Effetto Polanski. “L’inquilino del terzo piano”: spunti sul cinema disgregatore

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Effetto Polanski. “L’inquilino del terzo piano”: spunti sul cinema disgregatore

Trelkowski è un giovane errabondo.

Equidistante per natura da felicità e disforia, sensibile più alle lusinghe dell’ozio che ai morsi del piacere, la sua vita annaspa nell’anonimato.

Eppure, a movimentarla non saranno le briose festicciole organizzate con sommo sforzo nell’angusto bilocale in cui si rintana, né le voluttuose attenzioni di una fille aux yeux d’or incontrata per caso; ma le percosse ricevute da un mondo allucinato in cui la ciclicità impietosa di eventi inspiegabili fa riscoprire incredibilmente vicina la tetra figura dell’Altro da sè.

Ogni tentazione di introdurre qui il tema del contrappasso ha vita breve: Trelkowski gode troppo poco di sé e delle sue conquiste per innescare l’invidia degli Immortali; esulta troppo poco, e per vittorie già da principio commisurate al prezzo del loro conseguimento…

Il Fato gioca sporco, sì, ma stavolta si risparmia la soddisfazione della bilancia.

E’ vero: il protagonista dichiara di non comprendere il senso del suicidio, mostra notevoli accenni di cinismo, sente il bisogno di evadere da una chiesa resa soffocante dal truce sermone di un prete che gli riecheggia insopportabilmente nella testa e che sente attagliarsi fin troppo bene al suo caso.

Ma tutti questi “innuendos” sembrano costituire piuttosto le cifre di un “diversivo” che evoca un senso generale di disagio, di inadeguatezza, di inibizione, più che i tasselli di un’interpretazione dirimente.

L’architettura immaginifica di questa pellicola è un buon esempio del saper fare cinema: si riscopre, a braccetto con gli incubi di Polanski, la percezione del dis-umano, del preesistente all’io; si assapora, insomma, tutto ciò che gran parte della cultura filmica post-moderna tenta di passare sotto silenzio, rimanendo saldamente ancorata allo scoglio della comunicabilità “for dummies”.

E’ anche per questo che “L’inquilino del terzo piano” non può essere definito un film didascalico, pur poggiando su un chiaro sfondo di rimandi di taglio comportamentistico e su un sotteso fil rouge di natura autobiografica: buoni e cattivi, infatti, si perdono subito nella caligine indistinta di un teatro brulicante di marionette ghignanti sul quale sembra non dover mai calare il sipario.

La polifonia delle immagini stravolte getta in un limbo ammutolito la causa e l’effetto.

E’ forse nella semplice volontà di formulare un esempio estremo di straniamento; di dare, per così dire, una resa iconografica della parola kafkiana, che si esplica la ragione di fondo di questa pellicola. Appare, per dirla con Deleuze, come l’esperimento di un “contrappunto che non serve a riportare conversazioni reali o fittizie, ma a far emergere la follia di ogni conversazione”.

La follia dell’essere al contempo mittente e destinatario di una lettera che recita “Cosa ti rende me?”; la follia che rappresenta addirittura un oltrepassamento dello squilibrio incarnato dallo spasimante di Simone, il quale, al contrario di Trelkowski, non viene incontro allo stato paranoide appropriandosi degli elementi di una storia-chiave non sua, ma scompare ben presto nell’oblio affrancandosi dal mondo dell’azione e della volontà.

Il simbolo manda alla deriva i segnavia della trama; esaurisce, spossa il cervello affamato, ancora codificante e proteso all’agnizione.

La chiusura del cerchio, la ritrovata pace alchemica ha luogo, a fronte dell’epilogo, solo nella mente dell’autore: il soggetto, infatti (se pure se ne riesce a ravvisare uno, cioè uno identico a sé stesso), è uno “spettro plastico” troppo umbratile per chi abbia voglia di attaccare un capo e una coda alle sue peripezie. Prendiamo il caso degli specchi: Trelkowski si svela a noi e a sé stesso grazie a un graduale gioco di riflessi che abbraccia mano mano la pienezza della sua ombra, la totalità delle sue manchevolezze.

Pertanto, giunti a dire “E’ tutto!”, si ha fra le mani il nulla. Attimo dopo attimo, la macchina segnala “a gran voce” nello specchio la domanda di un io destabilizzato: chi si cela dietro quella posa, dietro quel ciuffo napoleonico? E, per contro, quale verità ronfa dietro l’abiezione di questa metamorfosi?

Il simbolo, dicevamo. Il simbolo che, però, si sforza di risospingere dietro le quinte l’ombra invadente della mano dell’autore e di prendere un abbrivo tutto suo. La tetra allegoria libidica dei denti stipati in un sordido buco nella parete non fa testo… C’è di mezzo, in primis, l’Antico Egitto: vi è un momento in cui la silhouette del giovane polacco, carpita nel punto focale di uno specchio amigdalare, richiama alla mente la pupilla felina di un occhio minace… E’ forse Ra che presiede al prodigio della trasfigurazione? O è solo il riflesso di una personalità schizoide, di un monomaniaco? E’ forse un novello Raskolnikov quel giovane che, precocemente ingobbito dai fallimenti, sgambetta a capo chino sulle rive di una Senna più gelida e triste della Neva?

Un mistero da risolvere a ogni mattonella, insomma; e dunque una frustrazione dietro l’angolo a ogni passo per l’ansia di verità dello spettatore. Ci si condanna dall’inizio (ed è una benedizione) a quella castità dolce e un po’ imbronciata che va sotto il nome di “finale aperto”.

Titolo OriginaleLE LOCATAIRE

Regia: Roman Polanski

Interpreti: Roman Polanski, Isabelle Adjani, Melvyn Douglas, Jo Van Fleet, Bernard Fresson, Lila Kedrova

Durata: h 2.05
Nazionalità:  USA, Francia 1976
Genere: thriller
Tratto dal libro “L’inquilino del terzo piano” di Roland Topor
Al cinema nel Settembre 1976

Autore: Stefano G. Manza

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