere lentamente verso la dimostrazione della sua tesi: ci furono veramente, tra Medioevo e Cinquecento, ebrei ashkenaziti, che praticarono per ragioni rituali – legate alla Pesach – omicidi di bambini cristiani. Fra i pochi a difendere lo storico ci furono il medievalista Franco Cardini e Sergio Luzzatto. Proprio quest’ultimo in Un Popolo come gli altri (Donzelli, 2019) ha rievocato la vicenda: “La canea contro l’autore di Pasque di sangue ha rappresentato uno degli episodi più gravi e obbrobriosi nella storia intellettuale dell’Italia contemporanea.” (p. 11). Lo storico dell’Università di Torino ci ricorda che Toaff subì gli attacchi perfino di suoi antichi sodali, di storici, di rabbini e di semplici lettori. “Nell’era di internet, una settimana è bastata a trasformare per sempre la figura pubblica di Ariel Toaff: da capofila internazionale degli studi sulla storia degli ebrei d’Italia a reietto della storiografia, un poveraccio che aveva perso il lume della ragione.” (p.12). La vicenda Toaff sembra paradigmatica della difficoltà del fare storia: può essere libera la ricerca oggi su certi argomenti?

Negli anni ‘60 cominciavano ad emergere le storie dei sopravvissuti, il mondo prendeva piena contezza di cosa fosse stato l’Olocausto grazie anche all’impegno di migliaia di associazioni, organizzazioni, istituzioni, uomini e donne che urlavano ovunque “mai più.” Qualcosa poi si deve essere inceppata se oggi tutto questo sembra ribaltarsi in un nuovo antisemitismo. Ora qualche responsabilità nel fallimento “pedagogico” forse ce l’hanno anche settori del mondo ebraico. La Jewish History – scrive poi Luzzatto – dovrebbe essere “storia degli ebrei” e non “una storia ebraica a sé stante, quintessenziale, quasi metafisica, che va distinta dalla storia di tutte le altre culture del mondo, di tutti gli altri popoli della terra: unica nel suo genere, grande e terribile, la storia del Popolo eletto.” (Un popolo come gli altri, p.5). Su questo argomento sempre Judt va ben oltre, arrivando a sostenere che gli israeliani dovrebbero smettere di considerarsi, in quanto testimoni ed eredi dell’Olocausto, come una minoranza di vittime ricompensata da Dio con il territorio da loro abitato e strappato ai palestinesi (Quando i fatti ci cambiano, Laterza, 2020).

 

3. La testimonianza e la vittima

 

Pur coscienti di quanto contino le dinamiche di tipo economico e sociali e la propaganda politica di partiti populisti e movimenti xenofobi, proviamo a concentrarci un momento sull’evidente insuccesso delle pratiche memoriali. “A parte il fatto che essere considerati un gruppo speciale non ha mai portato granché bene agli ebrei, il punto è che la presunta unicità del destino ebraico non viene sostenuta con dimostrazioni più o meno confutabili. Nel momento in cui alla logica del metodo scientifico subentra la persuasività tipica della testimonianza carismatica, la dimensione argomentativa tipica del discorso storico viene definitivamente abbandonata.” (I Guardiani della memoria, p.71). I temi che affronta la Pisanty riguardano la formazione della memoria, la sua difesa, la legittimazione di coloro che la dovrebbero tutelare. Sulla famosa frase di George di Santayana (“Coloro che non ricordano il passato sono destinati a ripeterlo”) commenta: “Riletta in chiave profetica e lanciata nello spazio pubblico a mo’ di avvertimento universale, la citazione ha assunto il valore di una verità autoevidente. Non si pretenda un supplemento di spiegazioni su come il ricordo dell’evento dovrebbe assicurarne l’irreperibilità. Non ci soffermi sui contrattempi più ovvi (Hitler ricordava perfettamente il genocidio degli armeni purtroppo). E non si obietti che ‘non chi non ricorda, ma chi non capisce il passato è condannato a ripeterlo.’ (I guardiani della memoria, p.17). Le sue riflessioni rafforzano ulteriormente l’opportunità di rivisitare le pratiche della memoria, sia per salvaguardare lo straordinario lavoro prodotto negli anni sia per guardare con senso critico ai percorsi delle future politiche culturali e didattiche.

 

4. Esiste un valore morale della storia?

 

