Il lungo viaggio delle ‘Barzellette’ di Ascanio Celestini

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Il lungo viaggio delle Barzellette di Ascanio Celestini

@ Amedeo Ansaldi (11-02-2020)

 

“Se rispondesse al vero che i viaggi educano la mente, i controllori dei treni sarebbero gli uomini più saggi al mondo”. (Santiago Rusiñol i Prats)

Verbania, Teatro Il Maggiore – Ascanio Celestini (Roma, 1972) è a buon diritto considerato, unitamente al compianto Dario Fo (Mistero buffo), a Marco Baliani (Kohlhaas), a Marco Paolini (Il racconto del Vajont) e a pochi altri, fra i maggiori autori e interpreti (Cecafumo. Storie da leggere ad alta voce, 2002; Fabbrica. Racconto teatrale in forma di lettera, 2003; Radio Clandestina. Memoria delle Fosse ardeatine, 2005; Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini, 2006) del cosiddetto teatro di narrazione in Italia.

Un interrogativo sorge spontaneo nel leggere questo recente Barzellette (Einaudi, 2019), da cui è tratto l’ultimo, omonimo spettacolo: se l’autore non abbia cioè, per un eccesso e scrupolo di modestia, imposto al repertorio, gustoso ma soprattutto denso di significati sottintesi, un titolo troppo riduttivo… a meno che l’intento non fosse, beninteso, quello di rivalutare il concetto stesso di ‘barzelletta’, restituendo al ‘genere’ una dignità che, sovente a torto, le viene negata.

Potrà valere forse per tutti questo semplice esempio:

Due sacerdoti si incontrano.

Il primo dice all’altro: “Secondo te vedremo mai il giorno in cui anche i preti e le suore si potranno sposare?”

E il secondo risponde: “Noi non lo vedremo – ma i nostri figli sì!”

Si converrà che si tratta qui di una battuta inattesa, felice, fulminante, che coglie il nucleo di una questione molto seria e insomma mette a fuoco un problema di ampia portata (il celibato degli ecclesiastici e le conseguenze sociali – talora gravissime – che ne conseguono): tutt’altro che barzellette dunque (almeno nel senso in cui esse sono comunemente intese)!

Il merito precipuo di Celestini è quello della raccolta e della agile, godibile trascrizione: perché le barzellette non hanno, notoriamente, autore. Certo, c’è stata un giorno una persona di qualche talento che ha inventato una storiella divertente, ma questa, col tempo, facendosi strada nel mondo, è diventata anonima: ogni barzelletta diventa, infatti, patrimonio comune; qualsiasi attribuzione riuscirebbe fuorviante.

L’intero monologo di Barzellette ha per teatro una piccola stazione ferroviaria.

Fin dal periodo della sua assunzione in prova il capostazione aveva posto il giovane apprendista ferroviere di fronte a un’alternativa secca. Rispondere esattamente a questa domanda, una specie di test d’ingresso, dalla soluzione apparentemente impossibile:

“Qual è il punto più alto per far cadere un uovo su un piano d’acciaio senza romperlo?”,

oppure corrispondere a una sua precisa richiesta:

“La conosci una barzelletta? Se mi fai ridere il lavoro è tuo!”

Aveva anche squadrato con una certa severità l’abito con cui si presentava al lavoro (prima di indossare la divisa):

“E poi, trovati un vestito decente. La gente passa e non ha tempo per conoscerti. Ti giudica dal vestito.”

Le barzellette sono dunque dapprima, per il volonteroso giovane ferroviere, nient’altro che il mezzo per ottenere e conservare l’impiego allo stesso modo in cui – in tutt’altro contesto, beninteso – le novelle erano per Sheherazade il mezzo per non essere giustiziata al mattino. E se la cornice richiama, mutatis mutandis, le Mille e una notte, l’ambiente è più o meno lo stesso dove si svolge – altro illustre antecedente – il tormentato monologo de L’uomo dal fiore in bocca.

Dopo qualche tempo, per la verità, l’apprendista non avrebbe neanche più bisogno di appuntarsi sul brogliaccio che si porta sempre appresso le barzellette che i viaggiatori di passaggio, sollecitati in tal senso, gli raccontano: può, infatti, non ricordare il viso di chi gli ha raccontato una storiella divertente (un uomo o una donna, un giovane o un vecchio, alla fine quei volti si confondevano tutti nella memoria), ma la barzelletta, quella, non la dimentica.

