Fotogrammi del tempo perduto. ‘Il giardino dei ciliegi’, regia di Alessandro Serra, allo Stabile di Catania

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Fotogrammi del tempo perduto. ‘Il giardino dei ciliegi’, regia di Alessandro Serra, allo Stabile di Catania

@ Loredana Pitino (21-02-2020)

 

A Catania, al Teatro Stabile “Giovanni Verga”, dal 18 al 23 febbraio è in scena Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov, con la regia di Alessandro Serra, produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Piemonte Europa – Compagnia Orsini.

 

“Io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui.”

Catania Il Giardino dei ciliegi è una commedia, così la volle fortemente definire Anton Čechov, anche se attraversata da riflessioni sul dramma dell’esistenza e del declino di un mondo.

In decadenza c’è la nobiltà russa e una struttura sociale sclerotizzata sulle stesse posizioni per secoli. I deboli, Ljubov e Gaev, sono puri come bambini mai cresciuti e riluttanti a diventare davvero adulti. Per questo motivo rifiutano di lottizzare e vendere il giardino che è per loro il simbolo del loro perduto passato felice, il loro rifugio beato e ridente, che li ha protetti e isolati dal mondo, come l’armadio della loro stanza di bambini da dove prende il via la scena al primo atto.

In quella loro stanza, dove Ljubov ritorna dopo anni di assenza e dopo la tragica morte del figlioletto, piena di cimeli e oggetti legati a momenti spensierati, il ricordo si animerà letteralmente dei fantasmi di un’età irrecuperabile.

Il tracollo economico della loro famiglia sembra sfuggire alla loro comprensione, né i due fratelli, né le due figlie di lei, Anja e Varja, si rendono conto o sanno come agire per tentare di risolvere questo declino. Ad approfittare della situazione è Lopachin, un contadino arricchito, figlio di servitori, di cui si è innamorata Varja, che comprerà il giardino messo all’asta e procederà con la lottizzazione. Mentre si abbattono i ciliegi, i vecchi proprietari e la servitù partono per sempre e si dividono, chi andrà a Parigi, chi in altre città, straziati dalla nostalgia e dall’attaccamento a un mondo e a un tempo destinato a finire, seppellito, simbolicamente, sotto il cumulo di terra che verrà denudato dei magnifici ciliegi e destinato alla suddivisione. Solo il vecchio servitore Firs resterà chiuso dentro la casa, ad aspettare la morte, dimenticato da tutti, come un qualsiasi oggetto inutile, testimone e custode del passato.

La trama di quest’opera teatrale è poverissima di azione scenica, ma ricca di storie rivissute da “dentro”, ricordate, proiettate nei ricordi e nelle fantasie dei personaggi.

Čechov non voleva che l’opera si considerasse un dramma, ma un vaudeville; aveva, infatti, intessuto la vicenda di scene burlesche e farsesche. Aveva espresso un amaro dissenso di fronte alla regia di Stanislavskij che, alla prima rappresentazione, nel 1904, aveva fatto emergere solo gli elementi tragici.

 

E’ riconosciuto che Il giardino dei ciliegi sia un dramma politico. Il signor Lopachin, figlio dell’antica servitù della famiglia, con l’acquisto del terreno e la sua lottizzazione, sancisce il riscatto della classe lavoratrice su quella aristocratica. In senso lato dunque il dramma rappresenta la decadenza dell’aristocrazia russa e insieme il suo immobilismo.

Nella lettura scenica che ne ha dato Alessandro Serra – che ha curato la regia, la scenografia e i costumi (davvero bellissimi) – la staticità è, senz’altro, l’elemento più evidente. La suggestione delle immagini è creata ricostruendo una sequenza di fotogrammi in bianco e nero, quasi come una galleria di foto anticate, quelle riprodotte con l’effetto seppia, come se personaggi, azioni e ambienti fossero inquadrati dentro un dagherrotipo sfumato. Serra gioca con le luci magistralmente, e così rende plastici i corpi riflessi su pareti e fondali chiari con luci e ombre che appaiono vive di vita propria.

Una scenografia quasi inesistente – pochissimi elementi e oggetti – viene suggerita all’immaginazione dello spettatore che si trova subito trascinato in un sogno da dodici convincenti attori. In apertura di scena, alla luce di una piccola fiaccola, la prima azione vede tutti i personaggi a terra, sagome sfocate della loro essenza, immersi in un sonno dal quale si animano e danno vita al dramma della nostalgia del passato.

Poi, un susseguirsi di quadri e movimenti mimici, echi della pittura di Degas e di certe pantomime da circo, balli al ritmo di un valzer stonato, girotondi immersi in una struggente malinconia. La malinconia della fine di un’epoca che si chiude su un cumulo di sedie come accatastate su carri da trasloco che, però, restano lì, sollevate da terra, agganciate le une alle altre, incombenti sulla solitudine del vecchio Firs, spettro fisico e metallico del mondo che non è più.

Grande assente, per questo ancora più presente, il giardino. Non un ramo, non un fiore sulla scena, nemmeno un riflesso lontano visibile, ma rievocato, celebrato, decantato e infine distrutto dalla rabbia e dal desiderio di riscatto di Lopachin che, padrone adesso, sposta e scava un cumulo di terra che è finalmente, sua. Con questa terra seppellirà, scena congeniata con impatto visivo epico, la sua storia di servo e il passato della Russia.

I due mondi paralleli, dei ricchi nobili e dei dimenticati, non si sono incontrati e mescolati, ma capovolti. A pochi anni dalla grande Rivoluzione.

Equilibrata, pulita, attenta ad ogni movimento e ad ogni inflessione della voce la recitazione degli attori: Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini.

Autore: Loredana Pitino

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