Natale 2019 | Consigli di lettura da Saramago agli aforisti

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Natale 2019 | Consigli di lettura da Saramago agli aforisti

@ Amedeo Ansaldi (20-12-2019)

Ci sono libri che rileggo periodicamente con immutato piacere: il Candido di Voltaire per es., o Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde (Robert Louis Stevenson), Il maestro e Margherita (Michail Bulgakov) o ancora gli straordinari racconti (ognuno dei quali vale un romanzo) della raccolta Finzioni di Jorge Luis Borges.

In questa sede vorrei cercare di dare consigli – poco – meno scontati, per quanto scarsa attinenza abbiano con lo spirito natalizio.

Comincerei allora dal romanzo Cecità del portoghese, Premio Nobel 1998, José Saramago: la cronaca di una tragica Apocalisse moderna che gradualmente, a partire da un singolo individuo affetto da un misterioso sconosciuto mal bianco, colpisce e travolge in breve l’intera umanità, che regredisce a uno stato di primordiale, inopinata barbarie. Possiamo immaginare in quali tentazioni ‘spettacolari’, di fronte a una materia tanto sensazionale, sarebbe incorso uno scrittore meno coscienzioso e autenticamente artista del Saramago; anche qui ritroviamo, certo, come in tanta letteratura di serie B, la nostra specie ridotta a una elementare sordida lotta quotidiana per la sopravvivenza in un contesto di selvagge prevaricazioni, efferate violenze, rovinosi saccheggi, ricatti odiosi, fino al riaffiorare di forme di sopruso che la civiltà aveva apparentemente cancellato e, per conseguenza, di inconsulti, profetici, disperati millenarismi – ma il romanzo, nel suo intransigente duro realismo, non è in alcun modo sospettabile di compiacimento. Nella situazione di eccezionale emergenza nella quale l’umanità precipita da un giorno all’altro senza preparazione né avvertimenti si rivelano, senza facili esagerazioni (e questo rende l’opera tanto più impressionante), i tratti peggiori – e quelli migliori – dell’uomo, che la normalità mascherava. Dimostratosi inefficace il drastico e impietoso tentativo di isolare i primi infelici appestati, molti – la maggioranza degli uomini – si abbruttiranno fino a ridursi a uno stadio bestiale, chiusi nel loro disperato e brutale egoismo, in un mondo che sprofonda a poco a poco in un nuovo medioevo. Ogni facile catastrofismo è eluso; la visione dell’autore non si piega a un gratuito e corrivo pessimismo: chi possedeva prima della catastrofe un animo generoso (per es. i personaggi indimenticabili del dottore – pur marito fedifrago – e, ancor più, di sua moglie, vera protagonista del romanzo e simbolo vivente di una tenace saggezza e umanità che resistono a ogni prova, a ogni inevitabile delitto, anche proprio), lo mantengono, lo coltivano, lo preservano gelosamente, sanno tendere ancora una mano agli altri sventurati nel corso dell’epidemia che sembra sancire la fine del mondo. Dopo le varie vicissitudini della piccola comunità improvvisata presa in esame, il romanzo si chiude con un apparente ‘lieto’ fine: in modo altrettanto misterioso di com’era cominciata, l’epidemia finisce. L’umanità uscirà verosimilmente prostrata da questa prova e avrà perduto per qualche tempo le ipocrite illusioni che da sempre ama nutrire su sé stessa. Una disillusione che verosimilmente non durerà a lungo: presto la vita, più forte di tutto, ricomincerà come prima per un’umanità incorreggibile e dimentica. Saramago ha confessato di essere stato male fisicamente per tutto il tempo in cui ha atteso alla composizione del romanzo, ed è davvero difficile che, alla lettura di certe pagine di sconvolgente e crudele evidenza, lo sgomento e la commozione non si trasmettano al lettore. Non è difficile invece definire Cecità (brutto titolo anodino, peraltro) il capolavoro, assieme a L’anno della morte di Ricardo Reis, di uno dei massimi romanzieri del secolo scorso.