Quindi va debitamente a riferirle a chi gli ha chiesto di raccoglierle, seduti entrambi su una qualche panchina tutta scrostata.

“Chi siamo noi?”, si chiede ossessivamente il capostazione, ch’è uomo di spirito, a cui sono familiari gli interrogativi ‘filosofici’. E segnatamente – domanda non oziosa, non peregrina – chi sono i ferrovieri?

Il ferroviere è, anzitutto, un uomo che vive sempre in mezzo a persone che, contrariamente a lui, hanno una destinazione – se non un destino. Non è, naturalmente, un viaggiatore nel senso proprio del termine, e delle varie località che tocca spesso non vede altro che le stazioni, che si assomigliano tutte, “ognuna attraversata dallo stesso bestiario”. Anzi, il ferroviere guarda con una certa malinconica simpatia alla folla degli utenti: forse lui non lo sa, ma ”il viaggiatore è un criceto che corre sulla ruota. Scappa scappa, ma è come noi e non schioda dalla gabbia”. Tuttavia – e non bisogna vedervi necessariamente una contraddizione più grande di quella che sia la nostra stessa esistenza – non deve stupire che chi lavora nel ramo ferroviario, nel momento in cui scende dal treno, possa essere colto dal mal di terra; come se fosse sottratto al suo elemento naturale.

Un giorno, il nostro anonimo narratore si è finalmente deciso a mettersi in viaggio, cedendo alle reiterate insistenze del capostazione, per non sentirsi più chiedere da lui – bramoso forse solo di farsi raccontare le barzellette provenienti ‘da fuori’ – se non fosse almeno un po’ curioso di vedere il mondo. Tornerà solo molti anni dopo, ormai invecchiato (più che invecchiato…); di quello che ha fatto durante la lunga assenza sappiamo solo questo, che ha collezionato instancabilmente barzellette riportandole sul suo brogliaccio e che alla fine si è davvero indotto a comprarsi un vestito decente; nient’altro. Tutto però suggerisce che la raccolta di barzellette sia diventato col tempo il suo interesse – se non la sua occupazione – prevalente. È diventato perfino, a sua insaputa, lungo tutte le tratte ferroviarie, una figura leggendaria: il carcamano. Si vuole che abbia girato il mondo intero e accumulato una fortuna enorme agli antipodi – ma non è vero; la sua unica ricchezza sembra saldamente, tenacemente racchiusa nell’inseparabile brogliaccio. In realtà, non ha mai amato viaggiare, non gli interessava affatto vedere il mondo: giacché il mondo arrivava già, fin lì, in quella stazione sperduta, con le sue facezie, delicate od oscene, e in fondo non c’è strumento migliore delle barzellette, che varcano ogni confine, per capire come vi procedano le cose.

La sua, va detto – quella a cui torna dopo tanti anni – non è una stazione come tante altre, bensì un capolinea nel quale i treni per forza di cose non transitano; un unico convoglio parte al mattino (per la precisione alle h. 9.13) e torna alla sera: una stazione terminale e periferica, insomma, con un binario solitario (perché un secondo non serve):

“In una stazione di passaggio forse c’è una coscienza diversa, il mondo te lo vedi transitare davanti. Ma nelle stazioni terminali le cose non stanno così. Metti il punto e non puoi andare a capo. Devi tornare indietro”.

Col tempo si è reso conto che gli aneddoti si richiamano l’un l’altro per associazione d’idee e vanno a costituire una piccola ma inesauribile commedia umana. Ogni barzelletta è una tappa lungo un percorso nel quale risuona l’anima insondabile ed eterna del mondo. È inventata, ma riflette la vita reale; spezza vecchi nessi e ne stabilisce di nuovi, situandosi, nei casi migliori, lungo quella frontiera incerta – quella no man’s land – fra comicità e dramma.

Per capirla, l’ascoltatore deve essere disposto ad accettarne il presupposto semantico, a entrare con una prova di umiltà nel suo ferreo (talora terrigno e sgradevole, perfino volgare) perimetro, al di fuori del quale la battuta rischia di rimanere incompresa.

