Rifioriscono le “Violette di marzo” di Philip Kerr (Fazi). Una lettura incrociata con “I tre Adolf”, il manga di Osamu Tezuka

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Rifioriscono le “Violette di marzo” di Philip Kerr

Una lettura incrociata con “I tre Adolf”, il manga di Osamu Tezuka (JPOP)

@ Giuseppe Condorelli (25-01-2020)

Ci sono affinità insospettate fra testi lontani come un romanzo e un fumetto: ma ormai è stata fortunatamente sfatata la vox populi che considera il mondo delle nuvole parlanti come genere di intrattenimento pre-puberale, da frequentare di nascosto nel chiuso del bagno e a ragione surclassato dalla più colta Letteratura. A chi legge ormai senza preconcetti segnaliamo invece due piccoli gioielli letterari: “I tre Adolf” di Osamu Tezuka (la pentalogia originale era uscita per la milanese Hazard in cinque volumi nel 1998 col titolo “La storia dei tre Adolf”), è un piccolo capolavoro a fumetti che vale tanto quanto lo splendido “Violette di marzo” dello scozzese Philiph Kerr (scomparso nel 2018) – che insieme a “Il criminale pallido” e “Requiem tedesco” costituisce la cosiddetta trilogia berlinese – (uscita per i tipi della Passigli proprio nel 1998) e riproposta adesso da Fazi nella ottima collana Darkside. Ad accomunare le due narrazioni è Berlino, ormai uno dei luoghi-chiave dell’immaginario collettivo: la Berlino dal clima grigio e feroce del governo nazista ed una ricerca da detective-stories entro cui si dipanano le vicende di due protagonisti: l’ex kriminalinspector e attuale private-eye Bernhard Gunther dei romanzi di Kerr, impelagato in torbide inchieste e Sohei Toge, il giornalista giapponese della storia di Osamu Tezuka, braccato dalle agenzie spionistiche internazionali e dalla Gestapo dopo essere riuscito a mettere le mani sui documenti che comproverebbero le origini ebree nientemeno che dello stesso Adolf Hitler. Una città, Berlino (e proprio nel 2019 Jason Lutes chiudeva la sua omonima trilogia a fumetti di cui ci siamo occupati su Scénario) nella quale non fare il saluto significa correre il rischio di un pestaggio. Una città a misura d’ariano che rinnova i suoi miti razziali sulle colonne del Der Sturmer, il giornale antisemita degli anni ’30 e del Beobachter, foglio ufficiale del Partito Nazista. Una città che si avvia felice ed inconsapevole – in mezzo al tripudio delle Camicie Brune – alla mattanza, autocelebrandosi sul palco ufficiale delle Olimpiadi del 1936 ma strizzando miseramente l’occhio – dietro le quinte – all’inflazione, al mercato nero, alla più becera corruzione farcita di formidabile violenza nazista. E la penna di Kerr è magistrale nell’evocarla. Dalle sue pagine emerge una conoscenza meticolosa della città, delle sue strade, dei suoi ritrovi, una ricostruzione sorprendentemente dettagliata e fedele dell’atmosfera berlinese durante il governo nazionalsocialista: “una grande casa infestata da fantasmi, piena di angoli bui, di poltergeist in libertà che scagliano libri, sbattono le porte, spaccano vetri, urlano nella notte.” Il suo sarcasmo – come nella sequenza in cui racconta la vittoria di Jesse Owens sui cento metri alle Olimpiadi di Berlino – è irriverentemente corrosivo: “Mentre guardavo quel negro alto e aggraziato aumentare la velocità […] prendendosi gioco di tutte le teorie idiote sulla superiorità ariana, pensai che Owens non era che un Uomo, per cui gli altri uomini erano un penoso imbarazzo. Correre in quel modo dava il senso della vita e se c’era mai stata una razza padrona non avrebbe certo escluso qualcuno come Jesse Owens”. Ma accanto al sarcasmo l’altra cifra della scrittura di Kerr è nel crudo disincanto storico sul nuovo ordine imposto dalla svastica insieme a tutto il peso della follia nazista e dei suoi orrori sottobanco. Si legga la lunga sequenza dedicata a Dachau nell’ultima parte del romanzo: “Come si fa a descrivere l’indescrivibile? Come si fa a parlare di qualcosa che vi ha reso muti dall’orrore? […] E’ un silenzio nato dalla vergogna, perché anche gli innocenti sono colpevoli. Privato di tutti i i diritti umani l’uomo torna allo stato animale.” Violette di marzo” è un romanzo sostenuto dall’atmosfera boiled, erede di una tradizione che non può non farci pensare ad Hammett o a Chandler. Nei gesti e nella personalità di herr Bernie Gunter sembra rispecchiarsi un Philip Marlowe tutto europeo e perciò più filosofo, con la sua Hanomag nera invece della convertibile e con le fedeli Muratti al posto delle Chesterfield. 

L’opera di Osamu Tezuka ha avuto una gestazione assai lunga: si pensi che uscì a puntate sulla rivista Shukan Bunshun in anni lontani: tra il 1983 ed il 1985. Lo stile un po’ algido e uniforme, tipico della tradizione fumettistica nipponica de “La storia dei tre Adolf” invece, si scioglie in un intreccio appassionante e seducente che, senza perdere di vista il piacere dell’ironia e del gioco proprio dei manga, si fa via via assai energico e fortemente politico. In più, l’intreccio permette uno sguardo attento e critico sulle vicende storiche dell’Est asiatico alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale (i volumi contengono infatti un’accurata cronologia degli avvenimenti significativi degli anni 1936-’37). Proprio per tutti questi motivi “La storia dei tre Adolf” aveva stravinto il prestigioso riconoscimento internazionale “Hector Hoesterheld”, capace, come è stata, di fondere fantasia e realtà in una lunga e coinvolgente vicenda nella quale sono condannati l’intolleranza e gli odi interetnici. Motivazione che allunghiamo volentieri pure ai romanzi di Kerr. Due letture speculari, dunque, due testi interscambiabili ad onore e gloria della letteratura – fumetto incluso – senza barriere e senza pregiudizi.

Philip Kerr, Violette di marzo, Fazi editore, 2020 euro 15,00

Osamu Tezuka, I tre Adolf, JPOP, 2018 euro 19,00 (2 voll.)

Autore: Giuseppe Condorelli

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