Cambiando ora completamente argomento, un altro titolo che mi sembra meritevole di segnalazione è Il cigno, bellissimo (ahinoi, attualissimo) romanzo di Sebastiano Vassalli (1941-2015): la storia del primo delitto eccellente di mafia, vittima il direttore generale del Banco di Sicilia, tale marchese Emanuele Notarbartolo, che stava facendo luce su una serie di malversazioni bancarie, barbaramente assassinato con 27 pugnalate su un treno locale, nel 1893. Nella sua consueta prosa cristallina e avvincente l’autore ci racconta, in una struttura tripartita ‘dantesca’ Inferno-Purgatorio-Paradiso, in tutta la sua sgomentevole miseria umana, la parabola, storicamente documentata, del presunto mandante del delitto don Raffaele Palizzolo (appunto il ‘Cigno’ del titolo, onorevole, commendatore, grand’ufficiale, cavaliere della neonata nazione), deputato per cinque legislature, contiguo a Francesco Crispi presidente del Consiglio, il quale non era già più il fervente patriota garibaldino degli anni giovanili, bensì ormai un grigio uomo d’apparato che si muove sulla scena con il disincanto e la spregiudicatezza che i labirinti della politica unitaria richiedono. Il romanzo illustra, in un panorama di corruzione diffusa e inestirpabile, le interessate e ‘naturali’ connivenze che si creano fra politica e criminalità organizzata; le ciniche e spregiudicate trattative tra mafia e istituzioni in uno scenario di scandali bancari, truffe ai danni di piccoli risparmiatori, finanziamenti elettorali illeciti, giri vorticosi di tangenti, saldi legami clientelari… E poi lucidamente denuncia – aspetto non secondario – la negazione del fenomeno perfino da parte di chi ne è vittima, se è vero, come è vero, che la mafia è, prima ancora che una potente organizzazione criminale, il residuo di una diffusa, inveterata mentalità feudale, non disgiunta, in nome di un malinteso senso di sicurezza e di fedeltà al signore, dal rimpianto per un sistema di valori elementari, antichi, radicatisi saldamente nelle coscienze, che le leggi di uno Stato moderno flagrantemente contraddicono e che può trovare anche, in certa epica perversa, accenti alti, commossi, struggenti. Il processo al ‘Cigno’ verrà patito dalla Sicilia – almeno nelle pagine del romanzo – come una messa in stato d’accusa nei suoi confronti da parte di un settentrione invincibilmente estraneo e ostile, e il Palizzolo finirà per calarsi – in piena convinzione e sincerità! – nella parte del martire vittima di una macchinazione giudiziaria ordita altrove, assurgendo infine ad alfiere di una dignità isolana che non sopporta di essere calpestata da forestieri, connazionali solo di nome. Un clima nel quale i delitti politici possono essere festeggiati spudoratamente come un trionfo della giustizia e un’amante, vedova senza mezzi, essere paternamente avviata alla prostituzione.

Da un punto di vista stilistico Il Cigno si pone, pur nelle inevitabili differenze nella visione del fenomeno (Vassalli era uomo del settentrione), sullo stesso piano dei grandi romanzi di quello che probabilmente è stato il più grande narratore italiano della seconda metà del Novecento, appunto il siciliano Leonardo Sciascia.