 

Come detto, alcune barzellette sono di contenuto e tenore volgari. Un certo disagio nell’ascoltarle è legittimo; eppure noi, di fronte ad esempi di questo genere, abbiamo sempre il dovere di domandarci: di chi è la volgarità, di chi la racconta o della situazione che, senza parere, esse denunciano? Le barzellette sono l’espressione – o non piuttosto la denuncia – di un pregiudizio? A questo proposito, si parva licet componere magnis, non è forse del tutto fuori luogo citare uno dei 111 pensieri di Giacomo Leopardi: “Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli; essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in parole ne sieno salvi”. Lo stesso dottor Freud asseriva che “non si è mai tanto seri come quando si scherza”, e ricordiamo appena la tradizionale funzione dei buffoni presso certe corti antiche, gli unici alle cui labbra potesse affiorare, opportunamente filtrata, la realtà dei fatti, sia pure sotto forma di – apparentemente innocua – facezia.

La barzelletta è, dopotutto, uno di quei contesti – forse l’unico – nei quali puoi ancora usare espressioni non politicamente corrette come ad es. frocio, negro, puttana, e in cui ci si può accanire a piacimento contro certe categorie – le classiche ‘bestie nere’ del genere: l’incontenibile lussuria di suore e preti, l’illogicità e volubilità delle donne (femministe permettendo), l’ottusità dei carabinieri, affetti da cronico ritardo mentale, l’avarizia degli ebrei…: un’estrema roccaforte contro la barbarie ipocrita del politically correct, freno intollerabile – censura preventiva – alla libera circolazione delle idee. Una scorrettezza politica, quella del Celestini (“Sai perché i negri puzzano? Dio li ha fatti così perché possano essere odiati anche dai ciechi.”), che, contrariamente al suo opposto, non esclude mai un autentico, sostanziale rispetto per i propri simili.

Oltre a freddure ciniche (Dialogo fra due cannibali: “A te piace ancora tua moglie?”“No, preferisco le patate.”), trovano posto nell’intelligente florilegio anche accenti surreali, frange – quasi koan – zen:

In quale dei suoi tre viaggi fra i selvaggi dell’Australia è stato ucciso il capitano Cook?

* * *

Alla fine della seconda guerra mondiale un polacco vede la propria vecchia casa tagliata dal nuovo confine. Deve scegliere se vivere in territorio polacco o sovietico, ma non ha dubbi: “Scelgo la Polonia; non riuscirei mai a sopravvivere all’inverno russo.”

* * *

Un barista ai clienti: vi ricordate quell’originale che tutti i giorni viene a chiedermi se gli hanno scritto il nome nella pagina dei necrologi? Be’, pensate: proprio oggi che ci sta scritto non è venuto!

* * *

Un discorso a parte, e qui passiamo ad aspetti più seri (ma non meno divertenti), meriterebbero le barzellette raccolte da Celestini che avevano corso – ovviamente clandestino – nella ex-Unione Sovietica. Si potrebbe pensare che sotto la plumbea cappa del socialismo reale che rapì per decenni interi popoli al loro naturale destino storico si fosse estinta fra la gente comune ogni traccia di ironia e voglia di ridere; che certe inclinazionivi si fossero atrofizzate. Le barzellette qui riportate ci dicono, al contrario, che anche sotto le peggiori dittature (come in Italia ai tempi del fascismo), al di là della patina ridicola e ineffabile della propaganda di regime, le storture della società sono bersaglio privilegiato di battute al vetriolo; si ride verde, certo, ma si ride ancora. L’amara, acre, polemica vivacità d’ingegno del popolo sopravvive; solo, è costretta a scorrere in alvei sotterranei: constatazione che non può non costituire un motivo di estrema speranza sulle sorti dell’umanità anche nelle epoche storiche più oscure:

Lenin sul letto di morte a Stalin:

“Compagno, fa’ in modo che il popolo russo ti segua sempre.”

“Non temere. Se non segue me, seguiranno te.”

* * *

Dialogo fra tre prigionieri in un gulag:

“Sono arrivato con 5 minuti di ritardo e mi hanno carcerato per sabotaggio.”

“Io con 5 minuti di anticipo, e sono finito in carcere per spionaggio.”

“Io sono arrivato puntuale e mi hanno accusato di aver comprato un orologio in Occidente!”

* * *

Stesso luogo, altro dialogo, sempre a tre:

“Io sono qui perché ero un oppositore di Gorbaciov.”

“Io sono recluso perché ero suo sostenitore. E tu?”

“Io sono Gorbaciov.”

