Una meravigliosa imperfezione: “My place” al Centro Zo di Catania

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Una meravigliosa imperfezione: “My place” al Centro Zo di Catania

@ Giuseppe Condorelli (07-02-2020)

Posso andarmene in capo al mondo, nascondermi sotto le coperte la mattina, farmi il più piccolo possibile, posso pure liquefarmi al sole su una spiaggia, lui sarà sempre là dove sono io”.

M. Foucault

Catania – Toilette, imbellettamenti, tentativi quotidiani di restauro. Ma c’è anche la stanza da sistemare e le coperte da piegare – intanto sullo schermo le immagini di terrazze qualsiasi di palazzi qualsiasi di case qualsiasi scorrono velocissime in un loop ossessivo – in quella che sembra una preparazione allo spettacolo, in cui tre donne in mutandine e reggiseno – Francesca Albanese, Silvia Baldini e Laura Valli – compiono con enfasi scazzata e autoironica i gesti normali di un giorno qualunque, nevrosi comprese. Donne reali e non maschere perché quelle donne sono soprattutto corpi e sono al contempo le case che quei corpi abitano.

I micro frammenti, di cui si compone l’eclettico “My place. Il corpo e la casa” – un progetto di Qui e Ora Residenza Teatrale con la regia Silvia Gribaudi che il Centro Zo ha accolto nella sua programmazione – sono le polveri sottili della vita che respiriamo in quel macrocosmo che è il nostro corpo e il nostro spazio: solo che oggi – nella surmodernità direbbe Augé – ci si sente alienati all’interno di quello che abitiamo, casa o corpo: il diktat martellante di un immaginario estetizzante li esige giovani, belli, performanti, sodi, desiderabili: la sequenza del duro lavoro in palestra è la situazione esilarante ed emblematica ad un tempo di come ci si possa sentire espropriati dal proprio corpo in funzione di una società che lo norma e lo disciplina per assecondarlo ai suoi modelli. My place” è invece uno studio sui corpi normali, quotidiani, felicemente imperfetti – e sulle loro improvvisate declinazioni. Quei corpi irridono il tempo, l’etica e quell’immaginario, prendendosi gioco di se stessi e di ogni criterio uniformante – “dissacrare ogni momento con bellezza” è il motto della Gribaudi – coinvolgendo anche quello degli altri: pescando, per esempio, a caso tra gli spettatori qualcuno con cui volteggiare in scena. Una scena abitata volutamente solo dai quei tre corpi: dalle ombre che proiettano, dalle piroette che si ostinano a reiterare, dalla tenerezza improvvisa e disarmante che esprimono e a cui anelano. Ogni singolo gesto di liberarsi di quel corpo – alienato, imposto, pensato da altri – serve a riappropiarsene, costruendo per tutta la performance l’idea di un corpo-casa attivo, reagente e al contempo di una casa-palcoscenico nella quale riprodurre – anticipare anzi – le illusioni del Teatro e della vita: renderle finalmente vere, libere, autonome. Da questo punto di vista “My place” è uno show dada-femminista e metacorporale – sono i corpi veri a narrare se stessi – e metatestuale – nel momento in cui irrompono le storie di tanti “sfrattati” dalle loro case, raccolte dalla regista – che individua ed esprime una comunanza di gesti capace di coinvolgere anche la platea: non più e non solo architettura della rappresentazione, ma casa comune. Lo “sfratto” (e i lacerti di video a cura della regista indagano anche questo aspetto della corporeità) si annulla: un esterno, un giardino, la vasca di una vecchia fontana diventano luoghi da ri-abitare. Uno spettacolo felicemente in bilico tra punk esilarante, anarchia e riflessione profonda in cui il corpo originariamente esposto al mondo, diventa riferimento e, finalmente, se stesso: corpo-casa: nido.

Autore: Giuseppe Condorelli

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