Il terzo libro che vorrei segnalare è invece un’opera teatrale, una commedia di Arthur Miller generalmente considerata ‘minore’ rispetto al resto della sua produzione drammaturgica, il Ricordo di due lunedì, due atti che si svolgono a New York, appunto a distanza di una settimana l’uno dall’altro, nel lontano anno 1934, nel reparto spedizioni di una ditta di pezzi di ricambio per automobili, durante i quali non accade virtualmente nulla: ed è questa la caratteristica peculiare, la vera grande sfida affrontata dall’autore. Un nulla che non è imparentato, se non alla lontana, con quello, per es., di Aspettando Godot e del teatro dell’assurdo in genere (che ha una propria ispirazione evidente). Qui la banalità e ripetitività dei dialoghi e dei gesti è lo specchio non di un vuoto esistenziale e quasi metafisico, ma della realtà concreta di un microcosmo quotidiano nel quale i giorni si replicano sempre uguali a sé stessi mentre anche le grandi notizie storiche (es.: l’irresistibile ascesa del Führer nel remoto scenario politico europeo) giungono attraverso i giornali come ovattate e irreali, in ambienti sporchi, disordinati e maleodoranti nei quali, all’indomani del crollo di Wall Street, gli uomini convivono coi topi. Il Ricordo è una commossa galleria di poveri diavoli, uomini e donne ciascuno con le proprie difficoltà quotidiane, talvolta gravi, sempre comuni, che non nutrono – salvo uno – nessun’altra ambizione che quella di sopravvivere in qualche modo, giorno dopo giorno, nell’orizzonte sempre più ristretto del magazzino, che per loro col tempo è diventato, pur nella sua sordidezza materiale, un rifugio tutto sommato rassicurante. Il secondo lunedì della commedia sarà anche l’ultimo giorno di lavoro di Bert, il protagonista, il ragazzo che si è fatto assumere un paio d’anni prima solo per mettere insieme, a prezzo di non piccoli sacrifici e grandi rinunce, i soldi necessari a permettersi gli studi all’Università. Tra un fogliettino delle ordinazioni e l’altro, saluti distratti e auguri generici, si accomiata da quella patetica comunità, malinconicamente consapevole che, se i colleghi nel volgere di qualche settimana lo avranno dimenticato per sempre o, peggio, se lo confonderanno presto con qualche altro impiegato giovane passato fugacemente da lì, il loro ricordo sarebbe rimasto impresso nella sua memoria per il resto della sua vita. Arthur Miller confessò che il Ricordo era, fra i propri lavori, quello che amava di più, quello nel quale aveva posto maggior amore e impegno. Affermazione che non deve meravigliare. Se resta beninteso irrinunciabile la lettura dei suoi emblematici capolavori Erano tutti miei figli, Morte di un commesso viaggiatore e Il crogiuolo (denuncia, rispettivamente, degli aspetti criminali della ricerca del profitto; della solitudine a cui è condannato un uomo dopo una vita di lavoro, quando non serve più a nulla; delle follie e degli eccessi del maccartismo, dei quali è trasparente metafora l’episodio storico delle streghe di Salem), con la scommessa vinta del Ricordo di due lunedì Arthur Miller ci ha consegnato un piccolo gioiello, forse la sua prova migliore.

L’ultimo consiglio si rivolge a chi, come il sottoscritto, fosse interessato in primo luogo al genere dell’aforisma – autentica quintessenza, per quanto misconosciuta, dell’espressione letteraria – ed è un consiglio pressoché obbligato: lo splendido doppio volume dei Meridiani Mondadori Scrittori italiani di aforismi (più di 3.000 pagg. fitte in totale), a cura del massimo studioso dell’argomento in Italia, il prof. Gino Ruozzi dell’Università di Bologna. Da segnalarsi, in particolare, il secondo volume (acquistabile separatamente), interamente dedicato al ‘900, il secolo d’oro dell’aforisma italiano, comprendente tutti i più grandi interpreti italiani delle forme brevi con le sole eccezioni di Francesco Guicciardini e Giacomo Leopardi.

I due volumi sono curati con rara competenza e puntualità. Ogni epoca e ogni singolo autore vengono presentati e commentati in modo esauriente e organico; i testi sono corredati da un’ampia e puntigliosa bibliografia.

Nella parte antologica, prevalente, sono compresi, per scelta rigorosa, solo aforismi in senso stretto, cioè concepiti originariamente dall’autore in quanto tali; non vi trovano spazio insomma citazioni di carattere aforistico estrapolate arbitrariamente da romanzi, saggi, opere teatrali, ecc. Molte sillogi sono riprodotte integralmente (es.: I ricordi di Guicciardini, i 111 pensieri di Leopardi, Barche capovolte di Federigo Tozzi, Sessanta di UgoOjetti, le Scorciatoie di Umberto Saba, ecc.); in tutti gli altri casi è stata operata un’opportuna selezione, ampia e rappresentativa. Diverse le categorie di autori presenti: gli aforisti-artisti (Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Salvator Rosa, Anselmo Bucci), gli aforisti-scrittori politici (Francesco Guicciardini, Tomaso Campanella, Paolo Sarpi, Emanuele Tesauro, Gianbattista Vico, Francesco Crispi, Dino Basili), i cosiddetti ‘malpensanti’ del ‘900 (Leo Longanesi, Ennio Flaiano, Gesualdo Bufalino), gli aforisti-poeti (Aldo Palazzeschi, Dino Campana, Vincenzo Caldarelli, Camillo Sbarbaro, Umberto Saba, Cesare Viviani), gli umoristi (Achille Campanile, Marcello Marchesi), i grandi intellettuali (Giuseppe Prezzolini, Guido Ceronetti, ManlioSgalambro), gli aforisti di sesso femminile (Lalla Romano, Maria Luisa Spaziani, Alda Merini) …e tanti altri che sarebbe stucchevole elencare, ma non sarà certo meno coinvolgente leggere.