La questione in altre parole non è solo raccontare quel che è accaduto, quanto la trama narrativa del ricordo e la sua trasformazione in racconto per la storia. Appare sempre più problematico rendere prevalente la testimonianza con al centro il paradigma della vittima: colui che direbbe la verità per definizione. Scrive Tony Judt:  “Qualcuno ha cercato di trarre un significato dall’Olocausto, altri ne hanno addirittura negato l’esistenza, ma Primo Levi è più sottile. Da una parte, non vedeva nessun <<significato>> particolare nei campi, nessuna lezione da imparare, nessuna morale da trarne. Lo ripugnava l’idea, suggeritagli da un amico, che fosse sopravvissuto per qualche proposito trascendentale, che fosse stato <<scelto>> per testimoniare.” (L’età dell’oblio, p.60). Sul valore della testimonianza, diretta o indiretta, la Pisanty si sofferma a lungo per dimostrarne per molti aspetti la inattendibilità storica. Fare storia necessita di altri strumenti che rendano più oggettiva possibile la ricostruzione. Negli ultimi anni, però, anche per ragioni politiche essere accreditati come vittima è stata la condizione per avere legittimazione pubblica accrescendo la retorica e allontanando la testimonianza da una razionale analisi dei fatti, addirittura giungendo ad affermare che solo i Guardiani della memoria possano parlare a nome delle vittime: “Adattata a una vasta gamma di contesti storici, la narrazione dello sterminio ha modellato l’immaginario politico degli ultimi trent’anni, riconducendo ogni conflitto allo schema vittime-carnefici (…) Di qui la concorrenza delle vittime e le accuse di lesa memoria che ciascun gruppo lancia ai gruppi rivali. I Guardiani della memoria – persone, associazioni o istituzioni preposte ad amministrare le pratiche commemorative idonee – gestiscono tali contese per stabilire chi, tra i litiganti, ha più diritto di tradurre le proprie rivendicazioni nel lessico dell’Olocausto.” (I Guardiani della Memoria, p.9). Non stupisce che, così strumentalizzata e avvilita, questa memoria perennemente invocata non abbia più nessuna efficacia nella lotta contro un razzismo dilagante, perché non basta raccontare. Affiancata dagli strumenti della ricerca storiografica è necessaria una nuova didattica che assuma il ricordo come opportunità per tornare a riflettere sulla storia e sulle modalità di narrarla. Soprattutto è necessario prestarvi maggiore attenzione proprio quando ci si rivolge ai giovani, bisogna trovare i mezzi giusti per e-ducare, perché “fare storia” è ricerca problematica, non un dato di fatto immutabile consegnatoci dall’alto daqualcuno, autorevole o, peggio, autoritario, quasi come un atto di fede. Questo è dogma. La storia non si insegna, si educa alla storia.

 

5. Educazione ed emozione: alcuni esempi

 

I ragazzi hanno bisogno di maestri, preparati e consapevoli delle difficoltà, che sappiano stabilire un legame “erotico” coi loro allievi, che sappiano emozionarli, che siano educatori nel senso originario del termine. Per questo debbono avvalersi di tutto ciò che può servire in questo difficile compito. Le testimonianze da sole non bastano, la ricerca storica è “disciplina scientifica”. A volte aiutano a “fare storia” film, romanzi, perfino fumetti.

Fra i tantissimi prodotti dell’industria massmediatica che, soprattutto in occasione della Giornata della Memoria ci inonda di opere, Heimat(Einaudi, 2019) è un buon esempio di quel che può fare per le giovani generazioni un empatico lavoro di narrazione e di seria ricerca delle fonti. Il romanzo disegnato della Krug si inserisce sulla scia di un certo filone del graphic novel, che si occupa di narrare il nazismo e la persecuzione antiebraica, di cui capostipite è il celeberrimo Maus di Spiegelman. Fra le ultime pubblicazioni disegnate capaci di “educare emozionando” c’è anche Rapsodia in blu (Oblomov, 2020) di Andrea Serio, che potremmo definire un testo militante, rappresentativo di quel genere di opere che si inseriscono nel solco di denuncia dell’antisemitismo ma in modo estremamente raffinato. Il lavoro, infatti, ha la capacità di avvincere grazie alla levità di una narrazione non didattica o pedante. La storia (vera) è quella del giovane Andrea Goldstein, ebreo giuliano, che vive gioiosamente l’estate del 1938 sulle coste dell’Istria insieme a Martino e Cati poco prima dell’emanazione delle leggi razziali.Siamo convinti che anche il buon cinema, come il graphic novel, attraverso la narrazione di storie emozionanti può compiere un lavoro di preziosa pedagogia. Ad esempio, Jojo Rabbit (2020) di Taika Waititi ha una ottima capacità attrattiva per l’abilità del regista di saper dosare con precisione il passaggio dal sorriso alla commozione. Non è da poco raccontare cosa è stato la persecuzione contro gli ebrei, soprattutto farlo con toni lievi, quando il tema stesso è così orrendo. Il rischio di fallire è sempre dietro l’angolo, ma Waititi si è assunto l’onere di farlo e ci ha lasciato un film commovente con grande presa sul pubblico giovanile.

 

Corollario finale e fondamentale

 

Scrive la Loewenthal: “Il GdM è sentito come una ricorrenza civile nel senso di un tributo di civiltà a chi è stato vittima della barbarie. E’ sentito soprattutto come un progetto educativo che vede in prima linea le istituzioni a questo votate, che siano scuole, enti pubblici e privati nati per <<educare>> il vasto pubblico.” (Contro la giornata della memoria, p.14).

Questo è il punto. Si può “educare” per autorità? La ricerca storica non è mera testimonianza, ma non è neanche imposizione o solo freddo raziocinio. I fatti si ricostruiscono scientificamente, poi si interpretano attraverso la cultura e le proprie passioni. La via è questa.

In conclusione, last but non least, una questione, anzi la QUESTIONE, che surclassa tutte le altre: la tenuta democratica e civile di un paese tiene se tengono le strutture economiche sufficienti per la coesione della comunità, altrimenti tutto è a rischio, perché risentimento sociale e antisemitismo sono dietro l’angolo di ogni crisi, il classico serbatoio della propaganda delle destre razziste e populiste. Ce l’ha insegnato la storia.

Autore: Pierluigi Pedretti

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