La comprensione del mondo. ‘Anna dei miracoli’, regia di Emanuela Giordano, al Teatro Il Maggiore di Verbania

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La comprensione del mondo. ‘Anna dei miracoli’, regia di Emanuela Giordano, al Teatro Il Maggiore di Verbania

@ Amedeo Ansaldi (25-01-2020)

VerbaniaAnna dei miracoli, il più noto dramma dello scrittore americano William Gibson (1914-2008), basato sulle memorie della vera Helen Keller (1880-1968), venne rappresentato per la prima volta nell’ottobre del 1959 al Playhouse Theater di Broadway, centrando subito un pieno successo di pubblico e di critica e rimanendo in scena per più di 700 repliche. La regia era di Arthur Penn, che tre anni più tardi ne avrebbe tratto un celebre film con le stesse protagoniste del debutto teatrale (Anne Bancroft e Patty Duke). Da allora la pièce è entrata stabilmente nel repertorio classico delle stagioni teatrali di tutto il mondo, e anche in Italia ha conosciuto una fortuna mai tramontata, come conferma questa nuova felice produzione del Teatro Franco Parenti di Milano per la Lega del Filo d’Oro (associazione che si impegna ad abbattere la barriera dell’isolamento dei sordociechi, per una vita integrata e dignitosa).

Spettacolo asciutto e potente, Anna dei miracoli, contrariamente a quello che si potrebbe pensare scorrendo la trama, rifugge da corrivi sentimentalismi e non cade nella trappola retorica dei buoni sentimenti. La scenografia di questa edizione è ridotta ai minimi termini: quattro sedie, un tavolo, la culla, una tinozza e nessun’altra suppellettile. Inoltre, il testo è sfrondato da qualsiasi riferimento all’epoca in cui si collocava il dramma di Gibson: l’ambientazione appare programmaticamente atemporale; e se da un lato si perde un po’ di quel fascino che è del dramma ed era stato del film (il confronto sud-nord, la tradizione rurale contro lo spirito indipendente della modernità, le vecchie zie, i merletti, i cagnolini, insomma la rievocazione dell’Alabama della fine dell’Ottocento), dall’altro la messa in scena guadagna indubbiamente in universalità e pregnanza di significati.

Nel presente adattamento del testo, operato dalla regista Emanuela Giordano, rispetto al dramma originale il numero dei personaggi è stato drasticamente ridotto: da una decina che erano a quattro (e cioè Anna Sullivan l’educatrice, Helen Keller la ragazzina sordo-cieca e i due genitori di quest’ultima – se non vogliamo contare anche il neonato in culla, immoto fantoccio avvolto in fasce). Sono stati cancellati un paio di personaggi importanti, in particolare il fratello James, e si sacrificano alcune battute di notevole risonanza e impatto; in compenso la rappresentazione (75’) risulta ancor meglio imperniata sul punto nodale della vicenda.

Dopo i primi minuti di recitazione – forse volutamente – contratta, quasi straniata (dovuti magari al disagio insostenibile della situazione, all’imbarazzo del primo incontro fra i genitori e Anna, segnato da ambigue reticenze e diffidenza reciproca), si impone sulla scena la dimensione più decisamente umana, e si instaura fra gli attori e il pubblico un contatto emotivo che non viene meno fino al calare del sipario.

Sordo-cieca per le conseguenze di una febbre encefalica contratta a un anno di età, Helen, ragazzina di età imprecisata (qui nell’interpretazione determinata e toccante di una bravissima Anna Mallamaci) versa nell’impossibilità di comunicare con il mondo esterno, se non in modo rudimentale attraverso il tatto, l’unico senso col quale possa ancora stabilire una minima relazione al di fuori della opprimente dimensione nella quale è costretta dalle gravi menomazioni. Helen mangia con le mani. Le sue labbra emettono suoni inarticolati, quasi i mugolii di un animale ferito; quando capisce che intorno a lei qualcosa sta per accadere annusa ovunque. A prima vista può sembrare regredita a uno stadio quasi bestiale. Ovviamente non sa tenersi pulita; ha sempre i capelli spettinati e il grembiule strappato. Cerca le cose a tentoni e, se le capitano fra le mani, getta in terra, con ira e forse segreta soddisfazione, i fogli sui quali il padre lavora. Se si avvicina alla culla dove riposa il fratellino con in mano un oggetto contundente o un semplice tronchesino tutti temono il peggio e si precipitano su di lei per prevenire la possibile incombente tragedia. La famiglia vive in uno stato di costante, allarme. Contrariata, Helen sferra rabbiosi calci negli stinchi a chiunque le transiti nelle vicinanze; nel suo inquieto vagabondare per la casa urta la mobilia; incespica in qualunque oggetto sia posato a terra: nella tinozza, nella valigia dell’istitutrice appena arrivata, ecc. I genitori non sono riusciti a insegnarle nemmeno a stare seduta. Si divincola, inciampa, cade, farfuglia senza tregua, il suo corpo è scosso da continui sussulti incontrollati. Legge il viso degli altri con le mani, cacciando loro le dita negli occhi e nella bocca. Il padre (Fabrizio Coniglio, che rende bene la frustrazione del personaggio con i suoi frequenti, sterili scoppi d’ira) ha ormai deposto ogni speranza in un avvenire ‘normale’; non crede più ai miracoli: “Ho fatto tutto quello che ho potuto, non voglio vivere la mia vita inseguendo una speranza! La casa sottosopra dal mattino fino alla notte per questa bambina. Sarebbe ora che pensassimo al piccolo che è nato invece che ad Helen!”; “Voglio un po’ di pace in casa. E non avremo mai pace se continuiamo a correre ovunque ogni volta che sentiamo parlare di un nuovo dottore. Io sono infelice per la mia bambina come voi tutti. Mi fa male il solo guardarla.”