La pubblicazione presenta un repertorio pressoché sterminato: vi sono rappresentate decine di autori (alcuni provvidenzialmente riscattati da un ingeneroso oblio) e riportate migliaia di aforismi; nello scorcio del secolo scorso essa ha davvero segnato una svolta decisiva nella fortuna e nella ricezione crescenti del genere letterario in Italia.

Concludiamo estraendo, quasi a caso, da questa inesauribile miniera, qualche diamante raro, che possa dare una pallida idea del tesoro che vi è racchiuso:

I vol:

“Chi vuol essere ricco ‘n un dì, è ‘mpiccato ‘n un anno.” (Leonardo da Vinci)

“Guardatevi dal fare agli uomini quei piaceri che non si possono fare senza fare eguale dispiacere ad altri; perché chi è ingiuriato non dimentica, e chi è beneficiato non ricorda.” (Francesco Guicciardini)

“Il principe prudente trova ripieghi facili e sodi, l’astuto nelle sue sottigliezze si perde” (Emanuele Tesauro)

“Le femine rassomigliano ai serpi che, benché gli tronchi la testa, pure vogliono menar la coda” (Salvator Rosa)

“La facilità che hanno gl’Italiani ad apprender la lingua Spagnuola è cagione che non la sanno.” (Francesco Algarotti)

“Certi beni tormentano bramati, e più tormenterebbero conseguiti.” (Niccolò Tommaseo)

“Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli.” (Giacomo Leopardi)

“L’adulazione prende ogni sorta d’aspetto, fin quella del biasimo.” (Carlo Giuseppe Londonio)

“Una volta si scrivevano libri, oggi frammenti di libri. Mangiata la pagnotta, non restano che le briciole.” (Carlo Dossi)

“Iddio ci liberi dalle persone in cui l’amore soverchia l’intelletto.” (Giovanni Gaggino)

“Quanto più lo spirito si allarga, e tanto meno posto vi possono trovare l’odio e l’invidia.” (Arturo Graf)

II vol.:

“Nell’invecchiare riappare l’abbozzo dell’uomo, come, nella casa che si sta abbattendo, i progetti dei capimastri sui muri.” (Anselmo Bucci)

“Forse l’esperienza giova a questo o a quell’uomo. All’umanità non giova a niente.” (Ugo Ojetti)

“Avvertenza crudele. Puoi difenderti dalle madri cattive, ma alle buone non c’è rimedio.” (Massimo Bontempelli)

“Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.” (Leo Longanesi)

“Stanco dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, lo scienziato si dedicò all’infinitamente medio.” (Ennio Flaiano)

“Nulla stringe il cuore come la contentezza dei miseri” (Camillo Sbarbaro)

“Un nemico può diventare bussola, tanti fanno impazzire l’ago.” (Dino Basili)

“L’impazienza di Dio nel pubblicare il mondo non finisce di sbalordirmi. Cose così si tengono nel cassetto per sempre.” (Bufalino)

“L’uomo non può più cambiare, né prendere un’altra strada; può soltanto finire male.”(Guido Ceronetti)

“Dire le cose tanto per dirle. Fare le cose tanto per farle. Vivere la vita solo perché si è al mondo.” (Francesco Burdin)

“In principio c’era il verbo. Il guaio cominciò con le coniugazioni.”(Maria Luisa Spaziani)

Un libro che ci viene invidiato anche all’estero e la cui lettura può accompagnare una vita intera…

Autore: Amedeo Ansaldi

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