La fragilità di un fratello: “Giuda”, la lettura performativa firmata da Gioacchino Palumbo alla Cappella Bonaiuto di Catania

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La fragilità di un fratello: “Giuda”, la lettura performativa firmata da Gioacchino Palumbo alla Cappella Bonaiuto di Catania

@ Giuseppe Condorelli (26-02-2020)

Solo chi tradisce, chi esce fuori dalle convenzioni della comunità cui appartiene, è capace di cambiare se stesso e il mondo.

Amos Oz

Dov’è Dio? Perché il suo ostinato silenzio? E perché all’origine di ogni prodigio c’è sempre il Male? Gli interrogativi dell’Iscariota rimbalzano tra le pietre antiche e la circolare compostezza della Cappella Bonaiuto – quasi un luogo dello spirito – che ha accolto “Giuda”, la lettura performativa pensata e diretta da Gioacchino Palumbo della Compagnia del Molo 2 e ottimamente interpretata da Nicola Costa. La suggestione che emana la figura di Giuda ha attraversato i secoli: da Origene a Sant’Agostino, dai Vangeli gnostici fino alla contemporaneità, tanto che il “traditore” per eccellenza diverrebbe l’unico uomo di cui l’umanità potrebbe conservare la memoria: “Non si è più sicuri di nulla – scriveva Dauzat – ma se non ne deve rimanere che uno solo, è lui: Giuda.” Il regista catanese per la sua lettura drammatizzata si è ispirato a testi storicima soprattutto letterari: da Thomas De Quincey al Borges de “Le tre versioni di Giuda”; da “Il Vangelo secondo Giuda Iscariota” di Saramago a “La gloria”, lo splendido romanzo di Giuseppe Berto.

Il “Giuda” di Palumbo rompe decisamente con una parte della vulgata e dell’iconografia culturale legata all’apostolo: non più traditore, deforme, negletto quasi dai quattro Vangeli, parricida ed incestuoso, ma un uomo del suo tempo, militante degli Zeloti, la frangia estremista dei Farisei che vuole accelerare il tempo della venuta di Dio in funzione antiromana e innescare una sorta di sacra rivolta guidata proprio dal Rabbi. La forza del personaggio che l’interpretazione di Nicola Costa è stata in grado di sprigionare è quella di un eroe dostoevskiano, un individuo che si tortura il cuore interrogando colui che non risponde; un Giuda essenzialmente “politico” e ideologo che l’incontro con Gesù precipita verso la tragedia finale. E’ insomma il Giuda della versione gnostica per la quale il tradimento risulterebbe indispensabile al compimento del disegno divino. E’ la storia di un uomo che si riconosce seguace e discepolo di Gesù, ansioso che “l’eterno Adonei si manifesti”, ma che non riesce a comprenderne la dolente mitezza, la scelta dell’impopolarità, della riservatezza, del misticismo. Ai toni tenui e melanconici di Gesù questo Giuda replica con l’esuberanza identitaria e antiromana, intuendo poco a poco, a suo modo, che la ricompensa che Gesù promette consiste per lui e per lui solo, nella necessità del suo agire. E dunque questo Giuda diventa anche una storia di incomprensione tra il figlio e il padre. Le sue ossessive domande su Dio – Freud ce lo aveva anticipato – non fanno altro che riproporre quella di sempre: perché abbiamo un Padre che non ci comprende, che ci ostacola? Giuda guarda Gesù con sospetto, esita; lo meraviglia il comportamento del Rabbi, la sua vicinanza con gli ultimi, con gli umili, lui che rivendica una superiorità sociale e intellettuale, lui che è pronto a incendiare gli animi per la rivolta non riesce a capire. Sul tessuto musicale di “Interstellar” di Hans Zimmer Nicola Costa rende alla perfezione “l’oscurità impaziente” del suo personaggio collocandolo su un versante a posteriori, oltre la Storia. Questo Giuda ci parla infatti da una eternità rappresa davanti al suo evento fondante, altalenando la sua versione tra il resoconto indeterminato e la soggettiva personale, offrendoci così la potenza della Storia e il dramma del singolo, il contesto generale della Palestina del I secolo d. C. e la drammatica lacerazione interiore di Giuda e le scelte di Gioacchino Palumbo ci orientano verso un uomo come tanti, come noi e ci chiamano a condividerne la fragilità: in una parola, a sentirlo fratello. E Giuda allora intuisce, finalmente comprende: “Avevi preteso tutto. E tutto ti è stato dato.”

Autore: Giuseppe Condorelli

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