Sarà la moglie (Laura Nardi), dolente e irresoluta, spesso contraddittoria, ma che sa che Helen “vuole parlare, vuole essere come te e me”, a convincerlo a compiere almeno un estremo tentativo.

L’educatrice Anna (una misurata e inarrendevole Mascia Musy), con un passato simile a quello di Helen, ma con l’aggravante di nove operazioni agli occhi e un ricovero pluriennale in manicomio, lo sguardo (quasi) perennemente coperto da un paio di occhiali scuri, mandata da un istituto per ciechi al quale la famiglia, esasperata, si era infine rivolta, rappresenta davvero, per Helen, l’ultima spiaggia; l’extrema ratio prima che sia affidata a un ospizio per alienati mentali.

Rassegnati all’inutilità di qualsiasi tentativo per educarla, i genitori, impotenti – vuoi per un malinteso senso di compassione, vuoi perché sarebbe impresa superiore alle loro forze instradarla sulla via di una disciplina che non ha alternative – indulgono da anni a ogni suo capriccio, concedendole di crescere come una piccola, incontrollabile, primitiva selvaggia, senza mai arrivare a comprendere – ed è qui il fulcro stesso del discorso – che viziare un figlio è un modo di trascurarlo.

Nella sua davvero epica, solitaria lotta per recuperare al mondo la piccola Helen attraverso la lingua dei segni (in questo caso un alfabeto tattile basato su leggere digitopressioni sul palmo della mano), Anna incontrerà due ostacoli principali: da un lato la riottosità senza freni e ormai radicata – ma ampiamente prevedibile – di quest’ultima; dall’altro il profondo, malcelato scetticismo, quando non l’aperta ostilità, intrisi di pregiudizio, con i quali la sua persona e i suoi metodi saranno accolti da mamma e papà Keller.

Fin dal primo incontro Anna intuisce la concreta possibilità che Helen, grazie alle doti che un’educazione sbagliata ha occultato ma non ancora del tutto atrofizzato, esca un giorno dal suo isolamento sensoriale ed emotivo: “Non c’è nulla di anormale in quella testa, funziona come una trappola per topi!”. Riesce a vedere oltre a quel muro contro il quale vanno a infrangersi, anche per motivi affettivi, le limitate capacità di percezione dei suoi più stretti congiunti. Forte di questa adamantina convinzione, si applica perciò a imporre alla piccola selvaggia una disciplina durissima, che non ammette repliche né eccezioni. Mossi umanamente a pietà, ma anche per quieto vivere, i genitori disapprovano i metodi energici e intransigenti della giovane educatrice (“Le lasci fare quello che vuole per questa volta, Miss Sullivan. È l’unica maniera per stare un po’ tranquilli a tavola.”), e si mostrano molto presto propensi a licenziarla (“Quella ragazza! Quella ragazza osa… Io ti dico che… Io penso che dovremo rimandarla da dove è venuta prima che finisca la settimana. Puoi anche dirglielo da parte mia! È solo un’insegnante! Noi la paghiamo e lei vuole dettare legge in casa nostra. Ora sia chiaro: se non chiederà scusa e non cambierà il suo modo di parlare, tornerà a casa con il primo treno, diglielo chiaramente.”)

Sarà solo dopo un serrato, teso colloquio che la combattiva Anna otterrà finalmente, insperatamente dal padre – il quale impara ad ammirare, se non a condividere, la sua determinazione – di poter lavorare per due settimane in solitudine con Helen: due settimane durante le quali otterrà dei primi, timidi ma significativi risultati.

Di fronte a questi i genitori, grati, si accontenterebbero che la figlia si sia elevata fino ai meri rudimenti del convivere civile: che mangi la minestra con il cucchiaio e magari ripieghi il tovagliolo a tavola, si lavi e si vesta autonomamente: progressi impensabili fino alla comparsa di Anna nella sua vita. Ma l’educatrice è inflessibile, pretende di più, molto di più: vuole assediare la fortezza nella quale è racchiusa la persona; strappare Helen alla notte nella quale anni addietro era caduta – quella notte che lei stessa, Anna, ipovedente, aveva una volta conosciuto e attraversato:

KELLER     Lei ha preso una cosa selvaggia e ci ha restituito una bambina.

ANNIE       Macché. Le ho insegnato solo una cosa – “No”: Non fare questo, non fare quello…

KELLER     È più di quello che tutti noi abbiamo saputo fare in tutti questi anni…

ANNIE       Io le voglio insegnare cos’è il linguaggio. Voglio insegnarle “Sì”.

KELLER     Avrà tempo per quello.

ANNIE        Non vedo come. L’obbedienza senza la comprensione è un’altra forma di cecità.

Ottenuto di nuovo, seppur a fatica, quello che chiede, cioè di portare a termine il suo lavoro (“Io so, so che se riesco a darti una parola, posso darti il mondo intero.”), Anna riuscirà a penetrare ancora più a fondo nell’abisso della mente di Helen, e a portarvi altri piccoli lumi… fino alla catarsi dell’abbraccio finale fra le due, fino al miracolo di Helen che, stabilendo per la prima volta dopo tanti anni un collegamento fra parola e oggetto, pronuncia – stentatamente, ma pronuncia – la parola ‘acqua’: certamente la prima di una nuova vita.

Autore: Amedeo Ansaldi

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