* * *

Ogni tanto, nelle ore più pensose, il giovane ferroviere si domandava quante persone avessero già riso della stessa barzelletta, magari opportunamente aggiornata, nel corso degli anni…e coltivava la struggente consapevolezza che tanto sterminato è il patrimonio di barzellette, che non esiste un solo uomo al mondo che conosca tutte quelle che vi circolano quotidianamente.

Né va taciuto che un giorno, nel corso delle sue interminabili peregrinazioni lungo i binari delle ferrovie, il narratore avrà la ventura di incontrare in una stazione un venditore di uova analfabeta che gli svelerà la soluzione al quesito iniziale (l’uovo e il piano d’acciaio…) e che, non sapendo scrivere, la detterà al contrario al ferroviere (che vuole ancora, per orgoglio, arrivarci da solo) affinché l’appunti, a ogni buon conto, sul suo brogliaccio.

Non tutte le Barzellette sopra citate hanno trovato spazio nello spettacolo omonimo. Nell’inevitabile lavoro di selezione (il libro consta di quasi 300 pagg.) talvolta hanno prevalso scelte che possono apparire un po’ corrive. D’altra parte, le esigenze della pagina scritta non sono le stesse della letteratura orale, e i due tipi di pubblico non sono, forse, sempre esattamente sovrapponibili.

Quello di Celestini è un viaggio in 80 minuti fra i vizi grandi e piccoli, i peccati veniali e quelli capitali, di un’umanità vanesia e millantatrice, gretta e crudele, eppure – quasi – sempre amata. Come si conviene al genere, la gustosa antologia delinea una galleria dei nostri comportamenti e passioni meno nobili: la corruzione, l’avarizia, la codardia, la meschinità…

Non manca la rievocazione solenne e commossa di alcune grandi tragedie storiche, mondiali (la Auschwitz dove è tornata a crescere l’erba) e italiane (la strage di Piazza Fontana, per cui al dolore per le vittime si accompagna lo sdegno per le false accuse contro degli innocenti – segnatamente a Pinelli, ferroviere e anarchico – e la strage alla Stazione di Bologna, coi suoi tre piani interrati); rievocazione partecipe e sofferta che non si salda però forse perfettamente col resto del discorso, creando trapassi eccessivamente bruschi fra il tono alto e quello infimo: una commistione, del resto, di situazioni e stati d’animo a loro modo emblematici di quel brogliaccio senza capo né coda che sono la nostra vita, intessuta di tante svolte imprevedibili ed abrupte, e il mondo confuso in cui viviamo, nel quale accadono ogni giorno le cose più disparate e contraddittorie.

Il nervoso eloquio di Ascanio Celestini, efficacissimo ed eclettico, capace di rendere le varie modulazioni del discorso – continuamente interrotto e ripreso – si incrina, cede a reiterazioni, incespica nella balbuzie; lo spettacolo è accompagnato dalle musiche dal vivo, mai invadenti, di Gianluca Casadei, presenza discreta che si alterna alla fisarmonica e alla pianola. Benché ogni tanto Celestini si rivolga direttamente a lui (l’unico con cui divida il palco), si sente solo il suono dei suoi strumenti, e mai quello della sua voce; qualche volta, incalzato, chiamato in causa, lascia però trasparire il suo pensiero – soprattutto le sue perplessità – con un minimo di mimica facciale, unica interlocuzione che lo scatenato monologhista gli concede.

Concludiamo con una domanda apparentemente paradossale, al limite dell’ossimoro: possono esistere barzellette tragiche? Celestini, nella sua ammirevole duttilità, che gli consente di spaziare fra registri quanto mai diversi, dimostra che sì, esse sono possibili. Citiamo come esempio almeno questa – magistrale, straziante, insopportabile – che non può non trasmettere a chi l’ascolta un brivido d’orrore:

E ora una domanda da liceo scientifico!

Quanto tempo ci mette un ebreo a uscire da Auschwitz?

Devi calcolare l’altezza del comignolo e la velocità del vento.

* * *

Doverosa postilla:

Quanto alla soluzione (che non sveliamo) dell’indovinello iniziale (uovo e piano d’acciaio…), essa è contenuta nella domanda stessa: basta leggerla bene e rifletterci un poco. Come abbiamo visto, può arrivarci un comune analfabeta – purché sappia vedere anche l’altro lato delle cose: un’attitudine che evidentemente s’impara dalla vita, non sui libri.

Autore: Amedeo Ansaldi

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