‘I Miserabili’: un viaggio verso l’amore

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‘I Miserabili’: un viaggio verso l’amore

@ Monica Vincenzi (22-02-2020)

 

Franco Branciaroli, con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia in co-produzione con il CTB, Centro Teatrale Bresciano, Teatro de Gli Incamminati e la regia di Franco Però, mettono in scena un adattamento teatrale di Luca Doninelli del famoso romanzo di Victor Hugo, al Teatro Duse di Bologna dal 21 al 23 febbraio 2020.

 

Bologna – Jean Valjean il protagonista, magistralmente interpretato da Franco Branciaroli, è un miserabile, un orfano che non ha mai conosciuto i suoi genitori e che ha scontato una pena sproporzionata per aver rubato un po’ di pane per sfamare i nipoti. Appena uscito di prigione, però, si verifica un miracolo, nonostante tutto sembri spingerlo di nuovo verso il crimine.

Jean tradisce infatti la fiducia del Vescovo Myriel perché, nonostante questi lo avesse accolto con amorevole carità, lo ricambia derubandolo dell’argenteria. Il prelato non solo lo scagiona davanti ai gendarmi che lo hanno appena arrestato, ma anzi gli regala anche altri due candelabri d’argento affinché, vendendoli, possa cambiare vita. Il vescovo gli concede l’opportunità di risalire dal baratro esistenziale nel quale è caduto. E lui lo fa: lo ritroviamo sindaco sotto il falso nome di Monsieur Madeleine in una cittadina nella quale tutti lo stimano per le sue azioni sagge e generose, come la fabbrica di bigiotteria che ha fondato per aiutare le persone in difficoltà.

Gli spettatori sono portati a pensare che in fondo basti poco per aiutare un “miserabile” ad elevarsi, a diventare un essere umano non solo onesto e rispettabile, ma anche solidale con coloro che sono nelle condizioni in cui si trovava lui prima, ma altri colpi di scena li sorprenderanno.

Si sente l’eco delle teorie esposte da Cesare Beccaria ne “Dei delitti e delle pene”, il primo testo a pronunciarsi a sfavore della pena di morte, e di tutto il dibattito che ne era seguito sull’essenza della natura umana.

Hugo, mediante questo bellissimo adattamento, particolarmente attuale in un’epoca nella quale ci sono ancora tanti “Miserabili” moderni, ci mostra quanto gli archetipi assumano le sembianze del momento. Ci parla ancora e ci ricorda quanto sia importante riuscire ad essere solidali l’un l’altro, specie nei momenti più difficili. Paradossalmente, è proprio la capacità di perdonare e di offrire una via d’uscita anche a chi sembra non meritarla, che può far sorgere il desiderio di riscattarsi e di aiutare altri a farlo. La lotta di Jean Valjean, sempre in fuga dall’ispettore Jabert, dal quale non riesce a liberarsi, poiché in fondo è una parte di sé, la sua coscienza morale, il suo Super Io, che è molto più severo della società in cui è inserito, ci mostra che il perdono più difficile da conquistare è quello verso noi stessi. Jean non si perdona per aver derubato un bambino di una moneta (e qui si sentono echi di Dickens), di aver utilizzato falsi nomi che hanno fatto rischiare un innocente di andare in carcere al suo posto. Ma non si arrende, continua nel suo percorso verso l’Umanità, verso la capacità di amare se stessi e gli altri e dopo molte vicissitudini e cadute ci darà una lezione di altruismo davvero commovente, riuscendo a lasciare libera la sua figlia adottiva Cosette di amare il suo Marius. Per Jean non è certo facile, è legatissimo alla ragazza, figlia di Fantine, un’altra reietta che ha interpretato fino alla fine il suo ruolo senza riuscire a liberarsi. Il tutto ci rivela che anche un padre adottivo deve affrontare il “Complesso di Edipo” per fare quello che ci suggerisce Freud, cioè sciogliere i legami dell’infanzia per poterne vivere altri.

Lo spettacolo è mirabile sia per l’adattamento efficace del testo così ampio e complesso di Hugo, che per il fascino che riesce a emanare. I dialoghi sono molto incisivi e coinvolgenti, così come la recitazione di tutti gli attori. Le scene essenziali ed evocative, unite a costumi rispettosi dell’epoca, rendono molto bene l’atmosfera, cioè quella della Francia dalla Restaurazione post napoleonica del 1815 fino alle barricate del giugno 1832 contro la monarchia di Luigi Filippo, e ci ricordano il dipinto di Eugène Delacroix “La Libertà che guida il popolo”, conservato al Louvre. Le musiche accompagnano e sottolineano lo spettacolo, aiutando il pubblico ad immergersi sempre di più nella storia raccontata.

In sintesi, Jean Valjean è un archetipo del viaggio che la condizione umana implica, dai livelli più bassi, nei quali la sofferenza permea ogni istante a quelli più alti, nei quali possiamo raggiungere la gioia e la serenità. Ma non tutti i personaggi riusciranno a compiere questo cammino, alcuni rimarranno vittime ed altri addirittura criminali, perché ognuno di noi è sempre libero di scegliere, anche se a volte non ci sembra possibile.

“Continuate ad amarvi, nella vita non c’è altro che l’amore”… con queste parole Jean saluta il pubblico, dimostrando che le posate e i candelabri sono stati un investimento di incalcolabile valore.

Autore: Monica Vincenzi

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