Al Centro Zo di Catania “Lupo” di Carmelo Vassallo: epos d’amore e morte nel ventre della città

,   

Al Centro Zo di Catania “Lupo” di Carmelo Vassallo: epos d’amore e morte nel ventre della città

@ Giuseppe Condorelli (13-02-2020)

Catania – Tutto è già stato. La vita allora non può essere per Cocimo che favola, cuntu, riproposizione. E insieme mavarìa, innamoramento mannaro, passione cruda e ferina. Strazio di un cuore nello strazio di una Catania restituita nella sua dimensione più tellurica e popolare. La riproposizione di “Lupo” a dieci anni dalla prematura scomparsa del suo autore Carmelo Vassallo (1955-2010) è merito del Centro Zo di Catania, che ne aveva accolto la straordinaria “prima” nel lontano 2002 (con lo stesso Vassallo regista e interprete) e, adesso, di Guglielmo Ferro che ha ottimamente curato la regia di questa messa in scena, sempre sui legni di Zo.

Cocimo: un ragazzo minuto, quasi una “fimminedda” gracile e spaurita, quasi un fantasma anche sulla scena, è lo spirito frusto che si aggira nei bassi di Catania – i panni stesi per strada, le case basse dai muri scalcinati, le grida e i suoni del popolare quartiere di San Cristoforo – minuscolo cantore di una dolente e provatissima epica. Cocimo (Giovanni Arezzo riveste di fragilità l’ambigua problematicità del suo personaggio), la cui ossessione d’amore, chiusa dal balcone della sua casa, oscilla tra la malattia della madre e la memoria indelebile di Lupo, il compagno della sua adolescenza, di quindici anni più giovane, amico e guida per cui continua a nutrire un amore pieno, dirompente: oscuro grumo di desiderio che si coagula in tragedia. Cocimo e Lupo: il primo a rammemorare – poco alla volta riannodandola lungo flashback lancinanti – la storia di un amore mai dichiarato; l’altro, Lupo (Mario Opinato dimostra di averne sia il physique du rôle sia la forza espressiva) dall’alto della sua potenza fisica e caratteriale di trentenne “sciarrinu, dilinquenti e malacunnutta” (almeno sentire la voce del quartiere) che nutre una simpatia sincera e spassionata, profonda e indistruttibile, per quel ragazzino fragile.

Lupo: uno senza casa, senza famiglia, la cui stessa origine è ammantata di dubbi, di dicerie d’ogni sorta che lo vogliono addirittura fratellastro di Cocimo. L’atto unico restituisce i piccoli frammenti di una passione inesauribile, un puzzle che poco a poco va ricomponendo il disegno terribile di una vicenda e di una morte lontane nel tempo, ma presentissime nel cuore: Lupo sugli scogli ad assaporare la dolcezza materna del mare; Lupo che sfreccia per le vie in sella alla sua Vespa, Cocimo dietro a stringerlo, a sentirne le carni, il calore, l’odore; Lupo che si accalora durante le partite al calcio balilla, Lupo amico e protettore; Lupo solitario e reietto. Lupo che non vuole capire. Lo spazio di una scena che opprime e circoscrive Cocimo – la prigione delle lenzuola stese e della presenza della madre – è lo spazio aperto che libera invece Lupo – un “atleta del cuore” per dirla con Artaud – maschio fisicamente possente e vigoroso dominatore del quartiere e della strada e del litorale, lì dove s’allaga la luce di una luna piena (le proiezioni video sono di Massimiliano Pace). Nell’affastellamento della memoria l’epos di Lupo prende il sopravvento, inchiodandosi alla memoria di Cocimo e diventa incarnazione stessa del ventre di Catania, figura di una città di vinti e di emarginati. Nella storia dell’ossessione di Cocimo, il testo di “Lupo” si muove non solo tra suggestioni verghiane ed evidenti matrici pasoliniane – Lupo sorta di malpelo metropolitano e proletario – ma si intrama soprattutto nella lingua, col dialetto catanese: un mistilinguismo vivo, sanguigno e poetico, miscellanea affabulante e vertiginosa di un universo espressivo sonoro e visionario per una vicenda che fa di Carmelo Vassallo un autentico e geniale autore del nostro teatro contemporaneo.

Autore: Giuseppe Condorelli

Condividi