Sulle punte della visionarietà iconoclasta: “Sylphidarium – Maria Taglioni on the ground” a Scenario pubblico di Catania

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Sulle punte della visionarietà iconoclasta: “Sylphidarium – Maria Taglioni on the ground” a Scenario pubblico di Catania

@ Giuseppe Condorelli (24-02-2020)

Una visione immaginifica, bestiario e ideario tra glamour e fetish, citazioni cinematografiche, riferimenti alla fotografia e alle arti visive: una sperimentazione provocatoria (non sempre) come unico denominatore. La scena lattea di Scenario Pubblico, accoglie luminosissima a evocare proprio il celeberrimo “ballet blanc” cui il titolo dello spettacolo, “Sylphidarium. Maria Taglioni on the ground”, ultimo in abbonamento per la stagione Maturità, fa esplicito rifermento.

Ma la creazione di Francesca Pennini riscrive quell’allusione mutandola, manomettendola, disarticolandola in una performance multiforme sulla quale il fantasma della Taglioni, la prima grande ballerina romantica, aleggia rievocato dai passi sulle punte. “Sylphidarium” riprende lo scheletro narrativo del celebre balletto ma per sovvertirlo, modificarlo geneticamente: sorta di rivoluzione nella rivoluzione. La storia allora non è l’iniziale sogno dei corpi ma i corpi che danzano quel sogno e il loro assoluto controllo su ogni aspetto della realtà: ora ieratici ora al limite della disarticolazione, in una dinamica fermata nella tensione dell’attimo. Nell’azione e nella creazione si susseguono, si intrecciano, collidono si sfiorano Simone Arganini, Margherita Elliot, Carolina Fanti, Carmine Parise, Angelo Pedroni, Francesca Pennini, Stefano Sardi e Vilma Trevisan. Sulle compulsioni sonore e i frammenti sincopati di percussioni elettroniche (in mezzo alle quali splendono pure le note, tra sonate e notturno di Chopin), la scena è lo spazio bianco-atelier nel quale denudarsi, rivestirsi, scambiarsi quasi la pelle e i baci. Una ricerca di contagio e di contatto, anzi: la scelta di esibire e pensare un corpo come il seguito di un altro in un bacio che si prolunga e allunga come una chewing-gum. Anche se a volte la sperimentazione esonda gli stessi confini della chiarezza e della decifrabilità verso una gelida astrattezza, “Sylphidarium” è un retablo atipico e volutamente dissonante – “autopsia del balletto classico” recitano categoriche le note di regia – costruito per tratti, per sequenze e scene fratte, una performance che disarticola il pensiero logico: dall’uso desueto, per esempio, di oggetti comuni – guantoni per scarpe, zaini per maschere, il kilt scozzese a citare i costumi originali de “La Sylphide” – fino ad una ambiguità esibita che può ricordare il bizzarro, il grottesco e l’insolito di certa pittura simbolista: l’Odilon Redon di “Armatura”, per esempio. A questi corpi-vettori, privati di ogni componente ispirativa – quella che Cage considerava un retaggio romantico, ormai anacronistico – a questi corpi in trionfo, lungo un gioco sensuale ai nudi edenici e sacrificali, si contrappongono corpi mistici e selvaggi che con la ginnastica acrobatica si shekerano prima del lungo ipnotico finale – quasi una prova di resistenza in cui i costumi argentati richiamano i video di aerobica di Jane Fonda, anche se il riferimento più ovvio ci è parsa la splendida mise della stessa Fonda di “Barbarella” il cult firmato da Roger Vadim: anch’esso parafrasi e parodia delle vecchie pellicole di fantascienza, così come “Sylphidarium” vuole esserlo della tradizione classica e romantica.

 

Autore: Giuseppe Condorelli

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